ATARI: GAME OVER – vai nel deserto in cerca di risposte e ci trovi E.T.

TEMPO DI LETTURA: 6 minuti


Atari: Game Over
Ci sono stati molti brutti videogiochi per Atari 2600, ma nel 1982 solo E.T. venne definito così brutto da aver dato inizio alla grande crisi che quasi uccise l’intero settore videoludico.
E.T. è stato lungamente etichettato come peggior videogioco di sempre, e si è guadagnato ulteriore infamia quando cominciò a circolare la voce che tutte le sue copie invendute erano sepolte in una discarica nel deserto del Nuovo Messico. Una leggenda urbana di vecchia data che venne parzialmente confermata nel 2014, quando lo sceneggiatore/regista Zak Penn decise di farci un documentario sopra per dissipare ogni dubbio a riguardo. Naturalmente lo fece dopo aver fatto quello sul mostro di Loch Ness per capire se esistesse o no, ma questa è un’altra storia.
Adesso parliamo di E.T, del documentario Atari: Game Over, e del fatto che Howard Scott Warshaw sia l’Ed Wood dei videogiochi.

 

1982

Il film E.T. l’Extra-Terrestre di Steven Spielberg è un grandissimo successo sia per Universal Studios che per Amblin Entertainment. Il simpatico alieno che cammina caracollando diventa un fenomeno di costume talmente grosso che si traduce in vendite di merchandising su scala cosmica, il che porta inevitabilmente ad un adattamento videoludico dell’intera faccenda.
Siamo nel 1982, non dimentichiamolo, e di conseguenza entra in gioco Atari. Il gigante delle console da casa e dei cabinati arcade è il principale innovatore sul piano tecnologico e creativo, e con un record quasi perfetto di qualità e immaginazione, è il candidato ideale per pubblicare il videogioco di E.T. sulla sua console 2600. C’è solo un inconveniente: i diritti del film vengono acquisiti a Luglio per una cifra astronomica e il gioco deve essere completato per il primo di Settembre, in cinque brevi settimane che dovranno permetterne la commercializzazione per il Natale dello stesso anno.


In questa equazione si inserisce Howard Scott Warshaw; uno dei principali programmatori Atari già autore di Yar Revenge e di un’altro adattamento videoludico da un film di Spielberg: Raiders Of The Lost Ark. Entrambi i giochi sono successoni commerciali che innalzano la reputazione di Warshaw tra le garanzie umane di Atari, e facendogli guadagnare il plauso personale dello stesso Spielberg che a quel punto si fida solo di lui per convertire in pixel il suo alieno senza campo. In così poco tempo, l’affare è molto complicato ma troppo grosso per essere mollato. Ray Kassar in persona telefona a Warshaw per convincerlo ad accettare l’incarico nonostante che tutti, compreso il suo stesso capo progetto, ritenessero l’impresa impossibile. Howard, forse sopravvalutando le proprie capacità, accetta e lavora incessantemente per il mese successivo e anche di più, riuscendo a consegnare il gioco in tempo.
Passa il tempo, arriva Natale, e con il Salvatore arriva anche la conversione video ludica di E.T. sugli scaffali dei negozi. L’esordio pare un trionfo, ma nei mesi successivi alla grande uscita i sussurri iniziano a diventare chiacchiere sempre più rumorose e in men che non si dica la qualità del videogioco di E.T. viene messa in discussione. La moltitudine di cartucce prodotte non sta trovando un proprietario, e quelle già vendute vengono restituite da compratori delusi. È un flop, e nel frattempo la società fallisce.
Passano gli anni, e una diceria trova sempre più ascoltatori tra gli appassionati di videogiochi: esiste una discarica ad Alamogordo nel deserto del Nuovo Messico dove apparentemente – e vergognosamente – Atari ha seppellito le milionate di cartucce gioco di E.T. rimaste invendute. La diceria diventa leggenda; la leggenda diventa mito, ed E.T., forse immeritatamente, inizia a scalare la cima della classifica dei “peggiori videogiochi di tutti i tempi”.

 

2013

Entra in gioco Zak Penn. Penn non è estraneo al geekdom: ha firmato il soggetto di Last Action Hero all’età di 23 anni e quello di Avengers quasi vent’anni dopo, ed ha lavorato alle sceneggiature di X-Men 2, L’incredibile Hulk, Ready Player One e il prossimo in uscita: Free Guy. La leggenda delle cartucce di E.T. sepolte nel deserto gli è sempre stata abbastanza indigesta da mettere insieme una troupe per documentare uno scavo nella discarica di Alamogordo ( Nuovo Messico ) dove i giochi sarebbero stati interrati trent’anni prima. Chiama il suo film Atari: Game Over, e lungo la strada ottiene una serie di testimonianze estremamente interessanti e particolareggiate mentre le ruspe scavano avvicinandosi sempre più a ciò che può – o non può – essere sepolto sottoterra. Ma la testimonianza di gran lunga più importante di tutte è proprio quella di Howard Scott Warshaw, il game designer di E.T., l’ex ragazzo prodigio più talentuoso di Atari. Il suo viaggio personale in ciò che resta del suo passato è profondamente commovente, e non è solo semplice introspezione personale.
Da tutto questo nasce Atari: Game Over, il documentario sullo scavo che oltre ad essere interessante è un immenso divertimento. Interviene anche uno dei miei eroi personali, Ernest Cline, lo scrittore del romanzo Ready Player One, che in qualità di appassionato di cultura pop e difensore dei giochi Atari, si reca sul sito dello scavo guidando la sua DeLorean, ma non prima di essere passato dalla casa di George R.R. Martin (sì, avete letto bene. QUEL George Martin de Il Trono Di Spade) a riprendersela perché gliel’aveva prestata. E mentre la vicenda scorre, non manca qualche affascinante highlights su Atari e su ciò che ha determinato la sua caduta.


Nonostante in alcuni punti i fili della storia si aggroviglino un po’ dandoci una visione poco chiara di come finisce la vicenda, il documentario non perde mai di vista ciò che lo scavo significhi non solo per Warshaw, che è il papà del gioco, ma per la cultura pop in tutto il mondo, e l’amore – e talvolta l’ossessione – che lo circonda.
Ma alla domanda fondamentale, Atari: Game Over riesce a rispondere? Ci sono davvero le cartucce di E.T. sepolte nella discarica di Alamogordo? Sì. Ci sono, ma non i milioni che dovevano esserci, e oltre a E.T. ci sono anche molti altri popolari videogiochi Atari.
Perché? Mi chiederete voi. Grazie per la domanda, amici.
Il documentario non fornisce una risposta chiara a riguardo. Conclude la sua storia spiegando agli spettatori che in quell’unico scavo sono stati ritrovati più di 1500 articoli di vario genere riguardanti Atari. Figuriamoci cosa potrebbe saltar fuori se si facessero altri scavi in altri punti. Al che diventa sempre più probabile la teoria che accredita il materiale smaltito in discarica alla chiusura della vicina fabbrica Atari di El Paso. Prima convertita dalla produzione alla rigenerazione delle cartucce invendute, e poi chiusa repentinamente in conseguenza del fallimento dell’azienda, tutto il suo contenuto sarebbe stato smaltito illegalmente proprio ad Alamogordo. E in questo caso si tratterebbe del contenuto di una fabbrica, non di tutte le cartucce di E.T. rimaste invendute su tutto il territorio statunitense. Ciò spiegherebbe la varietà di articoli ritrovati nello scavo.

L’era di Atari è stata caratterizzata da arroganza e discutibili pratiche commerciali, ma anche da ingegnosità creativa. Atari non è stata altro che il prototipo delle moderne società della Silicon Valley, con una cultura lavorativa informale e vivace che presto sarebbe stata ripresa ( in forma un po’ meno eccessiva) da giganti come Microsoft e Google.
Se c’è una cosa importante da attribuire ad Atari: Game Over, è l’opera di rivalutazione nei confronti di Howard Scott Warshaw, chiaramente un talentuoso designer, che ha commesso l’unico errore di affrontare un tempo di consegna ridicolo per completare un videogioco.
Warshaw non voleva sfornare semplicemente un clone di Pac-Man, come gli suggerì di fare lo stesso Spielberg; ha cercato di creare un gioco che attingesse agli elementi chiave della storia del film e per questo aveva bisogno di più tempo. Gli stretti vincoli temporali hanno dimostrato che E.T. non poteva essere all’altezza delle aspettative di Warshaw, ma il gioco in sé non è affatto il peggior mai fatto per Atari 2600, e certamente non è quel killer aziendale che a volte viene accusato di essere.
Atari: Game Over serve quindi sia come divertente sommario della  storia del videogioco di E.T., sia come un’analisi più seria di coloro che erano coinvolti nella sua realizzazione. Dietro a quel videogioco c’è una storia umana in cui moltissime persone hanno perso il lavoro, e quello che avrebbe potuto essere un semplice videogame che campava di rendita è invece diventato qualcosa che si avvicina molto a un Santo Graal moderno.
Dagli anni ’80, era di cartucce ingombranti e televisori rivestiti in legno, a una tomba polverosa nel deserto del Nuovo Messico, Atari: Game Over separa il mito dai fatti con il calore e la leggerezza di una favola e ci offre la possibilità di vedere l’ascesa e la caduta di Atari attraverso gli occhi di Howard Scott Warshaw.

Cosa aspettate? Vedetelo e fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con sé stesso e non falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai videogiochi vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *