Eravamo soltanto amici PREQUEL: LA FORESTA DEI NANI VOLANTI parte 1 di 3

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Beh, visto che la presentazione del famigerato libricino sarà domenica 17 Marzo, tra poco meno di una settimana, quale può essere il miglior momento per rilasciare il secondo racconto prequel alla storia che vi attenderà?
Ah, ovviamente tutte le indicazioni per la presentazione le potete trovare cliccando sul pulsantone laterale di “Eravamo soltanto amici”. No, lo dicevo tanto per essere chiari, che poi uno se ne dimentica e si perde il libro dell’anno, eh?! Io ve l’ho detto poi fate voi, mica nessuno vi costringe…Eheheh.
Comunque, tornando a dove eravamo rimasti, le avventure dei nostri quattro amici procedono ma il tempo passa, e con lui passano anche le vecchie consuetudini, soppiantate da quelle nuove che spesso possono essere anche molto discutibili.
Michele, Gianni, Tommaso e Marco, quest’ultimo parecchio defilato nel racconto, si frequentano ancora e condividono una grande passione per…Ma adesso cominciamo con la storia.

1. Anno uno

«Favorisca i documenta » disse il brigadiere Lo Cascio con un marcato accento catanese.
Michele Farnocchia lo guardava stralunato. Gli occhi iniettati di sangue erano stretti in due fessure.
«I DOCUMENTA!» insistette il carabiniere protendendo la mano inguantata.
«Sì! Sì, subito! Eccoli!»
Michele aprì il portafoglio e ne estrasse la carta d’identità. «Tenga. Ma noi non abbiamo fatto niente.»
«Sì, come no?! Dia qua!» rispose sprezzante l’ufficiale strappandogliela di mano.
«MA E’ VERO! NOI NON ABBIAMO FATTO NIENTE!» starnazzò da dietro Tommaso trattenuto da un altro milite.
«Non hanno fatto niente?! HAI SENTITO CORETTI? I SIGNORI NON HANNO FATTO NIENTE!? MINCHIA! STA A VEDERE CHE STANOTTE I NANI VOLANO!»
Ma anche per capire questa storia occorre fare qualche passo indietro.

2. Un castello nella nebbia A.D. 1989
Più di cinque anni erano passati dal giorno del minotauro.
L’adolescenza era agli sgoccioli e la pubertà aveva permeato le nostre menti. Oltre ai brufoli, ci aveva imposto abitudini e interessi che, se pur discutibili, erano consoni alla nostra età.
Eravamo rimasti pressappoco gli stessi, noi costruttori di capanne. Non costruivamo più niente ma ci frequentavano ancora, anche se lo facevamo nell’ambito di compagnie più ampie e variegate.
Intorno a noi molte cose erano cambiate, altre invece erano rimaste le stesse, e tra litigi, risate, scaramucce e complimenti, i punti in comune erano ancora parecchi.
Una cosa, più di ogni altra, ci legava strettamente alla fine di quel decennio: la passione per il fumo, l’hashish in particolare.
Per noi, che eravamo appena diciottenni, quella era l’ultima frontiera dello sballo, la cosa più eccitante che si potesse fare in una cittadina di provincia come Riovaggio che non offriva nient’altro che la noia delle chiacchiere da bar e quattro mesi di turismo estivo con relative sagre di borgata.
E dato il suo facile reperimento con una modica spesa, nell’anno di grazia 1989, in qualsiasi scuola superiore, se sapevi a chi chiedere, non era difficile farsi una canna come Dio comandava.
Dal canto nostro c’eravamo perfettamente uniformati al trend, passando quasi tutte le nostre ragguardevoli serate (compresi i sabati sera) a fumare spinelli negli anfratti più tristi e isolati della città.
Di lì a poco sarebbe sopraggiunto l’uso dell’automobile che avrebbe risolto tutti i problemi logistici e aperto orizzonti più vasti, soprattutto per l’approccio con l’altro sesso. Ma nell’attesa del rifugio a quattro ruote e di altri tipi di svago dovevamo arrangiarci. Era da qualche sera che ci ritrovavamo nel parco giochi della pineta di Riovaggio. Un piccolo agglomerato di giostre dedicate ai bambini accanto alla bocciofila dei pensionati. Durante il giorno era sempre molto frequentato, ma di notte deserto. D’altronde, chi mai avrebbe avuto voglia di farsi un giro in pineta durante le notti novembrine? Al buio, con il freddo che ti tagliava il naso e l’umidità che penetrava attraverso le fibre degli indumenti.
Nessuno ne avrebbe avuto il coraggio. La pipì di nessun cane sarebbe valsa un sacrificio così grande.
Nessuno, tranne i fumatori di canapacei, naturalmente. E a noi che eravamo titolari di quella categoria, ci avrebbero dovuto legare per tenerci in casa.
