Eravamo soltanto amici PREQUEL: IL SACCO DI MERDA COL BUCO parte 2 di 3

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BLABLABLA

Avete notato che a volte le discussioni più profonde vengono fuori quando uno è ubriaco? La vita, l’universo e tutto quanto vengono preferibilmente messi in discussione quando i sensi sono annebbiati. Quando la mente è offuscata dai fumi dell’alcol o dai fumi e basta. È un bel paradossso, nevvero? Come quando i gruppi musicali più pesanti e TALLI riescono a sfornare le ballad più romantiche e smielate, tipo i METALLICA che compongono “Nothing else matter“.  Vabbè và, dopo questa veloce riflessione, vi dico che se la prima parte di questo prequel era pura intro, questa seconda parte verte proprio su questo argomento: LE ALTE RIFLESSIONI. Gianni Serafini si fa vivo con il suo solito charme, quello che ti imbarazza tra il dargli un pugno in faccia o il far finta di niente. In poche parole: tutto come al solito. Oh, il prossimo prequel sarà l’ultimo eh?! Dai che non fa male!

2. Marco

«Quanto hai bevuto?» mi chiese sedendosi accanto a me.
Lo trovai come sempre in gran forma. Si era tinto i capelli di un biondo chiarissimo e questo gli metteva in risalto l’abbronzatura. Presi com’eravamo a correre dietro alle nostre vite, non eravamo riusciti a sentirci per tutta l’estate. Mi sentii un poco in colpa per questo, ma non lo diedi a vedere.
«Solo un po’. Tu invece sei passato dal parrucchiere!»
«Un po’?! Ma ti senti quando parli? Dio mio, gioia, spero che tu non debba guidare per tornare a casa.»
«Naaa. faccio guidare quella là» dissi indicando con il pollice sopra le mie spalle. Lo feci un po’ come si può fare quando si getta indietro il sale in un rito scaramantico.
«Chi?»
«Quella là» ripetei ruotando sull’asse dello sgabello e puntando l’indice oscillante verso una non ben precisa posizione in mezzo alla folla. «Vedi quella bella stangona mora che se la ride circondata da altre valchirie simili a lei? Ecco, lei è Flavia, quella che mi porto a letto al momento, ed è sempre lei che guiderà la macchina. Frequenta giurisprudenza!» Sorrisi beatamente dicendolo.
«Ma bravo! Una nuova fidanzata!? Ogni volta che ti incontro ce n’è una diversa! Quand’è che ti deciderai a mettere la testa a posto?» disse ironico.
«Seee. Fidanzata, che parolone. Per ora siamo soltanto amici. Il giorno che mi fermerò con una ragazza vorrà dire che me la sposo e ci faccio un figlio. Tu, piuttosto? Con chi sei venuto?»
Marco scrollò le spalle puntando i suoi occhiali tondi sulla folla. «I soliti noti. Noi gay dobbiamo fare gruppo lo sai. Così ci difendiamo meglio dai voi cattivissimi etero.»
Rise sommessamente e ordinò alla barista una caipiroska alla fragola.
«Mi fa piacere che sei allegro. Io stasera proprio non riesco a ingranare, ho dei pensieri che non mi lasciano in pace.»
«Davvero? E dimmi su, cosa ti affligge così tanto da inchiodarti qui, tutto solo su uno sgabello a bere, invece di essere laggiù con la tua stangona a dimenarti ?»
Ficcai il naso dentro al mio bicchiere di gin tonic trangugiandone una grossa sorsata e poi rimasi a osservare quello che ne rimaneva agitarsi sul fondo, come se ci potessi veder riflesso uno scorcio del mio futuro.
«Ormai mi mancano due esami alla laurea, dopo dovrò cercarmi un lavoro. Qui a Riovaggio non ci sono grandi prospettive per un ingegnere elettronico con indirizzo aeronautico. Dovrò per forza andarmene se voglio lavorare per quello che ho studiato.»
