Eravamo soltanto amici PREQUEL: IL SACCO DI MERDA COL BUCO parte 3 di 3

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Con questa ultima parte si conclude anche l’ultimo prequel a “Eravamo soltanto amici”. La cosa bella-bellissima di questo romanzo è che è nato e cresciuto con mia figlia. Un giorno ho iniziato a scrivere che lei era nella pancia di sua madre da due mesi , e quando ho finito, Viola aveva un anno e mezzo.
A discapito del titolo di questo prequel, il romanzetto di cui sopra è certamente la mia opera più matura. Molto sentita e curata nei dettagli (per quanto uno che è nato e vissuto a Viareggio possa avere coscienza del vero significato della parola “dettagli”).
Le belle parole spese, di persona e sui loro blog, da quelli che lo hanno letto, mi hanno riempito il cuore di gioia. Grazie a tutti.
Nel suo voler essere un libro decente, mi sembra di aver capito che “Eravamo soltanto amici” deve aver fatto vibrare le corde giuste, ché alla fine, a quanto sembra, non ero l’unico fesso che aveva messo in discussione il proprio concetto di amicizia, voltandosi indietro e osservando un campo concimato.
Qualcuno mi ha chiesto quando scriverò il prossimo libro. Beh, mi sento di poter dire che la risposta possa essere mai più. Con tre libri sul groppone, la mia esperienza letteraria si chiude qui, dov’è giusto che si fermi, fintanto che scrivere mi fa sentire allegro, soddisfatto e anche un po’ triste. In compenso, ci sarebbe quella storia di RACCOLTA DIFFERENZIATA II che potrebbe…

3. Armageddon

Il liquame giallastro impattò il suolo. Gli schizzi caldi impiastricciarono le mie Adidas nuove, lambendo il bordo dei pantaloni all’altezza delle caviglie. L’odore era nauseabondo, e mi penetrò nelle narici stimolando un altro conato.
Piegato in avanti, con le mani sulle ginocchia feci il bis, e stavolta cercai il più possibile di non vomitarmi sui piedi.
Odio vomitare. E non credo ci sia nulla di più condivisibile e meno trasgressivo di questa banale affermazione. Tutto il tuo fisico si contorce avvitandosi intorno a quell’unico getto che una volta partorito ti lascia spossato, disidratato. Incapace di fare qualsiasi cosa che non sia respirare profondamente e aggrapparti a qualcosa per rimanere in piedi.
Ero fuori dalla lussuosa villa, nel parcheggio asfaltato immediatamente di fronte all’ingresso. Mi ero trovato un angolo buio tra una Rover verde scuro e una Bmw, e in quella alcova avevo reso l’anima, vomitando a più riprese tutto il mio bagaglio di inquietudine e alcool.
In barba al momento intimista che stavo vivendo, il parcheggio era gremito. C’era un intenso via vai di persone. Numerosi capannelli erano disseminati a caso, formatisi per i più svariati motivi. Vuoi per alimentare accese discussioni di calcio e politica, vuoi per portare a termine transazioni e consumazioni di droghe illegali.
Un filo di bava e vomito mi colò giù dalla bocca, allungandosi fino a terra con la stessa elasticità della tela di un ragno. Il mio rivoltante lavoro era finito, almeno per il momento. Mi pulii con un fazzoletto di carta e provai a rimettermi dritto.
Il mondo ondeggiava ancora, ma molto, molto meno rispetto a prima. Un’ulteriore conferma del fatto che il rigurgito, pur essendo un’esperienza dolorosa da compiere, ha un effetto salubre sul fisico, e con esso avevo riacquistato una pallida lucidità.
Istintivamente guardai in alto. Il cielo era stellato e senza nuvole in quella notte di fine settembre, sembrava di poterlo toccare con un dito.
Bellissimo, pensai.
Vicino a dove mi trovavo, un gruppo di ragazzi scese dal retro di un vecchio furgoncino Volkswagen trascinando fuori una grossa torta che sistemarono su un carrello. Non era vera, era fatta di legno e cartone, ma avrebbe tratto in inganno chiunque dopo una prima occhiata superficiale, e soprattutto dopo che incominciarono a guarnirla con della panna spray.
