Gli effetti di TRON sulla gente : AUTOMAN

ATTENZIONE: guardare troppo a lungo le strisce riflettenti presenti in Automan potrebbe indurre i lettori del blog alla completa sottomissione. Non fissate le lucine blu altrimenti non uscirete mai più dagli anni ’80.
Anzichenò cercate di guardare Automan con un misto di ironia e genuino apprezzamento perché grazie a lui capirete quanto sia stato importante Tron per la computer grafica e per tutti i ragazzi che sono cresciuti in quell’epoca, nel bene e nel male.
E adesso beccatevi una sigla che, come al solito, vi strapperà un sorriso e restituirà fiducia nel sol dell’avvenire.

Nel 1982, la popolarità e la realizzazione tecnica di Tron avevano di gran lunga superato le sue ambizioni.
Glen A. Larson, uber-produttore televisivo di roba tipo Battlestar Galactica e Supercar se ne accorse, e fiutando da lontano l’odore dei soldoni che la nuova tecnologia degli effetti speciali avrebbe potuto fargli guadagnare, circuì e reclutò Donald Kushner, già produttore degli effetti speciali di Tron insieme a Steven Lisberger, avvalendosi dei suoi servigi.

Il risultato della loro collaborazione fu Automan; una serie televisiva molto più radicata nella trama di Tron di quanto si potesse immaginare. In sostanza era il racconto del tipico pesce fuor d’acqua che esplora l’ambiente sconosciuto, come Tron appunto, ma esattamente speculare rispetto a Tron. Infatti, se in Tron era un uomo ad essere catapultato all’interno di un mondo computerizzato popolato da programmi antropomorfi, in Automan era un programma antropomorfo ad essere proiettato nel mondo degli uomini.

Automan, secondo le intenzioni del suo creatore, era “il primo uomo totalmente automatico di questo mondo”. Questa definizione che la diceva così lunga sul concetto generale di tecnologia negli eighty si traduceva in un’intelligenza artificiale olografica in forma umana generata dal computer, o perlomeno da ciò che passava lo stato dell’arte dei computer in quel momento, vale a dire una stanza piena di pezzi di mainframe a vanvera e armadi imperlati di lucine colorate che lampeggiavano ininterrottamente.

Automan senza effetti speciali

Automan, che veniva interpretato da un manzo simil George Michael, tale Chuck Wagner, si muoveva allegramente nella società moderna dei primi anni ’80 aggirando qualsiasi limitazione con l’aiuto del suo assistente, Cursore, che era una specie di cubo bianco dalla forma in divenire e poteva comodamente generare dal nulla qualsiasi congegno che Automan o il suo creatore, Walter Nebicher, erano in grado di immaginare.

L’original Cursore
Ovviamente, non ve lo sto neanche a dire, Walter era un nerd programmatore di computer che lavorava, umiliato da tutti, per il dipartimento di polizia e, in tipico stile comedy action anni ’80, sentendosi a disagio dietro la sua scrivania, si inventava questo videogioco di nome Automan per potergli far fare di nascosto tutto quello che lui sognava intimamente di fare nella realtà, ovvero, indagare sui casi che tenevano in scacco il suo dipartimento. Alla fine dei conti Automan non era altro che il sogno di un uomo frustrato sotto forma di amplesso elettronico tra Tron e Lanterna Verde.

Da 1 a 10, quanto è Tron questa immagine?

Vestito con una muta incandescente e sempre perfettamente phonato e pettinato, Automan e la sua realizzazione erano basati sulla stessa tecnica catarifrangente utilizzata per creare i costumi in Tron, e la sua Autocar, una Lamborghini Countach nera che nei primi anni ’80 rappresentava il sogno bagnato degli amanti della velocità, oltre ad avere i profili evidenziati da quelle strisce catarifrangenti, poteva fare le curve angolari proprio come le moto di luce in Tron (una gag ricorrente vedeva la faccia di Walter Nebicher spalmarsi contro il finestrino del passeggero ogni volta che Automan faceva una curva).

Le stesse strisce catarifrangenti vennero riciclati più e più volte durante il corso della serie per personalizzare una serie di veicoli, tra cui carri armati, motociclette ed elicotteri, dando a ciascuno un aspetto spettrale e ultraterreno, tanto inquietante che ai criminali bastava solo vederli per arrendersi subito.

Comunque, non tutto quello che riguardava Automan era un lingua in bocca col successo. Anche lui aveva una debolezza, ovvero, aveva bisogno di una grande quantità di energia elettrica per mantenere la sua forma fisica e non ritornare una serie di 1 e 0 quale era in origine. Automan poteva quindi materializzarsi solo di notte, quando i consumi elettrici della rete urbana scendevano al minimo, e Walter doveva pianificare con attenzione le sue apparizioni con il continuo timore che l’intera città si sarebbe potuta ritrovare al buio a causa del calo di tensione.

ZAP!

