Atari Box – Cosa aspettarsi : Affinita’-Divergenze fra il compagno Bushnell e noi

Di Atari, lo sapete, ve ne ho scritto parecchie volte sulle pagine del blogghino, ed è l’unico motivo per cui sono sicuro al 100% di ricordare quello che vi ho raccontato. Siccome verba volant, scripta manent; quando ne ho voglia posso fare una ricerca con chiave “Atari” e salta fuori di tutto: l’Atari parlata, l’Atari divertente, l’Atari delle cazzate, l’Atari inventata, l’Atari dei prototipi, ma mi venisse un colpo se andavo a pensare che sarebbe uscita una nuova console e ci sarebbe stata un’Atari di Atari Box. Tu vedi il caso, certe volte…
Sembra proprio che toccherà ad Atari Box portare il pesante fardello del revival vintage. Funzionerà? Non funzionerà? Subirà lo stesso beffardo destino di suscitare divertimento nell’immediato e totale oblio sulla lunga distanza come per le mini console di ATGames? C’è un solo modo per scoprirlo: alla macchina del tempo!

Andiamo!

Anno 1972

Nolan Bushnell, al tempo giovane imprenditore ventinovenne, fonda con Ted Dabney un’azienda abbastanza famosa chiamata Atari che avrà un discreto successo nell’ambito dell’intrattenimento elettronico e darà inizio a un nuovo mercato dedicato ai videogiochi e affini.
Atari è un’azienda come mai se ne erano viste prima, che crea un business che mai si era visto prima, e assume nel suo organico personaggi come mai si erano visti prima. La sua struttura cresce rapidamente come i suoi affari, e sfugge a qualsiasi tradizionale tentativo di controllo (pianificazioni, meeting aziendali, rigidità disciplinare sono brutte cose con cui nessuno vuole avere a che fare, il potere magico degli spinelli fa trionfare il bene su ogni cosa). L’azienda, se pur caotica, è estremamente creativa e intraprendente, tanto intraprendente che l’unico limite che la frena è la mancanza della sostanza che serve per realizzare i sogni: i soldi.
Ci pensa la Warner Brothers a far sognare Atari, e Nolan, nel pieno di un rigurgito esistenziale, sceglie di dismettere i panni di dirigente e indossare quelli di imprenditore: rimasto unico titolare dell’azienza dopo aver liquidato Dabney, vende tutto a Warner (decisione di cui si pentirà moltissimo negli anni successivi) e si getta anima e corpo in pizzeria creando la catena Chuck E. Cheese’s.

Foto imbarazzanti #1

Anno 1978

Nolan Bushnell molla Atari e se ne va su una Limousine guidata da un uomo con indosso un pelouche da topo.  Al suo posto arriva Ray Kassar, affiancato da Saruman e un’armata di orchi e troll di montagna. Con l’esercito oscuro entrano in Atari anche fiumi di esperti di marketing che scacciano tutti gli ingegneri freak che c’erano prima e li costringono a trovarsi un’altro datore di lavoro. La Atari di Kassar è un azienda seria dove si fanno le cose serie e, possibilmente, a risparmio. Si fa e si vende di tutto, mancheranno solo le astronavi, e il completo in giacca e cravatta is the new. Questa Atari ha il merito di farsi conoscere worldwide e di trasportare, con i suoi videogiochi, un paio di generazioni di ragazzini in mondi complessi, fatati, spaziali, brulicanti di cose da scoprire. In questo senso ha il pregio di ammantare videogiochi dalla semplicità disarmante in un caleidoscopio di invenzioni visive e concettuali, delle quali, ai videogiochi moderni, rimangono solo briciole e avanzi.
La cura del packaging, i concetti estremamente fantasiosi, le supercazzole raccontate per dare una ragione di esistere a un videogioco che di ragioni non ne ha; per un ragazzo degli anni Ottanta tutto questo era il top, e mentre volare sullo Space Shuttle era un sogno, volare giocando allo Space Shuttle di Activision era il sostituto più plausibile e abbordabile. Ma come succede per tutti i sogni che si rispettino, alla fine ci si risveglia, e talvolta anche bruscamente. Dopo una striscia di scelte aziendali catastrofiche e trascinata a fondo dalla crisi di quel mercato che lei stessa aveva creato, Atari dichiara bancarotta, viene smembrata e venduta per un pugno di ceci.

