Tutto su Dellamorte Dellamore: dal romanzo di Tiziano Sclavi alle poppe di Anna Falchi

TEMPO DI LETTURA: 11 minuti

715E1HOdoLL._SL1024_Il primo numero di Dylan Dog che mi passò per le mani fu il numero 24, I Conigli Rosa Uccidono. L’indagatore dell’incubo era già in giro da ben 2 anni quando feci la sua conoscenza, ma questo non mi impedì di recuperare i numeri precedenti anche grazie alla prima ristampa che partì da lì a pochi mesi. Al tempo DD stava crescendo smodatamente ma non era ancora un fenomeno di massa, e noi lettori eravano considerati alla stregua di psicopatici con grossi problemi di socializzazione che da un momento all’altro potevano entrare nel supermercato con il mitra carico. Io me ne fregavo, tutte quelle chiacchiere del governo e dei matusa mi scivolavano addosso, avevo perso la testa per Dylan Dog ed ero disposto a combattere per lui.  Adoravo i personaggi, stilavo con gli amici la playlist dei disegnatori preferiti (Roi, Stano, Piccatto), accampavo ipotesi sulle origini del personaggio ed ero ingordo di qualunque cosa lo riguardasse. «Toglietemi tutto ma non il mio Dylan Dog!», o DAILAN DOG, come lo chiamavamo erroneamente noi tarri di quei tempi là. Fu inevitabile per me, tre anni dopo, acquistare il romanzo di Tiziano Sclavi dal quale, si diceva, tutto avesse avuto origine: Dellamorte Dellamore. Quando poi dopo altri tre anni uscì anche l’adattamento al cinema, io ero sempre lì, pronto alla pugna, combattivo e ostinato, smanioso di pagare un biglietto immolandomi alla causa Dylandogga e, soprattutto, alle tette di Anna Falchi. Si parte.

 

Non ho mai portato giacca nera e camicia rossa, ma ci sono andato molto vicino. Dal giorno della sua pubblicazione Dylan Dog ebbe una crescita costante e veloce, talmente veloce che a un certo punto, quando il decennio scavallò nei ’90, divenne addirittura esponenziale, fiondando il personaggio nell’olimpo delle icone fumettistiche italiane insieme a gente come TEX, DIABOLIK e ALAN FORD.

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Icone alcolizzate

Nel giro di qualche anno, noi lettori passammo dall’essere considerati l’incarnazione di un disagio sociale a l’essere promotori attivi di un fenomeno popolare sempre più cool. Se prima strisciavamo rasente i muri fino all’edicola chiedendo timidamente una copia dell’albo per nasconderla in saccoccia e portarcela in un anfratto buio dove poterla consumare lontano da occhi indiscreti, adesso affrontavamo arroganti l’edicolante lamentandoci del progressivo aumento del prezzo di copertina, e ce ne andavamo a spasso con la nostra copia sotto braccio tranquillamente alla luce del sole per sederci sulla panchina del parco e leggerla in santa pace con tanto di gamba accavallata.

Si dai, passami il mio Dylan Dog

Si, dai, passami il mio Dylan Dog

Erano gli anni del salto di categoria, dell’arrivo nella serie A dei fumetti. Gli anni del passaggio da DAILAN DOG al più corretto e specifico DYLAN DOG. Gli anni dello sbolognamento alle masse.
E come si fa a capire quando qualcosa, di qualsiasi natura essa sia, raggiunge finalmente il cuore commerciale del popolo italiano? Grazie per la domanda, amici. Ve lo spiego subito. Quando ve la ritrovate venduta, in tutte le sue declinazioni accessorie, dai vu’cumpra sulla spiaggia. Pensateci: dalle cover per smartphone alle Vuvuzela, dagli occhiali a specchio tecnicolor ai Tamagochi, i venditori ambulanti extracomunitari hanno sempre rappresentato una cartina tornasole delle mode e delle ossessioni degli italiani, e i primissimi anni ’90 furono gli anni della t-shirt di Dylan Dog.

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sbolognamento alle masse

Nel giro di poco, il mercato venne saturato da uno Tsunami di merchandising Dylandogaro, un maremoto che si portava dietro i quaderni di Dylan Dog, i diari scolastici di Dylan Dog, gli stickers di Dylan Dog, e alla via così. Contemporaneamente, le edicole vennero colonizzate con la seconda ristampa, poi la terza ristampa cartonata, poi il DYLANDOGONE, poi gli speciali, poi la versione a colori, e chi più ne ha più ne metta.
In questa sagra del precotto Dylandoggo si cercò di mungere la vacca in tutti i modi possibili, anzi, diciamo pure che la vacca venne infilata direttamente dentro ad un grossissimo frullatore in modo da rivenderla in tante confezioni tetrapack nei supermercati del trendy. In quest’ottica si riuscì a pubblicare anche ciò che fino a quel momento era stato considerato impubblicabile, e qui arriviamo finalmente al nocciolo della questione, il romanzo intitolato Dellamorte Dellamore.

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IL LIBRO

Nel 1991, la casa editrice Camunia dette alle stampe il libro intitolato Dellamorte Dellamore, scritto dallo stesso Sclavi ben otto anni prima. Va detto che il lettore non si trovò tra le mani un romanzo che raccontava una storia articolata dall’inizio alla fine, ma bensì un libro destrutturato senza un unico arco narrativo, un patchwork di episodi apparentemente slegati tra di loro ma accomunati dal medesimo protagonista: il becchino Francesco Dellamorte, e dall’ambientazione in un paese immaginario collocato tra Pavia e Milano: Buffalora.

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Una leggenda narra che il manoscritto originale di Dellamorte Dellamore fosse andato perduto e poi fortunatamente (e opportunatamente, direi) rinvenuto e pubblicato, un’altra ancora ci dice che il manoscritto fosse rimasto semplicemente insabbiato sulla scrivania dell’editore perché quest’ultimo non riusciva a trovare un accordo con Sclavi riguardo alle modifiche da apportare. La veridicità di queste versioni è opinabile, ma resta il fatto che leggendo il libro si capisce chiaramente quanto Francesco Dellamorte abbia rappresentato per Sclavi un laboratorio per la messa a punto di Dylan Dog. Infatti, i due personaggi hanno molto in comune, anche se Francesco Dellamorte risulta essere chiaramente la versione cattiva dell’indagatore londinese.

LA TRAMA
Francesco, guardiano del cimitero di Buffalora, si ritrova ad affrontare una strana epidemia: entro sette giorni dalla loro morte, gli ospiti del campo santo riprendono vita. Diventano dunque “ritornanti” dall’aldilà andandosene in giro in cerca di carne umana, e possono essere uccisi solo attraverso un colpo di pistola alla testa o con qualunque oggetto in grado di spappolargli il cranio.
Con l’aiuto di Gnaghi, il suo aiutante ritardato, Francesco uccide per la seconda volta i defunti e li riporta nelle loro tombe in modo che nessuno si accorga delle strane vicende che accadono nel cimitero. La storia è anche segnata dall’amore per una donna, che scopriremo diventare per lui una specie di ossessione in quanto anche lei, come i cadaveri, ha il vizio di ritornare, e lo fa per ben tre volte con tre identità diverse.

LO STILE
Dellamorte Dellamore è Sclaviano: per chi non lo sapesse, significa che la storia è scritta come se fosse una sceneggiatura, con passaggi in cui lo scrittore descrive la prospettiva da cui andrebbe vista l’intera scena, e ognuno dei 12 capitoletti è preceduto da una poesia di Sclavi accompagnata da un’illustrazione di Stano. Sono ovviamente storie sospese tra incubo e realtà, venate da un forte nonsense e, soprattutto, umorismo nero.
Francesco si muove nel suo micromondo che assume i connotati di un piccolo inferno personale, dove vive condannato all’eterno supplizio di freddare i morti definitivamente. Qualsiasi iniziativa prenda, qualsiasi comportamento irrazionale tenga, qualsiasi cosa gli capiti (anche essere morso da un ritornante), il risultato finale sarà sempre lo stesso: NESSUNO riuscirà ad accorgersi di quello che accade realmente nel cimitero e NESSUNO riuscirà ad impedirgli di espletare il suo dovere. Francesco vive il suo giorno della marmotta in eterno, condannato e pienamente consapevole, tant’è che si abbandona con spietata insensibilità allo stupro e all’infanticidio senza il minimo rimorso o emozione, tanto il domani sarà un giorno identico a oggi.

FINALE
Con un flash-forward di X tempo, l’autore ci descrive l’immagine di una Buffalora popolata esclusivamente da ritornanti. Il lettore quindi evince che Francesco non è riuscito a tenere i non-morti confinati nel cimitero e tutto gli abitanti del paese sono stati uccisi.

IL FILM

Quelli che credono che Tiziano Sclavi abbia avuto un qualche tipo di ruolo nella produzione del film rimarranno molto delusi. Sclavi è forse la persona più estranea al progetto che, come spesso succede, è nato quasi per caso, per una serie di coincidenze.
Nel Natale del 1991, la produttrice Tilde Corsi entrò in una libreria. La sua attenzione venne richiamata dalla strenna del momento: pile di libri intitolati “Dellamorte Dellamore” disposte vicino alla cassa. Affascinata soprattutto dalla copertina di Stano ne acquistò una copia e la diede in dono al figlio come regalo di Natale.

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Il figlio di Tilde lo lesse subito rimanendone entusiasta e, con il rientro dalle vacanze, se lo portò a scuola facendolo “girare” tra i suoi amichetti. Nell’arco di poco tempo il libro finì nella biblioteca della scuola a disposizione di chiunque lo volesse leggere, e lì scoppiò il casino. Tilde Corsi fu richiamata dalla presidenza della scuola perché alcuni genitori si erano lamentati della cruenza di alcuni titoli presenti in biblioteca, e il principale incriminato era proprio “Dellamorte Dellamore”, il libro che suo figlio aveva portato.
Questo episodio, unito alla crescente popolarità di Dylan Dog, fecero capire alla Corsi che un film su quel personaggio avrebbe potuto avere delle brillanti prospettive commerciali e propose il progetto al regista Michele Soavi che accettò subito.

LA TRAMA
All’incirca la stessa di quella del libro ma, anche se similmente impregnata di rassegnato fatalismo, si sforza di avere un intreccio narrativo che possa coinvolgere lo spettatore. Se nel libro Francesco si prodiga con indifferenza a ricoprire il suo ruolo, nel film cerca di tener segreto ciò che accade nel cimitero per timore di essere preso per pazzo, o peggio, perdere il lavoro. A un certo punto Francesco rischia pure la galera ma viene scagionato inaspettatamente dall’amico Franco. In questo modo, e aggiungendo anche degli inserti che sconfinano nell’umorismo (tipo un ritornante che salta fuori dalla tomba inforcando una moto), si cercò di rendere più digeribile una storia di per sé nata episodica e poco omogenea.

 

LO STILE
Dellamorte Dellamore è considerato un cult proprio per questo, perché ha uno stile unico ed è, di conseguenza, inclassificabile. Non lo si può definire pienamente uno SLASHER perché i veri slasher dell’epoca erano molto più cruenti. Non lo si può definire un HORROR con tutti i crismi a causa dei siparietti e delle numerose battute ironiche in puro stile Sclavi. Rimane un film di confine, sospeso tra la commedia e l’horror. Forse l’aggettivo GROTTESCO potrebbe essere il più appropriato ma il dibattito è sempre aperto.

 

E adesso eccovi una serie di punti su cui riflettere guardando il film:

1) Dopo che i produttori acquistarono i diritti sul personaggio direttamente da Sclavi, Gianni Romoli fu chiamato a redigere la sceneggiatura. Si documentò sull’autore facendosi un’abbuffata di fumetti di Dylan Dog, ed estrapolò la trama da 3 barra 4 capitoli del libro sui 12 disponibili.

2) Il film è una coproduzione Italia/Francia, ma a un certo punto anche gli americani della Paramount sembrarono interessati. Cominciarono a tempestare la produzione di domande riguardo al senso del film che per loro risultava troppo oscuro e criptico. Roba tipo: a) Perché i morti risorgono? b) Che significa quel finale con la palla di neve? A lungo andare le domande diventarono talmente tante e banali che si scelse di non rispondergli più. L’anno successivo, a Cannes, quando i rappresentanti della Paramount incontrarono Tilde Corsi, si mostrarono molto offesi per questo e si sfiorò la rissa.

3) Molte riprese sono state fatte in Umbria e Toscana, mentre gli esterni del cimitero sono quelli del campo santo di Arsoli, nel Lazio in provincia di Roma. Gli interni, e molte altre scene cimiteriale sono state fatte nel vecchio cimitero sconsacrato di Guardea, Umbria.

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Il vecchio cimitero sconsacrato di Guardea

4) Inizialmente si era pensato di fornire una spiegazione riguardo al perché i morti riuscivano a tornare in vita, e Michele Soavi pensò alla pianta della Mandragola. Il cimitero ne doveva essere infestato e, quando un morto veniva seppellito, le radici penetravano nel cadavere traendone nutrimento ma allo stesso tempo infondendogli delle capacità magiche come, ad esempio, tornare alla vita. Per questo motivo tutti i ritornanti presenti nel film hanno sempre qualcosa di vegetale rampicato addosso.

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5) Il progetto del film fu molto osteggiato perché si era convinti che il pubblico italiano volesse vedere soltanto film d’azione americani.

6) Per realizzare l’effetto della morte, Sergio Stivaletti creò un costume costituito da una calzamaglia nera con un vero scheletro incollato sopra. L’attore che lo indossava muoveva le ali con le sue braccia, mentre le braccia scheletriche della morte erano mosse da operatori esterni tramite dei fili.

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7) Nella prima versione della sceneggiatura di Dellamorte Dellamore era previsto che accanto al cimitero fosse presente un lago con un’isola nel mezzo. Quest’isola doveva essere la riproduzione del dipinto “L’isola dei morti”, del pittore svizzero Arnold Böcklin. Francesco portava laggiù la ragazza quando si incontravano per la prima volta, e riusciva a sedurla in virtù della passione di lei per il grottesco e la morte. Alla fine l’idea dell’isola venne scartata perché avrebbe comportato un grosso dispendio economico doverla riprodurre a cinecittà.

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8) Sempre nella prima stesura della sceneggiatura era prevista la presenza di una ferrovia accanto al cimitero. Doveva servire per spiegare come mai i morti si risvegliavano dal sonno eterno. Ogni volta che passava un treno era come se suonasse una sveglia ultraterrena.

9) Il primo finale, poi scartato, prevedeva che Dellamorte e Gnaghi tornassero al cimitero e scoprissero che un altro guardiano e un altro assistente erano stati piazzati al loro posto. A quel punto si scatenava una battaglia tra loro e i sostituti, durante la quale i ritornanti si schieravano al fianco dei vecchi custodi.
Il finale definitivo, invece, fu un’idea condivisa. La palla di neve fu una trovata di Soavi, mentre Romoli pensò allo scambio di indentità tra Francesco e Gnaghi.

10) Quando il film uscì nelle sale, nel 1994, era probabilmente il momento di maggior successo per Dylan Dog che, già con il n.69 “Caccia alle streghe”, arrivò a superare Tex per numero di copie vendute. Nonostante questo e il generale apprezzamento della critica, Dellamorte Dellamore floppò forte al cinema in tutti i paesi in cui venne venduto. È diventato un cult solo dopo, con i numerosi passaggi televisivi.

11) Francesco Dellamorte venne interpretato da Rupert Everett, l’attore che aveva dato il volto a Dylan Dog. Per l’occasione Rupert si accontentò di un cachet di 100 milioni di lire, mentre di solito non si muoveva per meno di 500.

IL FUMETTO

Nel 1989, Sclavi aveva già riesumato il personaggio di Francesco Dellamorte, custode del cimitero di Buffalora, nel terzo speciale di Dylan Dog, “Orrore Nero”, in cui ne aveva fatto una sorta di alter ego dell’Indagatore dell’Incubo.

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Sceneggiato dallo stesso Sclavi insieme all’apporto di Luigi Mignacco; vede le avventure londinesi di Dylan Dog intersecarsi (in una sorta di montaggio parallelo su tavola) con quelle di Dellamorte a Buffalora.

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La trama, nella parte che si svolge in Italia, non è dissimile rispetto a quella raccontata nel romanzo. Come il suo alter ego, Dellamorte è un trentenne magro con la camicia sempre fuori dei pantaloni, guida una Bianchina invece del Maggiolone, ha un aiutante molto particolare e costruisce modellini di teschi invece che di galeoni.

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A differenza di Dylan, però, si agita in una realtà più grande di lui che asseconda senza porsi tante domande. Non cerca mai di spiegare quello che accade al cimitero ed è totalmente occupato a combatte i ritornanti.
In Orrore nero, i due personaggi vengono presentati come speculari e arriveranno perfino a scontrarsi in un incidente stradale che, de facto, ci restuitirà l’immagine di Dellamorte come la metà oscura e tormentata di Dylan Dog. L’eroe e l’antieroe, due facce della stessa medaglia.

Per non dimenticare

Per non dimenticare

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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5 Responses

  1. Ste84 ha detto:

    Quando sento o leggo il nome Dylan Dog vengo sempre travolto da un’ondata di ricordi. Mi piace sempre quando parlo con qualche appassionato che si ricorda il suo primo numero 😉 Io cominciai grazie a un amico di famiglia che ebbe due grandi meriti, insegnarmi a usare un pc (e a giocare a Doom, che per me sarà sempre Il Gioco) e introdurmi a Dylan Dog. Era l’anno 1995 quando in un’assolata giornata di luglio durante le vacanze questo ragazzo mi passò La Rivolta Delle Macchine. Era il primo fumetto non-disney che leggevo e fu un terremoto che cambiò tutto. Mi piacque a tal punto che volli subito recuperare il tempo perso e lui fu così gentile da passarmi in blocco i suoi numeri dall’1 al 15. Li divorai in tre giorni e da lì cominciò tutto… che bel periodo! Ancora adesso mi piace girare per mercatini alla ricerca di qualche vecchio numero che mi manca e quando li trovo mi si apre un sorriso a 64 denti come un bambino a Natale! Per quanto riguarda Dellamorte Dellamore mi ricordo che un giorno trovai in casa quella cassetta (probabilmente ci arrivò come allegato di Panorama o qualcosa del genere) ma l’unico ricordo che ne ho sono, stranamente, le poppe della Falchi che all’epoca mi garbava non poco. Ennesimo film che dovrei recuperare! E a proposito, come sotto sotto immaginavo, non mi sono ancora lanciato sugli albi di Recchioni, come stanno procedendo? Mi sto perdendo qualcosa?

