E oggi andiamo al Luna Park, che la bambina si diverte tanto

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Se il PD comprasse Messi vincerebbe le elezioni, e se tu inventassi una lavatrice che oltre a lavare i panni, li stira anche, guadagneresti quella vagonata di paperdollari che ti permetterebbe di comprarti una spiaggia privata su un atollo delle Bahamas. Perchè alla fine la spiaggia, per uno come te che è nato e ha vissuto gran parte della sua vita in una ridente località balneare come Viareggio, è l’unico posto dove si desidera andare in una domenica pomeriggio di fine Agosto. Quando non c’è più il carnaio di appena una settimana prima, il mare è più pulito e le donne sono ugualmente svestite e unte d’olio. E poi il cielo…QUEL CIELO di fine estate da ammirare. Senza una nuvola che lo turbi e con incastonato quel sole pallone proprio nel mezzo, grosso così, mentre la temperatura dell’aria è talmente alta da fondere il titanio. Ecco. Questo è tutto quello di cui ha bisogno uno come te: il mare.
E infatti oggi andiamo tutti quanti al LUNA PARK!

Vabbè, terremo duro anche stavolta. Saltiamo dentro la macchina che si parte. Intanto però, dall’autoradio, Andrew Strong canta questo pezzo per solidarietà:

 

Arrivo a Lucca senza problemi, non c’è nessuno per strada e se c’è qualcuno marcia nella direzione contraria alla mia. Forse che tutti se ne stanno andando al mare? Non ci voglio pensare e stringo di più il volante tra le mani. Sono già arrivato e il parcheggio è semideserto ché se mi girava ci potevo stendere il plaid e schiacciarci un pisolino.
La bambina è spaesata ma, in lontananza, le musichette delle giostre esercitano su di lei lo stesso effetto del canto delle sirene sui marinai. La guardo e riconosco sul suo visino le espressioni della madre quando viene a sapere che c’è una svendita nelle vicinanze. A breve individuerà l’obiettivo e ci si proietterà come un siluro.
L’ingresso è presidiato da un venditore di zucchero filato che probabilmente è morto 4 giorni fa ma nessuno se ne è ancora accorto. Fissa l’infinito con occhi vitrei mentre gli passo accanto e gli invidio un po’ l’indifferenza con cui indossa il suo buffo farfallino.
Il tempo di muovere il passo sul terreno ghiaioso e già i primi sassolini mi si infilano nelle infradito, conficcandosi sotto la pianta del piede, ché io sono un viareggino d.o.c. e d’estate vado SEMPRE in giro con le infradito. Ci vado ovunque con le infradito, ci vado anche sulle Dolomiti con le infradito, poi arrivo al Luna Park di Lucca e rimpiango di averle ai piedi perché mi si infilano i sassolini.
Dentro il perimetro c’è vita. Non c’è la folla urlante della spiaggia libera agostana ma non ci sono neanche le siepi rotolanti tipo Far West. È vivibile, certo, ma fa caldo. Troppo caldo.
La prima giostra dove andiamo a sbattere è IL BRUCOMELA.
«Ma che bello il brucomela, eh!? Ti piacerebbe salirci?» Domando a mia figlia che lo guarda in estasi.  Lei annuisce quasi timida e con quello si guadagna l’accesso al primo dei diecimila giri di Brucomela che si vorrà fare in quell’afoso pomeriggio.
Sudo come nel bagno turco mentre aspetto che moglie e figlia si scrostino dai sedili dell’ottovolante. Mi guardo intorno e prendo coscienza di quanto non conosca assolutamente nessuno. La cosa mi tranquillizza ma nel frattempo noto il tatuaggio di una chiattona che solca le acque nelle vicinanze. C’è la seria possibilità che sia la faccia di Justin Bieber ma ti rifiuto di crederlo. Le note di “Azzurro” mi strappano via da quell’incubo e scopro che mia figlia è scesa dal Brucomela e adesso è in cerca di un’altra giostra su cui sballarsi.

 

Ora, però, è il mio turno di portarla sulle giostre e lei punta una specie di polpo semovente che gira; ha delle piccole astronavine alle estremità.  Il tempo di piazzarci dentro e partire che un urukai, dall’astronave accanto alla nostra, lancia una serie di imprecazioni all’Altissimo talmente forti che le hanno sentite pure dalla stazione spaziale internazionale. Il precedente passeggerino della sua astronavina ha sparato una pisciatina nell’abitacolo e il Bovaro ci si è messo a sedere sopra. Mentre tappo le orecchie alla mia mini-me e la distraggo con discorsi di cui non ricordo il senso, lui maledice il genere umano per almeno le prossime 4 generazioni.
Una volta concluso il viaggio interplanetario ci siamo mossi passeggiando tra le attrazioni. È incredibile quanto il mestiere del giostraio abbia così tante cose in comune con quello del D.J., o forse è viceversa? Boh? Chissà? Non so. Intanto incrocio portatrici sane di culi grossissimi e sudo come una bestia.
La Carrà  canta “Ballo ballo” mentre mi avvicino a un’attrazione con degli scivoli d’acqua e un fresco, invitante colore azzurro mi innesca una frenesia acquatica incontrollabile.

 

Senza pensarci prendo la bambina e vado a fare il biglietto. Mia moglie non ha il tempo di dirmi niente che già sono entrato. Solo quando ho capito che mi stavo arrampicando in cima a uno scivolo Kamikaze con una bambina di 3 anni ho cominciato a dubitare di quello che stavo facendo.
E se prende paura? Se la traumatizzo? Se rimane MUTA per la vita? ho pensato. Ma il tutto è durato poco più di un nanosecondo che già mi stavo accomodando sulla navetta con mia figlia saldamente ancorata addosso. Pronti, via!

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L’impatto con l’acqua è fortissimo, mi fa battere i denti. Mia figlia viene sballottata come fosse una bambola di pezza. Ho pensato: Mio Dio. Cosa ho fatto?
Ma quando la navetta si arena per farci scendere, la pargola ride come una matta. È euforica e non c’è verso di staccarla dal suo posto. Le è piaciuto, non ci sono dubbi, e ne vuole ancora. Tiro un sospiro di sollievo e penso che per stavolta la sua giovane e fragile psiche ne è uscita intatta.
Una cosa molto positiva di quella giostra è che, sia io che mia figlia, adesso siamo completamente zuppi e almeno non sudiamo più.
Dopo aver provato varie altre giostre tra cui il mini calcinculo dove la giovane rampolla ha raggiunto il Nirvana, ci siamo decisi a tornare a casa.
Stavo uscendo quando le note di “Via” di Claudio Baglioni mi richiamano verso un chiosco di tiro al bersaglio. Una ragazzina con le unghie lunghissime sta dietro il banco e armeggia con uno smartcoso, biascicando una gomma come un cammello uzbeko.

Mentre mi avvicino lei alza lo sguardo verso di me e mi fissa minacciosa, continuando a biascicare con il telefono stretto in mano e il dito ancora premuto sullo schermo. Ho chiaramente interrotto una delle sue chattate più sentite. Faccio dietro front rientrando nei ranghi e mi concentro sul come convincere la mia giovane erede a lasciare quel bellissimo inferno di balocchi.
Ora che sono finalmente sulla strada del ritorno penso che forse non è stata una brutta giornata. In fondo mi sono anche divertito e senza i Luna Park gente come Baglioni, la Carrà e Celentano non beccherebbero un cazzo di diritti d’autore.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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