Eravamo soltanto amici PREQUEL: IL SACCO DI MERDA COL BUCO parte 1 di 3

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The Gin Tonic Incident

The Gin Tonic Incident

Finalmente mi sono deciso. Eh si. Vi rifilo anche il terzo e ultimo prequel del romanzo “Eravamo soltanto amici”. Se nel primo prequel il calendario segnava data 1983 e nel secondo prequel 1989, qui ritroviamo tre dei quattro amici in data (stellare) 1996.  Sono passati sette anni, tanti, e sono accadute un sacco di cose, troppe. Chi ha letto i capitoli precedenti sa che il rapporto tra Gianni e Michele è sempre stato abbastanza burrascoso ma mai fino alla rottura definitiva. In questa storia però, accade qualcosa di abbastanza importante. Che dite? Volete sapere che cos’è? Beh, allora procediamo. Siete pronti a farvi guastare l’umore per il resto della giornata? Andiamo. 

0. Anno due

Nel parcheggio, il gruppo di ragazzi si aprì e lentamente gli si dispose intorno.
Michele Farnocchia, con il volto contratto in un ringhio, impugnava il casco integrale con la mano destra tenendolo saldamente per la mentoniera.
«LO VEDI QUESTO?» urlò protendendolo minacciosamente in avanti. «GUARDALO BENE CICCIONE MERDOSO PERCHÈ ADESSO VENGO LI’ E TI CI APRO LA TESTA»
Quella minaccia era stata indirizzata a Gianni Serafini, il quale per la prima volta nella vita sperimentò la consapevolezza di aver paura dovendo affrontare morte certa.
Ma anche stavolta, chi vorrà raccapezzarsi in questa terza e ultima storiella, dovrà cominciare dall’inizio.

1. Festa in collina

Nel 1996, sette anni dopo la notte dei nani volanti e tredici dopo il giorno del minotauro, ero ormai prossimo a concludere il mio percorso universitario. L’anno successivo avrei conseguito la laurea in ingegneria elettronica con il massimo dei voti, due anni più tardi mi sarei trasferito in via definitiva a Milano.
Nel frattempo il mondo aveva continuato a girare sempre più in fretta e le cose a cambiare a velocità vertiginosa.
Erano stati inventati i lettori CD, e computer sempre più potenti si erano diffusi nelle case di chiunque. L’ultima frontiera, in quel momento, sembravano essere i telefoni portatili. Se ne cominciava a vedere qualcuno in giro, principalmente all’orecchio di professionisti spregiudicati e imprenditori rampanti. Mai avrei pensato che in pochissimo tempo si sarebbero diffusi come un cancro modificando radicalmente il modo di comunicare tra le persone. Meno che mai avrei immaginato di possederne uno tutto mio nell’immediato. Erano grossi, ingombranti, e costosi da mantenere, e io non sarei mai riuscito a superare l’imbarazzo di girovagare per la città con una ciabatta appiccicata all’orecchio, parlando da solo come un folle.
E mentre la notizia del virus della mucca pazza imperversava sui giornali e i Ramones si scioglievano suonando per l’ultima volta a Los Angeles, di noi ormai vetusti costruttori di capanne era rimasto solo un pallido ricordo tenuto in vita da qualche incontro occasionale di quando in quando.
Ognuno aveva infine scelto di percorrere la propria strada, com’era giusto che fosse, frequentando nuove compagnie, facendosi nuovi amici e tessendo nuove relazioni.
Quando riuscivamo a ritrovarci era puntualmente per caso, in occasione di feste o eventi organizzati.
In una città piccola e provinciale come Riovaggio, i luoghi in cui la gente convergeva erano pochi e sempre gli stessi. Uno di questi era, storicamente, la villa in collina dell’ex-sindaco Freddolini per la tradizionale festa di fine estate.
Il figlio del sindaco, giovane rampollo di una famiglia con la politica nel sangue, aveva una passione per il surf, e ogni anno, verso la fine di settembre, organizzava una grande festa, invitando tutti i suoi compari surfisti e gli amici degli amici.
Non era richiesto alcun invito specifico e non c’era nessun genere di controllo all’ingresso, la somministrazione di alcolici era gratuita e la musica non soggetta a controlli acustici o SIAE. Va da sé che gli imbucati fioccassero come una tormenta di neve in alta quota, ma al figlio del sindaco questo non importava, lo spazio era tanto e il posto isolato. Un catering provvedeva ad allestire il tutto, far sparire le cose di valore dalla villa prima, per poi gestire il party e rimetter tutto a posto alla fine. Non c’erano neanche problemi di parcheggio perché tutta la collina era di proprietà della famiglia e all’occorrenza gli uliveti tutt’intorno si trasformavano in enormi parcheggi. Il tutto senza badare a spese, tanto pagava papà, anzi… pagavano i cittadini contribuenti visto che a quella famiglia scorreva la politica nel sangue.
Anche quell’anno la festa si svolse regolarmente, io ero venuto a conoscenza della fatidica data e contavo di andarci per testimoniare la mia fedeltà al Dio divertimento.
Arrivai alla villa intorno alle undici di sera in compagnia di Flavia, la mia ragazza del periodo. Molte auto erano già in sosta tra gli alberi, ma la collina era grande e mi ci volle poco per trovare un degno ricovero alla Fiat Punto di mio padre.
Il rimbombare della musica fra gli ulivi ci guidò a destinazione.
Villa Freddolini era stupenda, una costruzione in stile moderno arroccata sulla collina, con una splendida vista sulla costa e, ovviamente, sul mar Tirreno. L’abbondanza di fiori e piante del giardino era messa in risalto dal bianco della tinteggiatura dei muri. C’era pure una piscina circondata da statue di marmo e numerosi gazebo a forma di limone per la somministrazione di alcolici. E naturalmente c’era tanta gente.
Tutti i figli della Versilia “da bere”, giovani e non, erano presenti con la loro opportuna e più o meno artificiosa puzza di gioventù. Sì, perché di puzza si trattava ormai, contaminata com’era da profumi dozzinali e colonie di ogni tipo, e ostentata con l’ansia piena di aspettative di chi teme di invecchiare.
Era una miscela umana tra surfisti e fighetti quella che mi si parò davanti. Due categorie apparentemente incompatibili tra loro ma, in quel frangente, stranamente in armonia. Ragazzotti con acconciature grondanti gelatina, curate fino all’ultima ciocca, si ritrovavano fianco a fianco a selvaggi capelloni scapigliati tinti di biondo. I completi di Armani facevano a pugni con le coloratissime magliette della Quicksilver, mentre le scarpe Prada venivano calpestate da centinaia di infradito Reef.
In un certo senso, sembrava che un tassello di Grecia classica fosse stato prelevato e trapiantato sulla collina. Era una grande orgia dionisiaca dei costumi, forse non molto licenziosa sessualmente ma decisamente trasgressiva negli stili.
Flavia sembrò gradire subito l’atmosfera e in mezzo a tutta quella confusione ritrovò anche delle vecchie amiche alle quali si aggregò entusiasticamente.
Io, invece, non ero proprio in vena. Avevo pensieri che mi rimbalzavano all’interno del cranio come rondini intrappolate in una soffitta.
Mi appropinquai al primo gazebo che vidi. Mi misi a sedere su uno sgabello e chiesi un Gin Tonic alla piacente barista.
Erano appena le undici e mezza quando cominciai a bere, scoprendo quasi subito che forse quello sarebbe stato l’unico lato divertente dell’intera serata. Era utile, anestetizzava e mi rendeva leggero. L’unico problema era che, bicchiere dopo bicchiere, le rondini nella testa si trasformarono in corvi, e continuando a mutare, presero infine la forma di enormi avvoltoi che si appollaiarono sulle mie spalle.
Naufrago in quel mare d’alcool, fu per me come aggrapparsi a un provvidenziale salvagente il veder sopraggiungere Marco dal folto dei festanti.
«Michele! Sei proprio tu?» disse venendomi incontro con un’espressione di sincera meraviglia.
Mai visione mi poteva essere più gradita in quel momento. Tentai di alzarmi dallo sgabello per andargli incontro ma scoprii di aver già bevuto troppo per tentare un’impresa di tale portata atletica.
«Sciao Marco, che piascere vederti, accomodati!» risposi strascicando un pochettino le “c”.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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