    • Simone Guidi ha detto:

      Caro Stefano, è sempre un piacere leggere i tuoi commenti perchè ogni volta scopro che abbiamo in comune un sacco di cose, tipo DOOM, per dire.
      Comunque la rivoluzione Recchioniana è di quelle che si combattono a cuscinate. Tanti strombazzamenti, tanti proclami, tante promesse, ma alla fine quel che resta è solo hype perchè le trame dei fumetti ci raccontano l’esatto contrario.
      Qualche storia carina, qualcuna pessima, vecchi personaggi che se ne vanno e nuovi che vengono inseriti, lo smartphone, un cattivo perfido e…insomma un bilancio altalenante che convince poco. Sì, certo, qualche nuovo lettore sarà anche arrivato grazie alla pressione sui social, ma l’emorragia dei vecchi è ancora in corso. La magia non sta più in questo fumetto, se n’è andata da un bel po’, da prima di Recchioni. 🙁

  2. MarcoP ha detto:

    Ho appena finito di vederlo, dopo tanto tempo che mi ero ripromesso di farlo, e questo articolo capita a fagiolo; anche se speravo di trovarci una qualche “chiave di lettura” del film dato che mi piacerebbe capire se mi sono perso qualcosa di particolarmente importante o se, come tutti, dovrò fare affidamento al mio modo personale di interpretarlo.
    Ho appena scoperto il sito e sono molto intrigato dato che condivido la passione del retrogaming. Ciao!

    • Simone Guidi ha detto:

      Chiave di lettura dici? Eeeh, qui si entra nella testa di Sclavi ed è tutto dire. La sceneggiatura, così come il libro, gioca molto sul concetto di identità, anzi, sembra una storia sull’identità scritta da un adolescente senza identità in crisi di identità.
      Ti spiego: Francesco, sia nel libro che nel film, vive in maniera totalmente apatica e priva di emozioni, senza una reale identità, appunto. L’unico momento in cui sembra provare qualcosa è quando incontra LEI, che non ha neanche un nome ‘sta tipa, ma rappresenta un concetto generico di donna…LEI. Francesco vive il rapporto come fosse un adolescente, si innamora di LEI a prescindere dal fatto che sia una puttana, una santa o qualsiasi altra cosa. Diciamo che si innamora idealizzandola (come succede agli adolescenti) e per come gli piace vederla piuttosto che per quello che LEI è veramente. Ecco, a parte la love story, però, lui resta sempre un pezzo di ghiaccio per tutto il film. Resta insensibile anche davanti alla fine del suo migliore amico, vedi tu.
      L’unico reale momento in cui sembra voler finalmente trovare un’identità è quando decide di andarsene, ma ovviamente non ci riesce perchè la strada non esiste, ecco perchè (nel film) si è scelto di fare l’identity switch con Gnaghi. In mancanza di una nuova identità di cui appropriarsi, tanto vale scambiarsela con Gnaghi, almeno sarà un cambiamento 😉 Che dici? Questa potrebbe essere una buona chiave di lettura?
      Felice che il blog ti sia piaciuto. Resta sintonizzato.

      • MarcoP ha detto:

        Come chiave di lettura mi sembra convincente. O perlomeno, mi hai sicuramente fatto considerare cose che non avevo considerato in precedenza. Suppongo che in un film come questo, così come ho scritto nel commento precedente, le verità si intreccino e come dici giustamente tu bisognerebbe entrare nella testa di Sclavi.
        In ogni caso non ero riuscito a vedere il film in maniera così unitaria e tematica e credo ci sia parecchia verità nella tua versione e a dirla tutta ciò mi fa valutare il film, che già mi era piaciuto, in maniera ancora più positiva. Sto terminando una videorecensione per YouTube dei dieci migliori film zombie (esclusi quelli di Romero) e ho messo questo in terza posizione: è così che mi sono ricordato il mio commento in sospeso su questo sito eheh.

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