Eravamo due amici al bar (e uno sputava fiamme) : Dragonheart

Quando nel 1996 uscì al cinema Dragonheart, gli effetti digitali del drago generato al computer vennero considerati innovativi. A livello tecnologico fu una specie di piccolo scatto in avanti come lo era già stato Giochi Stellari nel 1984.
Riguardarlo adesso, ai tempi della PlayStation 4, non impressiona più come prima, anzi, impressiona come possono impressionare i suoi sequel direct-to-video, il più recente dei quali, cazzarola, è uscito appena l’anno scorso.
Quando andai a vedere questo primo, inimitabile film, avevo 24 anni e pensavo che Jim Carrey fosse l’uomo più divertente della terra, ero sicuro che le tette di Pamela Anderson fossero più genuine e cariche di valori nutrizionali di una forma di Grana Padano, e reputavo J-Ax un musicista ganzissimo che lottava contro il sistema. Quando avevo 24 anni, mi sbagliavo su un sacco di cose, ma su Dragonheart forse ci avevo visto giusto.

Stranamente, vi dicevo, non ho sbagliato su Dragonheart, visto che nonostante un’assenza di più di due decadi dalla mia vita e i molti gusti in continua evoluzione nel corso degli anni, ritrovo il film ancora guardabile, ma solo a patto che la mia sospensione dell’incredulità abbia subito un arrested development all’età di 14-16 anni, e il mondo in cui viviamo abbia ancora la Playstation 3 come stato dell’arte.
È quel tipo di film che si ritrova in ottima compagnia con produzioni tipo LadyHawke, ovvero: cappa, spada, magia, e buoni sentimenti, ma soffre del fatto di essere un precursore, un anticipatore di un certo way of cinema che adesso ci pare lo standard, ma 22 anni fa contribuiva non poco a far recitare da cani dei buoni attori che si ritrovavano, da soli, a fissare un paio di palle da tennis colorate pensando che fossero gli occhi di un drago.

A 3 anni di distanza da quella MINACCIA FANTASMA che alzerà l’asticella della Industrial Light and Magic e dei bravi attori che paiono cagnacci, Dragonheart, nel 1996, accanto a Dennis Quaid presenta un drago virtuale come co-protagonista, il quale è così ben realizzato che il cast umano affronta una battaglia in salita per eguagliare le sue qualità recitative.
Il regista, Rob Cohen, si spende molto nella sua realizzazione. Consapevole di star camminando sul filo della farsa e rimasto entusiasta dalla visione di Jurassic Park di Spielbergone nostro, decide di scommettere sulla nuova tecnologia CGI, mette da parte il pupazzame di Jim Henson inizialmente coinvolto nella prima fase di produzione, e va dritto dritto a suonare il campanello dei migliori nel loro campo, allo Skywalker Ranch, numero 5858 nella Lucas Valley, California, prego chiedere di George Lucas in portineria.

Quello che ne viene fuori, paragonato agli effetti speciali visti fino a quel momento al cinema, è strabiliante. Un drago incredibilmente presentabile per l’anno domini 1996, ma anche un drago che, nella versione originale, parla con la voce di Sean Connery e, soprattutto, RECITA come Sean Connery.
Una volta ingaggiato il prestigioso attore per doppiare la creatura, la ricerca della perfezione (e la paura di fare una grossa figura di melma) spingono Rob Cohen a visionare la filmografia completa di Connery e catalogare, in una videoteca privata, i momenti più emotivamente segnanti della carriera dell’attore. Una volta trasmessa la videoteca agli ingegneri della ILM, questi ultimi non dovevano fare altro che pescarci dentro per riprodurre l’aspetto e le movenze del drago. Per esempio: serve che il drago sia incazzato e pronto al combattimento? Bene. Andiamo a prendere la videocassetta con l’etichetta “Sean Connery incazzato” e vediamoci lo spezzone in cui si mena con Goldfinger. La faccia e le movenze del drago saranno quelle.

Il drago quando riconosce il Dottor No

La trama, per quelli che non si vanno a rivedere i film vecchi di 22 anni, è la seguente:
Il principe Einon è figlio di un tirannico re ed istruito dal nobile cavaliere Bowen (Dennis Quaid), che non solo gli insegna le vie della spada, ma anche l’onore e il rispetto contenuti “nell’antico codice”. La speranza di Bowen è che Einon un giorno sarà un re migliore di suo padre.
Dopo una battaglia in cui il Re ne esce morto e il principe moribondo, la regina fa un accordo con un drago per salvare la vita del proprio figlio. Il drago dona a Einon un pezzo del suo cuore con la promessa che, una volta ristabilito, il giovane regnerà con compassione e virtù. Ovviamente, tutto questo non si verifica, e dodici anni dopo ritroviamo Einon più malvagio e assetato di sangue di quanto era suo padre.
Nel frattempo, Bowen, accortosi che il suo allievo si è trasformato in un vero stronzo, ha abbandonato la corte, rinnegato il suo cavalierato, ed è diventato un ammazzadraghi di professione perché desideroso di vendetta e sicuro che sia stato il cuore del drago a corrompere il suo buon allievo.  Dopo anni di uccisioni di draghi, Bowen si troverà ad affrontare l’ultimo rimasto, proprio quello che ha donato mezzo cuore al suo adorato allievo.

 

Prodotto da Raffaella De Laurentiis e più adatto a un pubblico giovanissimo che può identificare Draco (così si chiama il drago nel film) con un gigantesco giocattolo volante, Dragonheart ha la grande sfortuna di essere uscito nei cinema con dieci-quindici anni di ritardo. Gli spettatori più scafati (leggasi anche VECCHI) non esiteranno a definirlo perfetto per essere collocato nella prima metà degli anni ’80, quando i brufolosi venivano investiti da una vera e propria ondata di film di cappa e spada e stregoneria che si riversavano nelle sale con cadenza puntuale. Immaginarselo in scia a Conan, Krull, Willow o Ladyhawke non è poi così difficile. Purtroppo, nel 1996, quella grande finestra si era ormai chiusa e si sarebbe riaperta solo nei primi anni 2000 con l’avvento de Il Gladiatore e Il Signore Degli Anelli. Sebbene non avesse fatto male al botteghino, negli anni ’80 Dragonheart avrebbe potuto fare molto meglio, e sarebbe stato celebrato nel mosaico nerd delle produzioni del periodo. Invece cade a metà degli anni ’90, quando non molti spettatori sono ancora interessati a nobili cavalieri, spade, draghi parlanti, e storie ambientate in tempi antichi.
La critica lo stronca senza tanti complimenti, ma il consenso generale arriva dal fatto che sia visivamente sbalorditivo.
Pur non essendo il primo personaggio CGI sul grande schermo, Draco è considerato il primo drago virtuale mai apparso in un film. Il concept è stato anche adattato in una serie di videogiochi per PS1 e Sega Saturn che sono stati malamente ricevuti a causa della scarsa giocabilità e una grafica pessima.
Personalmente, l’ho comunque rivisto con piacere in quanto, vuoi tutte le parrucche imbarazzanti utilizzate sul set, vuoi il plot leggerissimo, si guadagna lo status di cult facendo doppiare la voce di Draco a Gigi Proietti e, si sa, qualsiasi cosa con Gigi Proietti dentro è automaticamente cool.

E questo, signori, è UN VERO STRONZO

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *