ATARI NES e la folle coincidenza che salvò i videogiochi

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Atari NES.
Secondo eminenti economisti, nel giugno del 2019 i videogiochi erano un affare da 152 miliardi di dollari l’anno, e in crescita perpetua.
In quel momento più di un miliardo di persone stavano giocando ai videogiochi, il che significava che i videogiocatori erano più numerosi degli indù, ma sempre un filino meno dei cinesi, però (che sono tanti).
Nel mondo c’é talmente tanta gente che videogioca ( soprattutto adesso in questo periodo di pandemia) che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la dipendenza da videogioco come una vera e propria malattia.
Quindi, se vi chiedessi di immaginarvi quest’industria come morta e sepolta nell’anno del Signore 1984, vi risulterebbe tanto difficile?

 

Sì, certo. Nel 1984 l’intero settore era morto perché la crisi vera e propria arrivò l’anno precedente, nel 1983, come conseguenza di parecchi passi falsi commessi da diverse aziende del settore.
Tutti si ricordano di Atari e il suo E.T., ma in realtà furono tanti i fattori che si andarono a sommare e molti di essi erano anche contributo di altre aziende, di politiche commerciali scellerate, scelte di marketing sbagliate. Il fatto era che, a un certo punto, sul mercato americano c’erano troppi, ma veramente TROPPI prodotti videoludici scadenti, soprattutto videogiochi. Erano talmente tanti che alla fine anche i consumatori se ne accorsero, smisero di comprarli e i negozi smisero di venderli, in molti casi restituendoli alle case produttrici.
Provate a immaginare se Alex L’Ariete, Batman & Robin, e tutti i film dei Fantastici Quattro uscissero contemporaneamente in tutti i cinema del pianeta. Pare naturale pensare che il mese successivo tutte le sale cinematografiche si dovrebbero riconvertite in campi da squash per riuscire a sopravvivere, no? Ecco. Con i videogiochi fu la stessa cosa.
Ovviamente, come la storia ci insegna, non fu la fine di tutto. Accadde qualcosa che fece risorgere il mercato dalle ceneri altrimenti saremmo tutti tornati a leggere libri e passare il tempo relazionandoci tra noi.
Cosa successe, allora?
Una rivoluzione artistica e tecnologica dei videogiochi? Uno sviluppatore tirò fuori dal cappello il videogioco definitivo che tutti adorarono e su di esso fu fondato un culto che tutt’oggi preghiamo nelle sue chiese sparse in giro per il mondo?
No, niente di tutto questo. Accadde una bizzarra catena di eventi che iniziò con un uomo d’affari che ebbe una crisi di nervi.

L’industria videoludica continua perché la maggior parte di noi ha bisogno di videogiochi
 

Quell’uomo d’affari si chiamava Ray Kassar ed era l’amministratore delegato di Atari nei primi anni ’80.
Atari era diventata la dominatrice incontrastata dell’industria dei videogiochi da quando aveva rilasciato la sua console VCS nel 1977, e da quel momento in avanti era stato tutto un crescendo, ma il 1982 fu un anno difficile. Fu l’anno in cui Atari pubblicò il famigerato E.T., la console 5200, e il peggior porting di Pac-Man esistente tutti e tre insieme.
Sia Pac-man che E.T. che la console 5200 delusero le attese, e tutti e tre si lasciarano alle spalle praterie di clienti insoddisfatti.
Ma, nel 1983, inaspettatamente, una nuova opportunità si manifestò al cospetto di Kassar. Arrivò una società di carte da gioco giapponese chiamata Nintendo che chiese ad Atari di aiutarla a rilasciare e distribuire nel Nord America la sua nuova console Famicom.
L’idea non pareva campata in aria, e dopo una complicata trattativa le due compagnie si accordarono per incontrarsi e firmare il contratto durante il Consumer Electronics Show del giugno 1983. Il futuro poteva accogliere a braccia aperte una console Atari Nes, ma accade l’imprevedibile:
Kassar, mentre passeggia per la convention prima della firma, passa accanto allo stand dell’acerrima rivale della sua azienda, la Coleco Industries, e inconsapevolmente vede all’opera il loro nuovo modulo di espansione ( il terzo) il quale una volta collegato al COLECOVISION, trasforma la console in un vero e proprio home computer, il Coleco Adam. L’Adam esposto in quel momento sta dando l’opportunità ai visitatori di giocare a Donkey Kong di Nintendo, e Kassar non la prende per niente bene.