Quella sera, nella pineta, una densa nebbia si era sollevata dal terreno e in breve tempo aveva avvolto il parco giochi in un’atmosfera cimiteriale. La visuale era talmente scarsa che il piccolo giardinetto davanti l’ingresso della bocciofila sembrava essere stato cancellato dal creato. Dio ci aveva passato sopra la sua personale gommapane.
Io e Tommaso c’eravamo arrampicati sul castello di legno collocato al centro del parco. Lo facevamo sempre, era una scelta strategica. Essendo la giostra più alta, da lassù potevamo dominare i dintorni e accorgerci se qualche tutore dell’ordine avesse provato a farci delle brutte sorprese.
Quella sera, però, a causa della maledetta nebbia non si vedeva niente, e la strategia andò a farsi benedire.
«Che ore sono?» chiesi mentre mi stringevo tutto intirizzito nel bomber. Avevo le mani bianche, fredde come due pezzi di ghiaccio, infilate nelle tasche e segnate dalle cuciture dei jeans.
«Le undici e mezzo» rispose Tommaso con tono sconsolato. Stava in piedi accanto a me in mezzo alla campata che univa le due torrette del castello, curvo, con le mani poggiate alla corda che faceva da corrimano.
«Cazzo! È già mezz’ora di ritardo!» esclamai irritato. «Mai una volta che sia puntuale. Mai una volta! MAI!»
«E che ci vuoi fare? Lo sai che lui è fatto così no?» stemperò Tommaso con la sua vocetta acuta, poi produsse una piccola nuvola di vapore alitandosi sulle mani a coppetta.
«Lo so bene come è fatto. È che io volevo andare a letto presto stasera. Domani ho l’interrogazione d’italiano. Ma figurati se Gianni queste cose le capisce. Neanche viene più a scuola… quella merda gigante!»
Era un mese buono che Gianni stava marinando la scuola. Invece di venire a lezione preferiva passare le mattinate giocando a calcio balilla nella sala giochi sul lungomare. Si era fatto una nuova compagnia di amici laggiù. Scommettevano pure soldi sul risultato delle partite. Questo ovviamente accadeva quando aveva voglia di uscire di casa, altrimenti era più probabile che dormisse fino a tardi svegliandosi per l’ora di pranzo.
Sua madre ormai non riusciva più a gestirlo, non che ci fosse mai riuscita realmente, per carità, ma adesso sembrava che si fosse definitivamente arresa. Forse, con il marito che entrava e usciva dal carcere, in lei la forza di volontà era morta insieme alla stima per il coniuge.
Se prima Gianni era un ragazzo irrequieto, adesso era diventato letteralmente ingovernabile, schizzando fuori dall’orbita di qualsiasi centro di gravità che potesse dargli delle regole.
Era ingrassato ancora di più, superando abbondantemente i cento chili, e nella sua bella chioma di riccioli si era espansa una piazzetta calva che non dava segno di volersi arrestare tanto facilmente. A scuola poi ci andava fondamentalmente per scaldare il banco e tirare su dei soldi spacciando fumo. In pratica era già un giovane pusher molto attivo, brillantemente avviato alla carriera.
Ma se come amico l’avevamo visto allontanarsi per intraprendere un cammino autonomo e solitario, come spacciatore era rimasto molto affezionato, ed era comunque il migliore di tutti nel suo campo.
Di solito, io, Tommaso e Marco, facevamo colletta e compravamo il fumo da lui, poi lo fumavamo tutti insieme. Ci piaceva pensarlo come un rituale simbolico per confermare il nostro vecchio legame. A quel tempo c’era ancora una buona dose di ingenuità mista a romantiche aspirazioni nei nostri comportamenti, e quindi nessuno badava al fatto che, in pratica, Gianni ci guadagnava due volte su quel fumo. La prima quando ce lo vendeva e la seconda quando se lo fumava. Non c’è che dire, sapeva benissimo come curare i suoi affari. E noi, dal canto nostro, lo lasciavamo fare in nome della vecchia amicizia che ci legava da anni.
Quella sera, nella freddissima nebbia, lo stavamo aspettando per rinnovare il rituale e, come al solito, lui si faceva attendere. Ma c’era un’anomalia rispetto alle volte precedenti. Noi quella volta avevamo già il fumo! Gianni lo aveva consegnato a Tommaso nel pomeriggio!
Chissà come mai aveva permesso che si verificasse una cosa del genere? Forse perché si sentiva particolarmente magnanimo, forse perché aveva semplicemente dormito bene.
«E che serve andare a scuola?» esclamò Tommaso.
«Cosa?» domandai. Non riuscivo a smettere di tirare su con il naso.
«No, dicevo… a che serve andare a scuola?»
«Bella domanda Tommy. Ora come ora ti dico che non lo so. Però è sempre meglio andarci che in futuro un pezzo di carta potrebbe fare comodo.»
«Seee. Io ho scelto di andare subito a lavorare e mi va bene così. Altro che la matematica, l’italiano e tutte quelle stronzate!» decantò lui, stringendosi nel giubbotto trapuntato della Uniform.