Tale limitazione, però, fece rodere il culo a due figure chiave nell’ambito della serie: i produttori; i quali rapidamente intuirono che i fan volevano solo vedere Cursore generare nuovi giocattoli al neon in ogni singolo episodio (e che in linea di massima era l’unico plusvalore che la serie aveva da offrire). E gli sceneggiatori; che per ovvie esigenze narrative dimenticarono la limitazione dell’energia elettrica già dall’episodio tre in poi, altrimenti non sarebbero stati in grado di offrire agli spettatori alcunché di avvincente.

Inoltre, per rendere il dinamico duo ancor più invincibile, Automan rivelò ben presto la sua capacità di fondersi con Walter, diventando di fatto la custodia nel quale egli entrava ogni volta che la situazione lo richiedeva, tipo quando fischiavano le pallottole o ci si doveva introdurre dentro a uffici o luoghi ad accesso riservato. Una roba che faceva molto armatura di Iron Man, però fatta di energia pura e venticinque anni prima che la Marvel tirasse su il proprio studio cinematografico.

Le trame di Automan vantavano una serie di idee degne di nota ma di fatto non si discostavano molto dal classico plot investigativo cheesy anni ’80. I costi per produrle, però, erano molto più elevati rispetto a una classica serie investigativa cheesy anni ’80, per cui la rete ABC, non appena si accorse che il numero di spettatori non valeva l’investimento, dopo l’ennesimo dialogo banale e la sequenza d’azione pseudo A-Team, staccò la spina.
In totale vennero mandati in onda 12 episodi e un tredicesimo rimase fuori, poi incluso nel cofanetto DVD rilasciato nel 2015.
Automan si piazza oggi nella top 10 dei telefilm di quel decennio, smaltato di solido oro massiccio anni ’80. Rimane un esperimento figlio del suo tempo. Un tempo, lo ricordo, in cui i giovanissimi amavano i computers e odiavano il crimine. Oggi, una riproposizione in chiave moderna pare quindi completamente anacronistica dato che i gusti si sono parzialmente invertiti, o sbaglio?

IL VIDEOGIOCO

Non conosco nessuno che l’abbia comprato né giocato, non credevo neanche esistesse, e invece eccolo qui. Esiste anche un videogioco di Automan e girava sul granitico Commodore 64!

Il gioco in sé è un “Jet Set Willy” style; un platform dalla grafica abbastanza povera e le animazioni buone, sì, ma sempre quelle. Lo scopo del giocatore è quello di raccogliere prove, disinnescare bombe, e trovare il nascondiglio del cattivo. È uno di quei giochi che sembra già abbastanza terribile al primo sguardo e non trasmette certo quel brio necessario per giocarlo, però l’internet mi dice che ci sono degli sprazzi decenti di giocabilità sepolti sotto tutta quella poveraggine. Insomma, è un lavoro abbastanza sbrigativo come ce n’erano tanti sul mercato in quegli anni, e in più è anche difficilotto da giocare. Se avete abbastanza curiosità e un buon emulatore, lo potete scaricare QUI.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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4 Responses

  1. Lorenzo ha detto:

    … che poi i costumi del primo film di Tron erano realizzati con una tecnica direi “avveniristica” 😀 : le strisce luminose erano dipinte a mano direttamente sul fotogramma, un po’ come faceva Méliès agli inizi del secolo.
    Per questo che, secondo me, Tron visivamente ha un suo stile e non è invecchiato, a differenza di Automan, col suo costume arricchito dagli effetti grafici computerizzati tipici degli anni ’80.

    • Simone Guidi ha detto:

      Verissimo. Tron fu tutto ridipinto a mano. È roba da chiodi se pensi che adesso va tutto su green screen. Che tempi. 🙂

      • Lorenzo ha detto:

        Secondo me è stata una scelta voluta, perché, come dimostra Automan, i mezzi già c’erano. Però il risultato sarebbe stato diverso, troppo allineato con l’estetica del momento. Infatti ti dirò: oggi mi sembra più datato Tron Legacy del Tron originale.

        • Simone Guidi ha detto:

          No, dai. Si può dire tutto il male del mondo su Tron Legacy (e tutto il mondo ne dice male) ma rimane comunque un film che ha c’ha provato sotto diversi punti di vista. Il design, per esempio, l’ho trovato molto avanti, sia nei costumi che nei pochi interni in cui si svolge, vedi la casa di Flynn e il bar dove ci sono i Daft Punk che suonano. Pure il concetto dell’arena trasparente e comunicante all’inizio non è male. Il problema è che proprio il film non ha spessore. Ha una sceneggiatura scritta da ritardati per ritardati.
          Il Tron originale (Tron Classic) ha potuto operare una ricerca della resa visiva che una produzione televisiva come Automan semplicemente non si poteva permettere, cercando di stupire il pubblico restando per quanto possibile all’interno di vincoli di budget ben precisi. Infatti, tempo 13 episodi e lo seccarono perchè costava un botto rispetto alla media del tempo.

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