Kassar va su tutte le furie. Nintendo aveva precedentemente venduto ad Atari l’esclusiva di produrre la versione di Donkey Kong per tutti gli home computer, mentre a Coleco spettava produrre la versione per le console gioco. Vedendo girare quella versione su un home computer ( e non rendendosi conto che fosse solo un elaborato props per simulare l’aspetto di un computer ma con all’interno una console Colecovision con applicato il nuovo modulo 3), Kassar pensa che i partner giapponesi si siano accordati di nascosto con Coleco, fregandolo, e reputa Nintendo un’azienda poco seria con cui stringere accordi. Affanculo l’Atari NES.
Che in quel preciso momento storico esistesse veramente una versione di Donkey Kong per Coleco Adam è una questione su cui dibattere da qui all’eternità. La posizione ufficiale di Coleco è quella che vi ho scritto poco sopra, e che parla, appunto, di un prop computer con dentro una console Colecovision. Solo l’anno dopo spuntò fuori un’effettiva versione di Donkey Kong per Adam su Digital Data Pack Cassette, ma solo in seguito allo smantellamento di Atari Inc., nell’estate dell’84, quando alcune sue proprietà vennero trasferite ad Atari Corp. di Jack Tramiel, liberando di fatto Nintendo da qualsiasi obbligo contrattuale (Fonte: Marty Goldberg ).

 

Che Kassar fosse realmente alterato o stesse facendo una semplice sceneggiata per rinegoziare a ribasso gli accordi con Nintendo sta ai retroscenisti stabilirlo. Il suo tempo in Atari era agli sgoccioli. La sua reputazione infangata da accuse di insider trading gli aveva fatto guadagnare l’aperta inimicizia dello stesso presidente di Warner Communication. Steve Ross lo aveva preso apertamente sui coglioni anche per via delle infelici esternazioni che aveva fatto su di lui e Warner a mezzo stampa. Insomma, Ray Kassar praticamente camminava con una spada di Damocle sulla testa e lo sapeva bene, tant’è che non appena il mese dopo fu “caldamente” invitato a lasciare la presidenza di Atari.
I ragazzi di Nintendo, infatti, non avevano idea di cosa stesse succedendo, né di cosa stesse combinando Coleco con i suoi moduli. Probabilmente sarebbe bastato portare il dirigente di Atari in una stanza tranquilla dove poter chiarire il tutto con un minuto di discussione ragionata, ma non ce ne fu l’opportunità. Del resto erano gli anni ’80, e il successo non si conseguiva in seguito a discussioni ragionate. A Kassar si era chiusa la vena e se n’era andato, esattamente come avrebbe fatto un bambino che si arrabbia perché si accorge che il suo migliore amico sta giocando con qualcun altro, e così facendo decise che l’affare tra Atari e Nintendo non s’aveva da farsi. Ciaone Atari NES.

 

Sfumato il contratto con Atari, in Nintendo rimasero senza nessuno che potesse distribuire la loro console Famicom nel Nord America.
All’epoca non lo sapevano, ma Kassar con la sua crisi di nervi fu la cosa migliore che potesse capitargli… e anche a chiunque avesse voluto realizzare e vendere un videogioco da lì all’eternità.
Di fronte alla mancanza di altri potenziali partner, Nintendo decise di rilasciare il Famicom per conto proprio.
Il grosso problema, però, era che quando furono pronti a farlo, nel 1985, l’industria dei videogiochi era clinicamente morta e il mercato ludico per i più giovani era diventato “allergico” anche al semplice termine “videogioco”. Il mondo dove Nintendo intendeva entrare era un mondo di negozi che non volevano sprecare spazio sugli scaffali per questi accrocchi inutili chiamati console.
I commercianti non li volevano, i clienti non li volevano, l’intera America non li voleva più. E cosa fece allora Nintendo?
Vi faccio un esempio per farvi capire meglio: mettiamo che tutto ciò di cui disponete siano mattoni. Voi siete bravi a fare mattoni, producete mattoni, vendete mattoni.
Mattoni, mattoni, mattoni.
Per vivere non potete fare altro che vendere mattoni, ma nessuno compra più i mattoni perché qualche stronzo prima di voi ha saturato il mercato con mattoni di bassa qualità, e ora tutti odiano i mattoni.
Quindi vi arrendete?
No, cambiate nome ai vostri mattoni e li chiamate “fermaporta” o “fermacarte” o “pane fatto in casa”.
Sono ancora gli stessi mattoni di prima, ma ora riuscite a venderli a persone che non sapevano di voler comprare i mattoni.
Questo è fondamentalmente quello che fece Nintendo: visto che i negozi di giocattoli non volevano più vendere le console per videogiochi, non chiamarono più console per videogiochi il loro prodotto; lo chiamarono “giocattolo”.
Ovviamente, loro vendevano ancora videogiochi e console per videogiochi, ma quando più nessuno compra i tuoi mattoni, tu vendi “pane fatto in casa”.

 

Nintendo non smise semplicemente di dire la parola “videogiochi”. Fece tutto il possibile per differenziarsi da Atari nelle menti dei rivenditori, a partire dall’estetica.
Le cartucce per Atari 2600 si inserivano e sporgevano dal corpo della console? Bene. Per essere inserite, le cartucce Nintendo si nascondevano all’interno del dispositivo come facevano le cassette dei videoregistratori. Atari aveva definito la sua console un “sistema video computer” (VCS) ? Bene. Nintendo definì la sua come un “sistema di intrattenimento” (NES). La console Atari aveva un design vetusto con obsoleti inserti in radica? OK. Nintendo colorò la sua in un grigio futuristico. La grande Enne si discostò anche dai classici controller joystick implementando un’innovativa croce direzionale.
In pratica, se Atari 2600 fosse stata una morigerata monaca in odore di santità, Nintendo si sarebbe distinta facendo riti satanici e abbandonandosi ad orge promiscue.
Su tutto questo, purtroppo, bisogna prende atto che gli inserti in radica sono sempre le prime vittime di una guerra tecnologica.

atari nes

Atari NES

Insieme al suo nuovo NES, Nintendo arrivò perfino a vendere in bundle ROB, una periferica completamente inutile che aveva l’unico compito di dare l’idea che la console fosse un giocattolo.
ROB era solo una vergognosa bugia per celare una perversa operazione di marketing.
A fronte di questo, è importante notare che per il marketing Atari chiamare i propri prodotti “giocattoli” era una specie di sacrilegio. Per loro erano computer sofisticati e state pur sicuri che, se il NES fosse stato gestito da Atari, non avrebbero mai usato nulla di simile come strategia di penetrazione.
Nintendo fece una grande scommessa adottando un approccio molto anti-Atari per commercializzare la propria console, e sapete una cosa? Funzionò!
I proprietari dei negozi erano più che felici di rivendere il nuovo “giocattolo elettronico” di Nintendo, e una volta che i bambini mettevano le mani su giochi come Super Mario Bros., non importava se Nintendo lo chiamava NES, o GULP, o Super System Gonfia Stronzi: i giocatori ne rimanevano catturati.
Il successo di Nintendo incoraggiò altre società a rientrare in quel mercato videoludico ormai dato per morto, permettendogli di crescere ed espandersi in quello che è oggi, e tutto grazie a un malinteso ( o forse solo indolenza di un amministratore in odore di licenziamento ) che è costato il destino di Atari.
A Nintendo va dato merito di aver intuito un approccio completamente distintivo dal suo predecessore, e aver finito per salvare l’intero settore dei videogiochi.
Nulla di tutto questo sarebbe accaduto se Ray Kassar non avesse avuto un brutto carattere e avesse mandato a quel paese l’Atari NES.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con sé stesso e non falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai videogiochi vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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4 Responses

  1. Denis ha detto:

    Grande post, Nintendo metteva anche il sigillo di qualità sui giochi altra trovata, Di Rob esiste l’Amiibo purtoppo una cosa simile la ripete proprio la Nintendo con Sony…

  2. Ste84 ha detto:

    In questi giorni di reclusione casalinga ci ho dato dentro col mio NES. Sono passati ormai quasi 30 anni da quando questa console immortale è entrata in casa mia e ancora non mi è passata la voglia di cimentarmi in sfide impossibili e dall’esito scontatissimo (io che lancio il controller contro un muro invocando molteplici divinità) come una partita a Contra o Marble Madness, giusto per dirne due che riescono sempre a farmi perdere le staffe con estrema facilità. Eppure come si fa a non volergli bene?
    E guarda i casi della vita. Se non fosse successo quello che hai scritto, probabilmente le cose sarebbero andate molto diversamente. E’ proprio vero che spesso basta un niente per cambiare pesantemente la storia, che anche il più piccolo particolare può fare la differenza tra il fallimento e il successo.

    • Simone Guidi ha detto:

      Guarda Ste, a me piace approfondire la storia del gaming leggendo libri sull’argomento e informandomi a riguardo. Sono un retrogiocatore perché in tempi ormai troppo lontani ero un giocatore incallito, e la sai una cosa? La storia dei videogiochi è ZEPPA di WHAT IF come questo, soprattutto negli anni prima dell’avvento di PlayStation (1995). Era veramente una scena in costante fermento quella dei videogiochi, con aziende che investivano tutto su cavalli zoppi, si inventavano robe troppo avveneristiche che non venivano capite, si sputtanavano il futuro per dei capricci amministrativi. Insomma, ci sono molti episodi interessanti a riguardo e spero di riuscire ad approfondirne sempre più.
      Il NES, poi, è stato l’unico punto di riferimento per tutti almeno per 5 anni buoni ( 1985/1990). Ti ricordi Jovanotti nella pubblicità? 😉

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