Foto imbarazzanti #2

Anno 1984

Jack Tramiel, sempre lui, convola a giuste nozze con Atari dopo un divorzio lampo con Commodore. Sto cercando qualcosa da aggiungere a questa informazione per arricchirla, ma non saprei, già questo dovrebbe bastare e Atari al tempo era proprio messa male.
Tramiel è un brav’uomo ma ha l’indole del bottegaio, compra la divisione Games & Home Computer con una cambiale, mentre la divisione Arcade se ne va per gli affari suoi, passando di mano in mano, fino a estinguersi affogando dentro la Midway Games quasi vent’anni dopo. Comunque, affidata alle mani mica tanto sapienti di Tramiel, Atari sopravvive facendo di una tradizione lo stereotipo della sua stessa esistenza: il risparmio. Sul fronte delle console riesce ad arrivare tardissimo con un prodotto che era nuovissimo tre anni prima (7800), e svuota i magazzini riconfezionando i suoi vecchi home computer (XEGS). Sul fronte degli home computer, canna la sua uscita con Amiga e ripiega uscendo con la linea ST, meno fine e raffinata di Amiga, certo, ma non per questo un partito da buttare, anzi.
La famiglia Tramiel gestisce l’azienda fino a quando il tentativo di riconquistare il mercato console con Jaguar si trasforma in una tremenda debacle. A quel punto il vecchio Jack non ce la fa più, e neanche al figlio Sam l’azienda sta più tanto a cuore, tant’è che gli viene pure un infarto (oh-oh-oh). Durante una notte buia e tempestosa, il vecchio Tramiel dimentica di prendere le goccine e firma l’acquisizione da parte di JT Storage. Con questa mossa si assicura una pensione dorata in qualche luogo esotico, e, contemporanemante, assicura Atari a un sicuro oblio.

Foto imbarazzanti #3

E adesso mi sembra giunto il momento di ritornare al presente.

Rieccoci

Anno 2017

Sono passati 21 anni e ho visto Atari collassare pian piano, smebrata, spolpata, e coinvolta in un processo di diluizione senza soluzione di continuità che ne ha fatto sopravvivere solo il puro e semplice marchio. Sarà che in questi anni abbiamo avuto tutti cose più importanti a cui pensare, persi tra lo scontro Sega/Nintendo e quello Sony/Microsoft, senza contare, poi, le scie chimiche e l’invasione della Terra da parte dei rettiliani, sta di fatto che se non avessi dedicato così tanti articoli e trasmissioni radiofoniche ad Atari, non sarei neanche tanto sicuro di quello che vi sto dicendo adesso, tanto sono remoti i suoi tempi d’oro. Poi, così, senza avvertire, in occasione dell’E3 della scorsa settimana, viene rilasciato questo video qui:

 

Per carità: simpatico, intrigante, ben fatto quanto volete, ma mi venisse un colpo se ho capito di che cazzo sta parlando. Resta, però, il fatto che sono un retrogamer incallito, e adesso non riesco più a frenare la mia ingenua eccitazione. Io che gioco ai videogiochi dall’inizio degli anni ’80, alla prospettiva di un risogimento di Atari non posso che dare gas alla mia immaginazione. So benissimo che qualsiasi cosa Atari sia diventata adesso, non è minimamente vicina alla stessa azienda che ha rilasciato il 2600, l’ST, o il Lynx, ma mi sembra che il potenziale di qualcosa di convincente sia nell’aria, se non altro per questa particolare attenzione che Nintendo ha dimostrato ultimamente per i bei tempi degli 8 bit con il suo NES mini.
Ma rimaniamo coi piedi per terra. Analizziamo la situazione.

