Electric Dreams: musica e onnipotenza immaginaria dei computer negli anni ’80

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L’altra notte ero lì che cazzeggiavo sulla pagina di Retrogames Machine di facebook e mi sono infognato in una virulenta discussione sulla musica elettronica negli anni 70/80. Come d’incanto mi è venuta in mente una canzone e subito dopo il film a cui faceva da colonna sonora. Indubbiamente, a rivederlo adesso, il filmettino è abbastanza scrauso, ma a quei tempi faceva la sua porca figura, come del resto la fecero anche altri titoli eighty tipo “Fandango” e “Breakfast Club” che se uno li riguarda ora gli viene il magone un po’ perché si rende conto di quante cazzate si beveva da ragazzino, e un po’ perché, in fondo, quelle cazzate avrebbe voglia di ribersele anche oggi ma proprio non ci riesce. Personalmente penso che sia un piccolo cult, magari poco conosciuto e senza grandi volti noti, ma con una straordinaria colonna sonora. Lasciate quindi uscire il Raj Koothrappali che è in voi e piangete guardando questo film vintage. È commovente per il suo essere ferocemente anni ’80, e lo è ancora di più nel mostrarvi qual’era la percezione dell’informatica e dei computer a quei tempi. Madame e monsieur ecco ELECTRIC DREAMS.

A qualcuno, nel 1984, viene in mente un’ideona straordinaria: fare un film unicamente per fini di promozione commerciale. Sarebbe stato un bel film romantico, mirato ai teenager con gli ormoni in subbuglio, con una dose massiccia di “product placement” tecnologico e una colonna sonora zeppa di musica Ggiovane.
Quel qualcuno è la Virgin Records, che al tempo è proprietà della EMI. Alla Virgin sono gente che di musica e giovani ne fa pane quotidiano, e per dirigere questo progettino Ggiovane serve un regista Ggiovane. Chi altri se non Steve Barron, regista di videoclip di culto come “Take on me” degli A-Ah, Billie Jean di Micheal Jackson, Rough Boy degli ZZ Top e millemila altri può espletare al meglio questa funzione?

 

Barron, che sa bene come funzionano certe cose (e il fatto che una major discografica finanziasse il tutto aiutava) ritiene che la colonna sonora debba essere un fattore cruciale per la riuscita del film. L’anno prima, infatti, un altro film di nome “Flashdance” è stato numero uno al botteghino e in vetta alle classifiche discografiche con una fantastica colonna sonora firmata in gran parte da un certo Giorgio Moroder che, anche se ha due baffi tarri che levati, sembra essere un produttore con i contro maroni. Detto, fatto. Parte una chiamata intercontinentale per l’Italia e un telefono squilla a Ortisei: «Pronto? Giorgio? Che fai, vieni?» Moroder viene lestamente reclutato.
La colonna sonora, quindi, è particolarmente curata ma, per il finale del film, Barron vuole un pezzo veloce ed “emozionale” come lo era stato “What a feeling” per “Flashdance”, così Moroder si mette al lavoro di gran lena e partorisce “Togheter In Electric Dreams”. Una canzone che corrisponde alle aspettative ma che necessita di un cantante che la possa interpretare come Dio comanda. Il problema non si pone dati i numerosi contatti di cui Barron dispone nel mondo della musica: «Pronto? Phil? Che fai, vieni?» E il cantante degli “Human League”, Philip Oakey, viene tirato a bordo.

