Con Il Cuore A Kobane di Zerocalcare: esiste un altro mondo oltre questo, ed e’ spietato

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internazcIo sarò anche stronzo ma a Zerocalcare devo riconoscere un’indiscutibile crescita artistica esponenziale.
Premetto che non sono mai stato appassionato di una certa militanza politica, neanche ai bei tempi di quando faceva figo farlo. Anche a scuola non partecipavo mai alle manifestazioni, non mi schieravo in favore di una causa o combattevo per i diritti di qualcuno qui come a migliaia di chilometri di distanza, ne ho sempre approfittato per rimanermene a dormire la mattina o fare il ponte di venerdì.
Mi ricordo che solo in occasione della visita di Willy Brandt a Viareggio, rubai una bandiera del partito comunista (la città ne era tappezzata) per attaccarmela in camera, e di conseguenza mio padre azionò il calcio con lo stivalone meccanico e minacciò di diseredarmi.
Nei centri sociali ci andavo per fumarmi le canne o ascoltare il gruppetto, tutto lì, niente fede orgogliosa, niente spirito di appartenenza, niente di niente.
Capirete quindi che già comprare “Internazionale” sia stato per me un notevole salto di fede, e leggerci dentro uno dei fumetti più profondi degli ultimi anni, una piacevole rivelazione.

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Ora, io lo so che ormai parlare bene di Zerocalcare è quasi di moda, che ogni cosa che disegna è una specie di evento mediatico che si traduce automaticamente in copie vendute e impannata del fatturato.
Lo so corridori, lo so.
Volenti o nolenti, Michele Rech ce lo troviamo sempre tra i coglioni (nel senso buono). Ne parla la radio, lo cita il telegiornale, e l’internet è il suo salotto di casa, quindi scusate tanto se tra le pagine di questo blog compare con una certa frequenza, ma forse significa che un buon motivo c’è.
Ché poi uno non riesce neanche a volergli male a Zerocalcare, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così come quelli che hanno visto Genova, non si abbandona mai a dichiarazioni compromettenti, battute a cazzo di cane, o smattate di superbia come invece fanno altri meno talentuosi di lui.

Zerocalcare-Ph.-Federico-Manni

Zerocalcare in una delle sue più SPUMEGGIANTI pose. Lo so, sembra che stia impugnando un revolver, ma non è così.

Zerocalcare o lo si ama alla follia o lo si considera neutro come il sapone intimo, che accarezza la pelle e se ne va con il minimo risciacquo. Non lo si può odiare, quell’uomo è geneticamente progettato per non suscitare astio, per non offende l’orgoglio, per non aggredire i colori e mancare di rispetto al PH della pelle.
Se Zerocalcare piace, viene considerato una specie di guru della new generation, un mito ispiratore. Se non piace, beh…Se non piace al limite è MEH; è carino sì, però poteva fare di meglio; non è male però divaga troppo coi suoi trip mentali.
Ecco, questo è al momento Zerocalcare nella percezione popolare.
Adesso immaginate me che stringo tra le mani una copia de “L’internazionale” con dentro il suo ultimo è più impegnato fumetto che tratta di una tematica rovente come la guerra al terrorismo in un posto che manco si riesce a pronunciare senza pensare a uno psicofarmaco.

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E cos’è alla fine questo fumetto? Cosa ci si può aspettare dopo anni di armadilli, polpi alla gola e nomi dimenticati?
Un reportage di guerra? Il solito fumetto intriso di autobiografia come da tradizione? Una dimostrazione di forza contro tutti quelli che danno a Michele dell’autore finto-impegnato ma in realtà piegato alle logiche di mercato?
Anche sì, però è pure unʼopera militante, giornalismo d’assalto, e soprattutto serve a uno scopo ben preciso: portare alla conoscenza dell’ultimo bimbominkia del remoto paesello in Garfagnana che esiste una guerra in corso, che da qualche parte nel mondo c’è ancora gente che resiste, e quando parlo di RESISTENZA intendo quella vera, non il fatto che il wi-fi ha smesso di funzionare o qualcosa quantificabile in OHM.

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Il fatto è che noi viviamo in una versione migliorata del mondo e spesso ci dimentichiamo che tanti altri vivono in quello originale, quello senza i paracadute dello stato sociale, delle leggi e delle regole civili. Quello dove un giorno arriva un tizio incappucciato con il Kalashnikov e ti dice che la tua casa è sua, che la tua macchina è sua, tua moglie e tua sorella sono suoi, e se ti va bene: pace, altrimenti le tue ragioni le puoi sempre spiegare alla canna del fucile.

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È un mondo spietato quello, un mondo crudele dove si intersecano tanti interessi, da quelli territoriali a quelli religiosi ed economici, e il tutto si svolge sotto l’ombrello dei media occidentali che filtrano solo lo stretto indispensabile per alimentare i nostri pregiudizi.
Sì, lo so. Sono discorsi retorici questi. Detti e stradetti durante mille comizi improvvisati in piazza, e scritti su mille gif sparpagliate su facebook, però son cose che fanno pensare, soprattutto quando a raccontarle è uno che c’è stato.
Quindi leggetelo questo fumetto corridori. Ci troverete il solito Zerocalcare citazionista, con le battute su Rebibbia e i “Daje” del core de Roma, ma ci troverete anche una storia vera da una zona di guerra, perchè io sarò anche stronzo quanto vi pare, ma lui alla fine laggiù c’è stato davvero e noi no.

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Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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