Charlie e la fabbrica di cioccolato: Nanologie varie e un’overdose di Deep Roy

Charlie e la fabbrica di cioccolatoDietro a ogni pagliaccio c’è un uomo che piange. Dietro a “Charlie e la fabbrica di cioccolato” c’è un film che ti entra subdolamente dentro la testa e non ne esce più. Lo fa con le sue musichette orecchiabili, il suo impatto visivo coloratissimo e curato nei minimi dettagli. Lo fa con i suoi oompa loompa tutti uguali e duplicati all’infinito col copia/incolla di un mainframe uber-potente. Lo fa, soprattutto, con tua figlia che lo vuole rivedere continuamente e che balla le canzoncine di Danny Elfman, mimando le coreografie di quei cazzo di oompa loompa tutti uguali all’attore kenyota Deep Roy. Che tu, per carità, a Deep Roy gli puoi anche essere tanto affezionato per via di Star Trek, ma dopo che lo rivedi tipo 1500 volte nel corso della settimana, finisce che, o gli vuoi bene come a un fratello, o lo vorresti morto in un incendio.

Il libro

Il libro

Nel 1964, Roald Dahl scrive un libro che nel 1971 viene trasformato in un film. Dahl odia svisceratamente quel film. “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” gli fa proprio schifo, ma per una qualche ragione sconosciuta piace a tutto il resto del mondo. Nei salotti buoni del 1971, quelli dove si sorseggia il tè alle 5 di pomeriggio sotto il ritratto della regina, quel film del regista Mel Stuart viene giudicato bene e tuttora è considerato un classico intoccabile.
Così, quando nel 2005 Tim Burton consegna al mondo “Charlie e la fabbrica di cioccolato”, mantenendo il titolo originale del libro di Dahl e tentando un adattamento più fedele, una generazione intera si stampa un potente FACEPALM e comincia ad arrotare tutti i coltelli di casa.
Alla fine sono gli anni ’70 contro gli anni 2000. La sana torta della nonna contro i conservanti e i coloranti artificiali. Il gelato artigianale contro quello preconfezionato.
I difensori di “Charlie” sono troppo giovani per togliersi la scarpa e batterla sul tavolo, e gli amanti di “Wonka” non hanno difficoltà a buttare il film di Burton nella stessa pattumiera dove è già andato a finire il suo “Pianeta delle scimmie” rivisitato.
Ma non è giusto.

NO-NO-NO.

Non è proprio giusto.
Se provate a guardare “Charlie” con gli occhi di un bambino (tipo mia figlia di 3 anni, per esempio), vi potrebbe venire la voglia di andarvi a leggere il libro. Se fate lo stesso con “Willy”, rischiate di non dormire per una settimana.
La versione di Burton può anche essere paracula quanto vi pare ma quella di Stuart, vista adesso, è abbastanza banale e a tratti spaventosa.
E allora andiamo a confrontare le due pellicole e cominciamo proprio da lui, il mattatore, Willy Wonka.

willy wonka

Lo Wonka di Johnny Depp è fondamentalmente un sadico che trae piacere dai supplizi che infligge ai bambini. Esteticamente ci viene riproposto come un mix tra Michael Jackson ed Edna Mode. Le sue continue risatine idiote fanno venir voglia di tiragli un posacenere ma vi assicuro che in lingua originale l’effetto è ancor più irritante.
Lo Wonka di Wilder, invece, è un nevrotico bipolare, capace di violenti sbalzi di umore come un ibrido tra Barbra Streisand e Sgarbi. Con il volto di pietra e gli occhi da serial killer, certe volte sembra l’ultima persona al mondo con cui lasciare solo un bambino.

E di Charlie? Vogliamo parlare di Charlie?

Il Charlie originale, quello del 1971, non sempre sembra il ragazzo più vispo del quartiere ma perlomeno è vivo. Ride, scherza, soffre, piange. Insomma, l’attore che lo interpreta non ebbe una brillante carriera artistica e finì per fare il veterinario, ma il suo Charlie Bucket è molto realistico ed emozionale.
Il Charlie del 2005 invece è una salma. Un bambino nato morto che ancora vaga su questa terra perché nessuno gliel’ha detto. Lo spessore minimo che assume durante il film è pari alla sua espressività. Alla fine uno si domanda se abbiano usato un drone o un bambino vero.

Ovviamente dal punto di vista visuale e coreografico lo scontro è palesemente impari. “Charlie” surclassa “Willy Wonka” su tutti i fronti.

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Va che roba

Il paese delle meraviglie di Burton è infinitamente vario e fantasioso, non annoia mai anche guardandolo e riguardandolo. Nella slavata fabbrica di cioccolato di Stuart, invece, ci sono un pugno di rocce finte e un po’ d’erba sintetica, con un torrentello di cioccolato che sembra uno scarico delle acque chiare.

Sulle musiche e gli oompa loompa c’è parecchio da dire. I Loompas di Burton sono una vera tribù esotica. Il regista si è sforzato di includere le loro origini così come ce le racconta il libro, mentre i Loompas di Stuart sono una banda di clowneggianti nani da incubo, con i capelli verdi e la pelle arancione.

oompa loompa

Nani da incubo

Poi c’è il fatto che la tribù di Burton sia in realtà composta tutta da un solo uomo clonato graficamente dal computer, il mitico Deep Roy. Un omarino kenyota di origini indiane alto un metro e 32, famoso in ambito fantascientifico per le sue numerose comparsate in millemila film fantastici, dal “Il ritorno dello Jedi” (indovinate che ruolo faceva) a “La storia Infinita”, da “X-files” all’ultimo “Star Trek” di Abrams.

Deep Roy in ambito Trek

Deep Roy Trek

Mentre le musiche del film di Stuart sono per lo più gradevoli ma, come il caso di quelle cantate dagli oompa loompa, ripetitive, nel film di Burton lo sforzo del solito Danny Elfman è notevole. Ogni bambino ha la sua canzone arrangiata in uno stile musicale differente, dallo psichedelico anni ’60 per Veruca Salt all’hair rock anni ’80 per Mike Teavee, dalla musica bollywoodiana per Augustus Gloop al funk anni ’70 per Violet Beauregarde.

Una volta visti, i due film sembrano speculari tra loro. In “Willy Wonka” il protagonista è Charlie. Le sue difficoltà per trovare il biglietto d’oro prima, e vincere la gara di Wonka poi. “Charlie” è completamente incentrato su Wonka e il suo rapporto interrotto con il padre dentista che lo ha allontanato in quanto cioccolataio (tutta roba inventata di sana pianta da quel pazzo di Burton, per altro). I due film condividono Willy Wonka, la fabbrica, e i 5 ragazzi con i biglietti d’oro, ma in realtà sono diversi.

Quindi, a parte Deep Roy e la sua onnipresenza nella pellicola di Burton, forse questo remake riesce a tenere botta nonostante tutto, mentre la versione di Stuart sembra invecchiata un po’ maluccio.

TRIVIA: La giovane ragazzina attrice che interpreta Violetta Beauregarde si chiama AnnaSophia Robb. Otto anni più tardi è lei la giovane Carrie Bradshaw nel telefilm “The Carrie’s diaries”. Il supposto prequel di SEX AND THE CITY che ne ho visto una puntata per sbaglio e mi ha fatto pena e schifo.

Giovanissima e moderatamente zoccola

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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4 Responses

  1. Rita ha detto:

    a me piacciono entrambi, in maniera differente e per motivi differenti, ma entrambi… e il libro comunque lo adoro!

    • Simone Guidi ha detto:

      Anche a me piacciono entrambi Rita. L’articolo è indirizzato a quelli che dicono che uno è meglio dell’altro e blablabla. Il libro poi è superiore a tutto.

  2. Giuliana Settineri ha detto:

    Ciao! Cerco le musiche in italiano della versione del 2005. Dove posso trovarle? Grazie

    • Simone Guidi ha detto:

      A parte il solito youtube dal quale probabilmente sei arrivata, non so darti consigli utili. Io, al tempo, rippai l’audio dal tutto il film e poi, tramite un software di audioediting, ne estrapolai i pezzi delle canzoni. Ti parlo di anni fa, ovviamente. Adesso non ho idea di dove siano andati a finire quei files.

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