Notai che aveva dei buchi lungo i fianchi e non me ne spiegai la ragione fino a che una ragazza in bikini, con un asciugamano sulle spalle, arrivò e ci si infilò dentro.
Quella sera qualche amico del rampollo del sindaco avrebbe celebrato il suo compleanno in modo spettacolare, non c’erano dubbi a riguardo.
Mi spostai incerto, ancora barcollante, verso l’uscita del parcheggio. Pensai che quattro passi e un altro po’ di aria fresca mi avrebbero fatto solo bene.
Passando vicino all’ennesimo capannello di ragazzi radunati intorno a degli scooter, udii qualcuno pronunciare le seguenti parole a voce alta:
«… hai visto quanti froci ci sono stasera? C’è anche quel tuo amico con la sua gaia compagnia…»
Detti una rapida occhiata. A parlare era stato un ragazzo tracagnotto sulla trentina abbondante, tutto impomatato e stretto in una giacca di lino che lo faceva sembrare una clessidra. Non gli detti peso. La voce era anonima, il volto pure, tirai innanzi con passo malfermo.
«Lo so. Questa festa sta scadendo di qualità anno dopo anno. Se anche uno come il Tofanelli riesce a sapere quando imbucarsi, vuol dire che ormai possono venire tutti i sacchi di merda della città…»
Un momento! Io questo lo conosco! Pensai arrestandomi immediatamente.
Mi voltai di scatto e nel mezzo del gruppetto riconobbi Gianni Serafini.
«… anzi, nel suo caso, ora possono venire anche tutti i sacchi di merda col buco.»
Risate generali. Schiamazzi e pacche sulla spalla all’oratore, condite da complimenti sulla sua insuperabile comicità.
Il gruppetto sembrava aver apprezzato particolarmente la battuta.
Lo stesso non si poteva dire per me.
Non so spiegare di preciso cosa accadde, so solo che qualcosa mi si spezzò dentro. Forse a causa di tutto quello che avevo bevuto, forse per la consapevolezza di sapere quanto stava male Marco, forse per la cattiveria gratuita di quella squallida battuta. Nell’arco di un secondo potei percepire chiaramente l’adrenalina fluire attraverso i canali arteriosi del collo per schizzarmi dritta al cervello.
Come si permetteva Gianni di deridere in quel modo così meschino il mio amico? IL NOSTRO amico? Con che faccia tosta riusciva a farlo dopo che pochi minuti prima si era dimostrato così untuosamente amichevole con lui? Perché lo tormentava? Lo faceva da sempre, solo per il gusto di farlo.
Marco era una persona buona, da quando lo conoscevo non l’avevo mai visto fare un torto a nessuno, meno che mai a quelli che reputava amici. Meno che mai a Gianni Serafini. Perché schernirlo così?
La cosa avrebbe potuto sembrare meno ingiustificabile se Gianni si fosse riferito a uno sconosciuto, a uno che non aveva mai visto prima.
Invece no.
Lui sapeva. Lui conosceva Marco molto bene. Sapeva che era un buono e lo copriva di ingiurie lo stesso. Scientemente. Consapevolmente.
Come si permetteva?
Come CAZZO si permetteva?
In un attimo, nella mia mente i fumi alcolici si diradarono ed ebbi tutto chiaro. Dovevo prenderlo e dargliene di santa ragione. Se lo avessi picchiato lì, in quel preciso posto e momento, il mondo sarebbe stato un posto migliore in cui vivere, più sano, e la bilancia della vita sarebbe tornata in pari. Gli avrei fatto espiare anni di battute, allusioni, cattiverie e invidie attraverso i miei pugni che gli avrebbero ridotto il naso in poltiglia. Non ero io ad agire, era il Karma che finalmente si presentava da Gianni Serafini per riscuotere la fattura di un’esistenza di meschinità. Io ne sarei stato solo un mero strumento.
A quel tempo non avevo certo un gran fisico, non avevo né il peso né la muscolatura di adesso. Non ero però gracile, e neanche debole. Ero il classico smilzo dalla corporatura asciutta, nervosa, capace di sforzi inauditi a dispetto della essenziale massa muscolare. Mi viene da ridere se penso che sembravo un ciclista professionista e la bicicletta non la possedevo neppure.