«E questo è un grosso problema? Figurati! Mi ero immaginato chissà cosa…»
«Non capisci. Dovrò lasciare tutto! La mia famiglia, gli amici. Andarmene da Riovaggio per chissà quale altro posto.»
«E allora?»
«Allora non so se ne vale la pena. Tutta la mia vita è qui. Non voglio rinunciarci!»
Marco fece ciondolare il capo sul bancone e i capelli gli coprirono il viso in un’uniforme tenda gialla.
«Ma per favore?! Cosa vuoi che conti per uno come te? Sei la persona più capace e determinata che io conosca! Ovunque tu vada riuscirai sicuramente a guadagnarti la tua fetta di successo. Ma guardati intorno?! Qui non c’è nessuno che valga neanche un decimo di quanto vali tu. Cosa ti aspetti di fare rimanendo ancorato a questo posto? Il bagnino? Il cameriere? L’operaio in un cantiere? Veramente un bel modo di sfruttare una laurea in ingegneria. Bravo!»
Ruotammo sugli sgabelli e ci trovammo entrambi a osservare l’orda dei festanti agitarsi a tempo di musica. A pensarci bene adesso, lo spettacolo mi fece una certa impressione. Mi ricordo che per un attimo pensai che in una situazione come quella qualcuno avrebbe dovuto compiere degli studi antropologici per cercare una conferma alla teoria dell’evoluzione Darwiniana.
Poi continuò: «Questa città vive d’estate, Michele, sei mesi all’anno, per il resto è il coma fino all’anno successivo. Vuoi veramente vivere come fanno tutti gli altri? Facendo un lavoro banale che detesti e aspettando i fine settimana per poterti ubriacare e vantartene al bar di lunedì? Aspettando i turisti tutto l’inverno per poi dire che sono una gran scocciatura d’estate? Non hai neanche appoggi politici, in famiglia non hai preti, né compagni né camerati. Come faresti a costruirti una vita dignitosa qui? Rimarresti imprigionato in questo eterno giorno della marmotta dove puoi solo ambire al titolo di manovale più acculturato dell’intera Versilia.»
Lo guardai di traverso, l’alcool mi rendeva le palpebre pesanti. Presi una gran boccata d’aria e la ricacciai fuori dai polmoni con un solo lungo sospiro. Era orribile quello che mi aveva detto. Orribile, ma innegabilmente vero. «Forse hai ragione, dovrei accettare questa prospettiva e mandare al diavolo le mie paure.» Dissi prosciugando definitivamente il bicchiere e gettandolo sul tavolo.
«Questo è ragionare! Cosa vuoi che conti questo luogo in fondo, quando potresti, come minimo, andare a stare in posti come Roma o Milano. Oddio Milano, piacerebbe anche a me viverci. Magari anche lavorarci! Poter aprire una boutique in via della Spiga, che sogno!» sospirò sorseggiando il suo drink.
Rimanemmo impietriti sui nostri sgabelli, uno in preda alle angosce di una scelta determinante, l’altro in balia dei propri sogni più reconditi. Ci separarono soltanto alcuni secondi di silenzio inquinati dagli schiamazzi della festa.
«Certe volte ti invidio sai? Hai sempre le idee chiare, riesci a cogliere tutti i lati di una situazione» gli dissi facendo cenno alla barista che un altro gin tonic era gradito.
Lui piegò il capo di lato, mi guardò e sbottò in una risata palesemente forzata, atona.
«Cosa hai detto? Tu invidi chi? Gioia mia, sei molto più ubriaco di quello che pensavo.»
«Dico sul serio!» insistetti incespicando nelle consonanti. «Hai una visione più completa delle cose. È un pregio che io non ho.»
Per tutta risposta, il suo volto si fece scuro.
«Non c’è niente da invidiare Michele. Almeno metà della gente presente a questa festa mi addita come il ricchione e mi canzona alle spalle, un restante quarto semplicemente mi ignora perché la presenza di quelli come me li mette a disagio, l’ultimo quarto non mi conosce ancora, e forse è meglio così, altrimenti potrebbe andare ad alimentare le altre due categorie. A casa non va meglio. Non parlo con mio padre da anni, mi detesta e pensa che infanghi il buon nome della famiglia. Il lavoro, se lo voglio, me lo dovrò creare da solo, dato che le mie esperienze da dipendente si sono dimostrate tutte discriminatorie. Dimmi, credi ancora che sia il caso di invidiarmi? Ah, dimenticavo, visto che siamo seduti accanto da più di un minuto, adesso tutti stanno pensando che sei gay anche tu.»
Mi guardò con un sorriso tirato, spaventoso, che non gli arrivò mai agli occhi.
Nell’atto di bere, con il bicchiere di gin tonic sospeso a mezz’aria, lo fissai senza parole. D’un tratto tutta la sua allegria se ne era fuggita con quella sintetica confessione, e un velo di tristezza, quasi palpabile, gli coprì il viso. Si tolse gli occhiali e si strinse gli occhi tra le dita.
Poggiai il palmo sulla schiena del mio amico.
«Marco» dissi, «va veramente così male?»
«Il solito, Miky, il solito. Niente di nuovo» concluse con aspra rassegnazione. Inforcò nuovamente gli occhiali, con quella affilata risposta mi fece chiaramente capire di voler chiudere il discorso. Io compresi.
Continuando a guardare i festanti, bevemmo i nostri drink. Non ci confidammo altro, non sarebbe servito a nessuno dei due. Forse era uno di quei momenti in cui l’amicizia tra due persone si misura dalla lunghezza dei silenzi, non lo so esattamente. So solo che i miei problemi erano ben poca cosa in confronto ai suoi e mi sentii stupido a lamentarmene.
Ma mentre stavamo osservando la calca disordinata, mi parve di distinguervi una fisionomia familiare proprio nel mezzo.
«Quello laggiù è Gianni!» dissi puntando per l’ennesima volta il dito nel mucchio.
Una corpulenta figura si stava facendo largo venendo nella nostra direzione. Ciabatte, bermuda piene di tasconi e una t-shirt con sopra stampato Jimi Hendrix che bruciava la chitarra al Monterey Pop Festival del ’67. Sì, da una prima analisi sembrava proprio lui, il suo stile era inconfondibile, una specie di divisa d’ordinanza. Lo sguardo mefistofelico alla Jack Nicholson pure. Si avvicinava con un sorriso malvagio e le braccia aperte.
«Ci ha individuato» disse Marco tra i denti.
«Speriamo che venga in pace» ribattei ironico.
Non appena fu vicino abbastanza da farsi udire, esordì dicendo:
«E allora?! Cosa combinano i miei due sacchi di merda preferiti?» E la cosa più triste fu il vedere che credeva fermamente nella simpatia della sua battuta.
«Buonasera anche a te, Gianni. Come va la vita?» rispose Marco facendo finta di niente.
Io, naturalmente, fui di tutt’altro avviso. «Cosa sarebbe questa storia dei sacchi di merda? Spiegamela un po’ simpaticone…»
Gianni rimase deluso dalla mia reazione. «Oh via, Farnocchia, era tanto per dire! Passano gli anni e ancora non riesci a trovare il senso dell’umorismo…»
«Certo che se me lo devi far trovare tu con le tue battute, campa cavallo…» lo rimbrottai seccato.
«Come vanno le cose, Gianni?» continuò Marco mitigando sul nascere la nostra più che probabile discussione.
«Bene, devo dire molto meglio di quanto mi aspettassi. È venuta un sacco di gente e gli affari vanno a gonfie vele. È prevalentemente serata di coca, è vero. Ma anche qualche spinello lo riesco a vendere bene. I surfisti sono buoni fumatori.» Così dicendo ci fece l’occhiolino cercando la nostra complicità.
Io non corrisposi la benché minima emozione, mentre Marco, invece, lo ricambiò con un fugace sorriso di solidarietà.
«Adesso devo andare» continuò «se non mi faccio vedere penseranno che me ne sono andato e questo fa molto male agli affari. Statemi bene sacchi di merda, e se avete bisogno di qualcosa sapete dove trovarmi, sarò qua in giro. Stasera ho della roba buona e gli amici li tratto bene.»