Il tizio con i capelli phonati boss della radio è Giorgio Moroder
 

Tralasciando un attimo la colonna sonora, possiamo dire che il soggetto della pellicola è quello della più classica delle commedie romantiche; il triangolo tra lui, lei, e l’altro, solo che l’altro non è un uomo ma una macchina, un computer per l’esattezza. Ecco la trama zippata:
Miles è un architetto abbastanza sfigato e negato per la tecnologia. Un giorno, dopo che tutto il mondo gliene parla bene, decide di comprarsi un computer. Sulle prime il suo rapporto con la macchina è parecchio freddino ma poi, imparando ad usarla, si lascia prendere la mano al punto da affidargli il controllo di tutta la sua casa tramite sensori, microfoni e videocamere. Una notte succede l’irreparabile e Miles versa una boccia di prosecco direttamente dentro il PC. Che accade? ( Reggetevi ) Tutti i normali PC sarebbero andati nel paradiso del silicio, MA QUESTO NO! Questo ritorna dal mondo della raccolta differenziata dotato di autocoscienza e sentimenti umani. E proprio in virtù di questi ultimi, comincia a fare il filo alla vicina di casa, quella per cui Miles sbava e che vorrebbe tanto fare sua biblicamente. Lei è la bellissima Virginia Madsen ( sorella di Michael ) che al tempo faceva lavorare in falegnameria gli sbarbati della mia età.

Ciao Virginia, per poco non costruivo Pinocchio

Ciao Virginia, per poco non costruivo Pinocchio

Le idee che rendono accattivante questo film sono, a mio parere, due: A)Lo stile videoclip supportato da brani musicali che poi hanno avuto successo individualmente, e B) Il terzo incomodo in formato elettronico che a volte assume una connotazione addirittura diabolica. Certo, alcune trovate ora sembrano inverosimili e bizzarre, ma il suo fascino così particolare, molto legato agli anni ’80, le fa dimenticare. È un film leggero ma simpatico che si rivede sempre con piacere.

 

Notevole è la quantità di retro informatica che si può ammirare durante la scena in cui Miles decide di acquistare un computer. Dentro al negozio è possibile vedere dei pezzi che allora erano l’avanguardia della tecnologia, e adesso è roba da collezionisti nostalgici e muffosi, tipo me.

Una bella torre IMAGIC, per esempio

Toh! C’è pure un Commodore 64!

 

Un trittico Atari, Apple, IBM

C’è da dire un’ultima cosa riguardo a Electric Dreams. Non fu uno strepitoso successo ma neanche un clamoroso fiasco. Semplicemente galleggiò, riuscendo a coprire le spese con buona pace di tutti. Discorso diverso invece per la colonna sonora. Quella fu uno successo internazionale contenente brani perla dei Culture Club, Heaven 17, e su tutte la bellissima “Together In Electric Dreams” di Moroder & Phil Oakey. Soprattutto quest’ultima riuscì addirittura ad eclissare completamente il film a cui apparteneva.

 

Che altro dire? Una Virginia Madsen bella, giovane e brava (sospiro), e un film simpatico e piacevole, con una storiellina gradevole che lascia il sorriso a visione conclusa.
Che piaccia o no, merita guardarlo anche solo per lo spirito puramente eighty e, soprattutto, la colonna sonora.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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8 Responses

  1. Stefano ha detto:

    Complimenti davvero!!! Amo gli anni 80 e tu sei davvero una biblioteca… anzi, di più… una videoteca, no! Un incredibile raccoglitore di notizie che spaziano da un campo all’altro!!!
    Grazie per il tuo lavoro enciclopedico!
    Stefano

  2. Filippo ha detto:

    “Ciao Virginia, per poco non costruivo Pinocchio” mi ha fatto morire.

  3. the Joker74 ha detto:

    Santo cielo cosa mi hai fatto ricordare 😮

  4. Lorenzo ha detto:

    Sulla locandina, a caratteri cubitali: LUI, LEI E IL COMP-I-UTER. 😀
    Film carino, lo vidi per la prima volta un paio di anni fa (pur conoscendolo fin dagli anni ’80), a tratti però leggermente soporifero.
    Ma forse avevo mangiato troppo 😀

    • Simone Guidi ha detto:

      🙂 Lorenzo, hai colto perfettamente lo spirito. L’errore sulla locandina italiana ti restituisce la misura di quanta ignoranza stava dilagando in Italia nei confronti di tutto ciò che era tecnologico o, più semplicemente, anglofono. Sempre sul poster italiano, però, voglio richiamare la tua attenzione sulla mano virtuale del compIuter che sta palpando il culo alla tipa ( che non somiglia per niente a Virginia Madsen).

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