Il mio corpo si mosse da solo, la mia mente arrancò cercando di stare dietro ai movimenti. Ero impreciso a causa dell’alcool, ma ugualmente determinato e devastante. Camminando a grandi falcate mi diressi verso il capannello, proprio nel mezzo, puntando dritto su Gianni.
Lui incrociò i miei occhi e mi riconobbe. Non so come fece, ma riuscì a capire tutto quello che stavo pensando perché vidi il timore dipingersi sul suo viso.
C’era un ragazzo seduto su una moto. Era esattamente sulla mia strada. Teneva le gambe distese nell’incavo del manubrio e parlava con qualcuno che non considerai. Aveva abbandonato il casco integrale infilato sullo specchietto.
«Prestami il casco» dissi afferrandolo con vigore.
«EHI!» esclamò lui, ma prima che riuscisse a poggiare i piedi a terra ero già distante un paio di metri, stringendo il casco per la mentoniera.
Lo starnazzo del tipo richiamò l’attenzione del branco. Tutti gli occhi dell’allegra comitiva si puntarono su di me.
«FARNOCCHIA CHE TI PIGLIA?» esclamò Gianni intuendo la venuta della catastrofe e facendo un passo indietro.
Urlai alzando il casco ben stretto nella mano.
«LO VEDI QUESTO? GUARDALO BENE CICCIONE MERDOSO, PERCHÈ ADESSO VENGO LI’ E TI CI APRO LA TESTA!»
Il dado è tratto disse Cesare mentre passava il Rubicone, e a quel punto nessuno dei presenti poteva nutrire ancora qualche dubbio su quali fossero le mie intenzioni.
Proprio per quel motivo la grande maggioranza dei componenti di quel gruppetto si aprì dinnanzi a me come un’enorme tenaglia umana, circondandomi ma allo stesso tempo lasciandomi la strada libera fino a Gianni.
Solo tre personaggi rimasero a ostacolarmi il cammino, tra cui il già noto clessidra che avevo visto in precedenza.
La psicologia umana in fondo è facile da capire. Tutti quelli che erano rimasti intimoriti fiutando un pericolo reale nella mia minaccia, si erano fatti da parte. Coloro, invece, che volevano perorare la causa del Serafini, o più semplicemente avevano uno scarso istinto di autoconservazione, si erano frapposti tra me e il mio obiettivo.
Intanto continuavo imperterrito la marcia e non accennavo a fermarmi.
«MA CHE HAI? IO NON TI HO FATTO NIENTE!» continuava con la sua farsa il Serafini. Io che ormai lo conoscevo da anni, sapevo benissimo che stava adottando la sua solita tattica, quella di temporeggiare. Faceva la vittima, per cercare di evitare l’inevitabile. Un po’ come fanno certi animali quando si fingono morti di fronte a un predatore più grande.
«Ehi amico, datti una calmata» disse clessidra capeggiando i fantastici tre. «È meglio se ti vai a fare un giro, qui siamo tutti amici di Gianni.» Mi si parò davanti.
Lo squadrai bene da capo a piedi, basso com’era feci abbastanza in fretta. Era convinto di essere un duro e mi stava rivolgendo un ghigno minaccioso. I suoi due compagni invece, due sbarbatelli appena ventenni, non lo erano altrettanto, anzi, a giudicarli così su due piedi, avevano facce da scout di comunione e liberazione. Non essendoci vecchiette a cui portare la borsa della spesa nelle vicinanze, dedussi che erano due casi di idiozia cronica. I classici tipi che poi finiscono in un necrologio dopo che hanno testato la resistenza delle vetrate antisfondamento saltandoci contro nel proprio ufficio al cinquantatreesimo piano.
Ebbro come ero, mi concentrai quindi su quello che sembrava essere la testa del serpente e non ebbi alcuna esitazione nello sferragli un violento calcio nelle palle.
Clessidra si piegò a novanta gradi con le mani raccolte su quello che rimaneva dei gioielli di famiglia. La sua bocca si modellò in un piccolo ovale nero, emettendo un verso buffo molto simile a un acuto da soprano: «IIINNNFFFHH»
Per chiudere definitivamente il discorso, afferrai il casco con entrambe le mani e lo utilizzai per assestargli un colpo in pieno volto, dal basso verso l’alto, che gli fece letteralmente girare la testa di lato rompendogli qualcosa.
Clessidra cadde a terra sanguinante. Guaiva come un cucciolo bisognoso di coccole, e io mi ritrovai in posa come un giocatore di baseball dopo che ha battuto la sua palla in home run.
I due scout dietro di lui rimasero basiti di fronte alla mia velocità di esecuzione. Per la verità io per primo me ne meravigliai, e sono sicuro che se mi ritrovassi in una situazione simile adesso, mai e poi mai riuscirei a muovermi con la stessa efficacia di quella sera. Credo inoltre che quanto accadde rientri nella abominevole casistica delle risse da ubriachi. Mai fidarsi di un ubriaco dico io, riescono a fare cose che da sobri neanche si sognerebbero, sia nel bene che nel male.
Quello che contò veramente fu che i due scout, dopo il trattamento ricevuto da Clessidra, si fecero da parte timorosi, lasciandomi il campo libero. Evidentemente il coraggio non lo vendevano al dettaglio da quelle parti.
Ripresi quindi a marciare a grandi falcate verso Gianni, che intanto era indietreggiato ulteriormente e cercava di rabbonirmi in qualsiasi modo.
«MICHELE CALMATI! IO NON TI HO FATTO NIENTE DI MALE!»
«TU DEVI SMETTERLA DI TORMENTARE MARCO. HAI CAPITO FOTTUTO CICCIONE?»
Un lampo nei suoi occhi. Finalmente aveva capito perché stava rischiando di avere i connotati in disordine. Stava per essere castigato per quello che aveva detto su Marco Tofanelli.
Indietreggiò ancora.
«NON SO DI CHE COSA STAI PARLANDO, MICHELE. NON HO MAI TORMENTATO NESSUNO IO.»
Quell’affermazione così palesemente falsa mi fece salire ulteriormente la pressione del sangue. Ci separavano ormai pochi metri e cominciai a correre sollevando il casco sopra la testa.
«VIENI QUI, FATTI PRENDERE!» gridai digrignando i denti.
Gianni girò sui tacchi e fuggì via.
Cominciò un inseguimento serrato attraverso il parcheggio, tra le macchine e le persone. Malgrado fosse un grassone, Gianni se la cavava bene sull’allungo e riusciva a mantenere la distanza. Al contrario di me che invece arrancavo e sentivo un conato acido risalire nella gola a ogni falcata.
L’inseguimento finì quando lui imboccò l’uscita dal parcheggio e si perse nel buio e le macchine parcheggiate, mentre io mi dovetti appoggiare al muro di recinzione della villa per rimettere l’ennesimo conato di vomito.
Da quel momento in avanti, di quella sera non ricordo più gran che. Non so cosa feci dopo e neanche come feci a tornare. Credo che alla fine Flavia mi abbia recuperato da qualche parte e caricato in macchina guidando fino a casa mia e impartendomi direttive per rientrare come se fossi un automa difettoso.
Ricordavo che era successo qualcosa con Gianni Serafini, ma non esattamente cosa. Anche in quel caso lo seppi successivamente, un po’ per sentito dire e un po’ tramite i miei ricordi distorti e fumosi.
La cosa assurda di tutta questa situazione fu che tornai, sì, a cercare Gianni, ma per chiedergli scusa!
Questo la dice lunga su quanto fossi ingenuo e bonaccione a quel tempo. Mi sentivo in colpa per essermi ubriacato e aver reagito in quel modo esagerato.
Inizialmente fu difficile riuscire a parlargli, quando ci incontravamo aveva il terrore negli occhi e cercava di scappare. Però quando finalmente riuscii a fargli capire che quanto era successo era più che altro il gesto avventato di un ubriaco molesto, allora si tranquillizzò e anzi, da quel momento in poi, per quel poco che ci frequentammo, cercò sempre di farmi pesare la cosa, facendomi sentire in colpa.
Le scuse a Gianni Serafini furono una delle cose più stupide che potessi fare nell’arco di tutta la mia intera vita. Dovevo pestarlo per bene quel bastardo, altro che scuse.
L’unica cosa certa che posso dire su tutta questa storia è che, da quel giorno in avanti, incontrai sulla mia strada Gianni Serafini molto di rado, e non credo che questo accadesse per caso. Indubbiamente fu un gran bene.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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