Perché?

Perché un consumatore dovrebbe comprare Atari Box oggi? In tempi in cui abbiamo Sony e Microsoft che si menano a colpi di hardware super pimpo per il dominio del mercato console, mentre Nintendo occupa uno strano piccolo angolo PG grazie a idraulici gioviali, titoli proprietari costantemente buoni, e un pazzo livello di fidelizzazione dei suoi consumatori a fronte di una sua innovazione tecnologica costantemente in affanno.
Come si può rendere appetibile un prodotto nuovo in un mercato come questo?

Con la figa, signori! Che razza di di domande mi fate?

Credeteci o no, c’è stato un momento nella storia dei videogiochi in cui abbiamo avuto più scelta. Dagli anni ’80 in poi, il mercato dei videogiochi ha visto l’introduzione di una quantità pazzesca di console domestiche originali e completamente uniche. Alcune erano strane, altre bizzarre. Molte erano solo progetti, altre esperimenti che durarono meno di un anno prima di scomparire. Gli enormi successi mainstream come VCS 2600, NES, SNES, e PS1 erano solamente la punta dell’iceberg. Per ognuno di loro c’era un Vectrex, un Apple Pippin, o un Jaguar che affondava nella melma, ignorato e dimenticato da tutti.
Il tasso di fallimento era elevato, certo, ma non eravamo rigorosamente relegati a due o tre scelte per soddisfare le nostre esigenze di gioco. C’era potere di decidere se giocare con un Virtual Boy o un 32X, salvo poi pentircene amaramente subito dopo.
Se Atari Box fosse una comoda console con componenti interni mediamente potenti, potrebbe riportare questo senso di scelta, qualcosa che manca molto dal mercato odierno. Immaginate solo se riuscissero a coinvolgere qualche sviluppatore decente e assicurarsi una manciata di esclusive importanti. Parlo proprio di titoli esclusivi per Atari Box, eh?! Roba che NON si trova su Xbox, PlayStation o Switch. Immaginate quanto più movimentato potrebbe essere un E3 del 2018 dove le emozioni si fondono alla nostalgia invece di aspettare Sony e Microsoft che annunciano di voler commercializzare PlayStation Pro o Xbox One X.

L’interesse
 

Oppure, Atari Box potrebbe essere una retro-console. Una macchina con cui giocare tutti i titoli Atari disponibili su tutte le sue console, con una forte implementazione on-line in modo da poter scaricare i dump da un ipotetico, fornitissimo store. Immaginate la sua architettura PC estremamente duttile alle modifiche e, perchè no? Agli hackeraggi.
Insomma, spesso mi sento amareggiato da quanto è diventata piatta l’industria del videogioco oggi, di quanto viviamo su binari ben definiti. Personalmente, avrei bisogno di qualcosa di meno, diciamo, prevedibile. E se il prodotto è abbastanza solido, se guadagna abbastanza consensi e spinge i tasti giusti, forse, dico FORSE, c’è una piccola possibilità di uscire dai recinti che Sony, Microsoft, e Nintendo ci hanno costruito intorno.

Ovviamente le mie sono solo speculazioni, per il momento non si sa praticamente nulla, ma è divertente crederci anche solo un po’. Spero solo che Atari Box non faccia la fine di Ouya. La console Android che doveva crescere e sconvolgere il mercato, ma è morta senza togliersi il pannolino.

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4 risposte a Atari Box – Cosa aspettarsi : Affinita’-Divergenze fra il compagno Bushnell e noi

  1. Lorenzo scrive:

    Ma il logo Atari che compare nel trailer del nuovo Blade Runner è una citazione del primo film o una vera sponsorizzazione?

    • Simone Guidi scrive:

      Sembra essere un po’ e un po’. Ho trovato la soluzione al mistero qui: https://venturebeat.com/2017/05/08/blade-runner-2049-official-film-trailer-features-the-atari-logo/

      Ti riporto la parte che ci riguarda:

      Update: Mystery solved. Fred Chesnais, CEO of Atari, said in an interview with GamesBeat that the appearance of the Atari logo in both movies is the result of a product placement deal. Atari is not making a Blade Runner game.
      “We are happy and honored to be part of the trailer,” Chesnais said. “We all love this movie, and it’s a nice flashback since we were part of the initial movie.”
      He added, “They came to us again and of course we said yes. It’s part of a broader strategy where we are trying to take advantage of Atari as a lifestyle brand.”

      In pratica, la produzione di Blade Runner ha contattato Atari dicendogli: «Se vi interessa, siamo disposti a inserirvi nuovamente come product placement»
      E da Atari hanno risposto: «Certo! Sia mai che possiamo sfruttare la cosa a nostro vantaggio! Ecco i soldi!»

  2. Ste84 scrive:

    Io punterei sulla retro-console, per me è assolutamente troppo difficile e rischioso andare a competere con i tre big delle attuali console. Ti dico, io sono cresciuto con Nintendo, un po’ come te con Atari, e ho sempre avuto un debole per questa azienda anche se poi di fatto dopo NES e SNES, e un breve periodo di Wii, non ho più avuto altre loro console. Quando il mini NES fu annunciato esultai (anche se poi non feci in tempo a prenderlo e ora non si trova più se non a cifre immorali) ma non mi garbava troppo la staticità di quel sistema: tot giochi inclusi, neanche così tanti in fondo e con qualche mancanza di rilievo, e stop, prendere o lasciare. Per 60 sacchi io avrei preso e ovviamente il successo ottenuto ha dato ragione ai cervelloni giapponesi ma se fosse stato per me avrei piuttosto fatto qualcosa di un po’ diverso e più impegnativo, tipo quello che scrivevi tu: ok console con quei giochi inclusi (e\o una versione senza alcun gioco) ma anche, e soprattutto, la possibilità per la console di collegarsi via internet a un ipotetico store Nintendo dove poter comprare e installare, con due comodi click, le rom di tanti altri giochi sul mini NES. Con un sito fatto bene e ogni gioco con una scheda fatta anch’essa a regola d’arte: con nome (beh ovviamente), anno di uscita, una bella immagine della copertina originale e qualche screenshot in game, libretto dell’epoca sfogliabile\consultabile e, perchè no, qualche curiosità sul gioco, anedotti sullo sviluppo, insomma cose così (e magari uno store nello store dedicato al merchandising). Tutto questo avrebbe dato possibilità agli utenti di riprendersi tutti quei giochi non inclusi nel pacchetto iniziale, magari conservati in qualche scatolone impolverato in versione cartuccia di un vecchio NES non più funzionante o giochi che non si erano potuti avere all’epoca e finalmente togliersi la soddisfazione. E a ingigantire e portare longevità al tutto sono convinto che nel giro di poco tempo molti studi anche esterni avrebbero iniziato a sviluppare giochi nuovi per la piattaforma… sarebbe stato fantastico! E sono convinto, che con queste caratteristiche e un prezzo onesto il nuovo mini NES avrebbe avuto un successo e un seguito clamoroso. Ecco, questa sarebbe stata la mia idea, a cui sicuramente in Giappone avranno pensato (?) e scartato per tante ottime ragioni. E se Atari invece avesse scelto questa via??

    • Simone Guidi scrive:

      In realtà, alla fine, è quello che stiamo sperando tutti. Qualcosa di nuovo, NUOVO, che vada a sfruttare e rivalutare in pieno tutto il settore retro. Solo in termini di cultura videoludica sarebbe tipo il ritrovamento della stele di Rosetta. Un dispositivo capace di veicolare l’interesse del consumatore perché, effettivamente, rivoluzionario. E capace di aiutare la diffusione della cultura videoludica presso il bimbominkia che mastica e sputa titoli tripla A un giorno sì e l’altro anche, o l’anzianotto che magari si ricorda distrattamente ma non ha un’idea di che mondo c’era dietro a quello che giocava ai bei tempi.

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