Detto questo, tornò a far parte della folla. Mentre si allontanava dispensava sorrisi e cenni di saluto a destra e a manca. Sembrava che una buona metà degli invitati lo conoscesse personalmente e l’altra metà fossero suoi parenti.
«Ecco uno che ha capito tutto della vita…» commentai guardandolo scomparire. «Chi sta meglio di lui? Con tutti questi nasi imbiancati in giro, stasera farà affari d’oro. È un venditore nato quello. Dico io, ma perché non si butta in politica? Con questi chiari di luna farebbe una brillante carriera…»
«Gianni è in gamba. Ci sa fare con la gente, è innegabile.»
«Sì, ma per me resta sempre uno stronzo. Ti sei già dimenticato di quanto è larga la sua boccaccia? Un attimo fa era qui a salutarci. Ammesso che lo abbia fatto per amicizia e non per il puro interesse di venderci qualcosa, ora potrebbe essere benissimo da qualche parte a dirci dietro peste e corna.»
Marco sorseggiò fino al fondo la sua capiroska e ci pescò dentro una fragola con uno stuzzicadenti.
«Andiamo, lo sai bene che è il suo modo di fare. Lo conosci da una vita, è sempre stato così. Se sei suo amico dovresti accettarlo. Non è cattivo in fondo, ha avuto una situazione familiare terribile, è solamente un po’…» e rimase sospeso in cerca di un termine appropriato per definirlo.
« … STRONZO!» finii io la frase per lui.
«Sì, va bene, è stronzo, ma rimane sempre un amico. Tu però hai bevuto troppo e stai prendendo questa cosa di punta. Dammi retta Miky, prendi la tua stangona e andatevene a divertirvi sul serio. Cercatevi una stanza, una piazzola isolata. Ovunque la troverete, fai guidare lei.»
Spinsi da parte il gin tonic e rivendicai i miei diritti di ubriaco inconsapevole:
«Ehi! IO NON SONO UBRIACO! Solo perché ho bevuto qualche bicchiere non ti permetto di trattarmi così…» Ricordo anche che tentai di drizzarmi in piedi per dare maggior enfasi alla mia affermazione, ma mi accorsi subito che lo stomaco si sarebbe rivoltando come un calzino e quindi mi lasciai cadere nuovamente sullo sgabello.
A Marco non sfuggì il goffo tentativo.
«Certo che non lo sei. Tu non sei ubriaco, assolutamente no!» disse ironico. «Allora per stasera fammi almeno il favore di smettere di bere per evitare di diventarlo. Da questo momento: finito, chiuso, out. Prendilo come un piacere personale. Lo puoi fare?»
Ci pensai un po’ su. Abbassai lo sguardo concentrandomi sulle mie scarpe e mi accorsi di avere difficoltà nel mettere a fuoco e vederne un solo paio. «Questo sì… questo lo posso fare» risposi sincero.
«Grazie!» fece Marco amorevole. «Senti, adesso devo andare. Ho i miei amici che mi aspettano e sta suonando un pezzo degli Wham! che mi piace da impazzire. Mi ha fatto piacere rivederti, cerchiamo di rimanere in contatto, ok? Fatti vivo. E ricorda, tu sei cento volte meglio di tutta questa gente messa insieme.»
Detto questo si defilò in direzione della folla trasportato via dalle note di “Club Tropicana”.
Io rimasi a guardarlo saldamente arroccato sullo sgabello. Per un attimo pensai anche di andargli dietro e fare due salti, ma il mio stomaco mi avvertì che non era il caso. Un conato acido risalì nella gola, riuscii a imbrigliarlo e rispedirlo giù al mittente.
Utilizzando quel poco di lucidità che mi era rimasta, realizzai immediatamente cosa fosse il caso di fare in quel frangente. E lo dovevo fare alla svelta.
Radunare tutte le restanti forze per riuscire ad alzarmi e trovare un posto decente dove poter vomitare tutto quello che mi stava rigirando le budella.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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