Come me, e come la maggior parte dei nostri coetanei, anche lui si era fatto crescere i capelli, a quel tempo gli arrivavano fin sopra le spalle. Con il berretto di lana calcato sulle sopracciglia, la sua testa assomigliava a quella di uno spaventapasseri imbottito di paglia rossa.
Ma a parte questo dettaglio estetico, Tommaso Rea era l’unico a non essere realmente cambiato dai tempi delle capanne. Ragionava ancora per sommi capi e la sua conoscenza del mondo era stata appresa da una sorta di bignami della realtà, però conservava sempre quell’innocenza che lo rendeva simpatico alla gente e che, tutto sommato, sublimava la sua indiscussa idiozia.
Con il passare degli anni, in casa sua si erano dovuti arrendere all’evidenza che quel figlio così strambo avesse dei giorni mancanti nel calendario, e alla luce dei suoi disastrosi risultati scolastici (riuscì a ripetere tre volte la terza media), terminata la scuola dell’obbligo gli trovarono un posto tranquillo nell’azienda di famiglia. In serra trascorreva le sue giornate scaricando balle di concime chimico e caricando vasi di fiori, ma perlomeno non doveva rendere conto a nessuno della sua condotta e del suo rendimento in quanto era pur sempre il figlio del capo. Solo il fratello Lucio ogni tanto lo infastidiva con i soliti scherzi stupidi. Anche lui, l’altra mente brillante della famiglia Rea, era stato infine assunto dalla ditta, e godendo dello status di fratello maggiore aveva chiesto e ottenuto un ruolo dirigenziale cosicché non dovesse sporcarsi troppo le mani.
Lucio se ne andava in giro per le serre in giacca e cravatta. Ben vestito e pettinato sfoggiava sorrisi smaglianti a fornitori e clienti, decantando le lodi della floricoltura Rea a chiunque si presentasse nelle vicinanze, e tutto questo per uno stipendio mensile tre volte superiore a quello di suo fratello. Che poi lo investisse puntualmente in puttane e cocaina era un altro paio di maniche, però questi sono i privilegi dei fratelli maggiori, no? E a Tommaso non sembrava importare gran che, in fondo lui a suo fratello gli voleva un bene dell’anima, gli bastava lavorare le sue ore e con la paga togliersi i vizi. A niente di più aspirava nella vita.
«Guarda che tu sei stato bocciato tre volte in terza media! Se i tuoi ti avessero fatto continuare a studiare saresti andato in pensione prima di finire le superiori!» lo stuzzicai.
Lui si girò rivolgendomi il suo sguardo bicolore e per un attimo mi sembrò che uno dei suoi occhi stesse guardando la punta degli alberi. Con il dorso della mano si pulì il naso bagnato da umidità e moccio e poi, saltellando sul posto da un piede all’altro, disse:
«Oh! E che vorresti dire? Volevo essere sicuro di farla bene no? Se ho fatto tre volte la terza, mi dovrebbe contare come se avessi studiato fino alla nona media!»
Poi cominciò a ridere alla sua solita stupida maniera: “Eee-eee-eee-eee”.
Io non potei fare a meno di imitarlo. I nostri sghignazzi risuonarono nella pineta, rimbalzando sui tronchi e disperdendosi tra l’odore degli aghi marciti e la nebbia.
Quando l’onda euforica si spense eravamo ancora lì, due figure opache su una giostra per bambini. Fasciate da jeans sgualciti e giubbotti troppo stretti e alla moda per tenere caldo.
«La nona media! Ma dico io, come ti vengono in mente certe idiozie?» gli chiesi meravigliato.
«Boh? Che ne so io?» rispose lui al culmine della sincerità.
Il silenzio calò nuovamente tra noi, lo ruppi una manciata di secondi dopo:
«Mi dici che ore sono?»
«Uffa Michele! Comprati un orologio! Sono le undici e trentacinque.»
«Dieci a uno che Gianni stasera ci dà il bidone!»
«Ci potrebbe anche stare. Lo sai come è fatto, no?»
«Senti ma… visto che il fumo ce l’abbiamo noi… ci facciamo una cannetta mentre lo aspettiamo? Tanto aspettare per aspettare, almeno non ci annoieremo!» gli proposi.
Lui restò per un attimo titubante, poi manifestò le sue perplessità:
«Ma Gianni se ne potrebbe avere a male!? Lo abbiamo sempre aspettato prima di cominciare!»
«Certo che lo abbiamo aspettato. Il fumo lo portava lui! Stasera però ce l’abbiamo noi! Lui non si fa vivo. Se ci facciamo uno spinellino mentre siamo qui non muore mica nessuno?! Poi tanto ce ne facciamo anche un altro quando arriva… se arriva. Che ne dici? Ce le hai le cartine?»
Tommaso rimase per qualche istante a fissarsi le Timberland con la bocca socchiusa, poi rialzò la testa:
«Dai. Facciamocela!»
Scese dal castello per essere fagocitato dalla nebbia.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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