Eravamo soltanto amici PREQUEL: LA FORESTA DEI NANI VOLANTI parte 2 di 3

Little Person Doing Karate

La foresta dei nani volanti

Tornando a dove eravamo rimasti, ritroviamo due amici che ne attendono un terzo, appollaiati come scimmiette su una giosta per bambini. Molta, molta nebbia e umidità. Tu guarda cosa devono patire dei poveri cristi per fumarsi uno spinello. Voi l’avreste mai fatto? Io NI, ma anche si. Bah…ma andiamo a vedere che succede và, che è meglio. 

3. Il gorilla ritardatario
Dal manuale del fumatore incallito, capitolo 1:
La prima regola fondamentale che un fumatore di cannabis e derivati deve imparare è quella di non farsi mai beccare in possesso o in flagranza di consumo. Per questo motivo è buon uso nascondere, o come si dice in gergo, “imboscare”, il grosso della materia prima in un posto vicino ma ben occultato, avendo cura di prelevarne solo una piccola quantità per uso personale nell’immediato.
Questa direttiva era stata fedelmente eseguita da Tommaso. Sceso dal castello, aveva staccato il necessario per uno spinello dal piccolo panetto nascosto nel sottobosco, e così facendo aveva dimostrato ancora una volta di non essere poi così stupido come la gente pensava. Non per le cose che lo riguardavano direttamente, almeno.
Così iniziammo a fumare quel famigerato spinello.
Era mezzanotte spaccata quando ci salì una botta colossale.
Seduti sulla campata tra le torrette, con le gambe ciondolanti, producevamo farneticazioni senza senso alternate a risate idiote e incontrollate.
«Ma hai visto che casino che sta succedendo in Germania?» dissi aspirando il cannone.
«Davvero! Ma che sta succedendo? Io mica c’ho capito niente!»
In quel periodo la televisione non parlava d’altro. I berlinesi si erano stufati e avevano abbattuto il muro.
«Succede che il comunismo ha perso e il capitalismo ha vinto, Tommy. Da come si mettono le cose mi sa che non passerà molto tempo prima di veder spuntare un fast-food nella piazza rossa» decretai solenne passando la canna. Ero tronfio delle mie scorpacciate di telegiornali e speciali televisivi relativi all’evento.
«Un fast-food?! E perché? Ai russi non piacciono gli hamburger? Io ci vado matto!»
«Non è quello il punto, Tommy. Ho detto fast-food perché intendevo esaltare un simbolo del consumismo occidentale. Poteva andare bene anche la Coca Cola o un supermercato! Quello che voglio dirti è che in molti sostengono che la falce e il martello abbiano i giorni contati.»
«I giorni contati?» fece eco lui guardandomi come se fossi trasparente. «Allora non sarà più la falce e il martello ma… la falce e il carrello! Eee-eee-eee-eee
Rimasi colpito dalla finezza di quella battuta.
La gente poteva dire quello che voleva su Tommaso Rea, ma era in momenti come quello che mi rendevo conto con matematica certezza che la sua idiozia aveva limiti ben precisi oltre i quali iniziava la pura genialità. Lui, purtroppo, solo saltuariamente riusciva a oltrepassarli, ma quando questo accadeva, beh, era meglio esserci per non perdere lo spettacolo.
Ci scatenammo a ridere come due pazzi invasati e le nostre voci echeggiarono ancora una volta nella buia pineta nebbiosa, spaventando un ratto che fuggì via arrampicandosi su un pino.
«Questo fumo è buono. Peccato che stasera Marco non sia venuto» dissi sinceramente dispiaciuto.
«Perché non c’è?»
«Non so di preciso, forse anche lui domani ha un’interrogazione. Mi ha chiesto se gli passavo l’album di ‘Jesus Christ superstar’. Gli ho registrato la cassetta. Magari adesso è in camera sua con le cuffiette che se lo ascolta.»
Seguì una lunga pausa, il sommesso sfrigolio della brace dello spinello parlò per noi.
«Senti ma…» iniziò Tommaso, «a te Marco non sembra un po’ strano?»
«Cioè?»
«Boh? Come si comporta, i modi che ha. Passa il tempo a fare disegni di donnine.»
«Certo che fa le donne stilizzate, sono modelle! Lui frequenta la scuola per figurinisti!»
«Appunto! Che razza di scuola è ? Voglio dire… è per femmine! E poi sta sempre in mezzo alle ragazze e a lui non gliene frega. Sarà mica una checca?»
Non seppi trattenermi e scoppiai a ridere.
«Ma che dici? No! Marco è fatto così. È molto riservato ed educato. Ma da lì a dire che è dell’altra sponda ce ne passa. Forse non ha ancora incontrato quella che gli fa girare la testa, tutto lì.»
Tommaso mi guardò con gli occhi rossi di un cormorano intossicato dal petrolio.
«Mah?! Sarà pure come dici tu, ma a me sembra finocchio.»
«O beh… e anche se fosse? Cosa facciamo? Lo bruciamo sul rogo? Per me resta sempre un amico. Anche se gli piace il pennello invece della vernice!»
Fu il turno di Tommaso a scoppiare in una risata gracchiante e io ovviamente lo seguii.
Ma stavolta le nostre voci non furono ovattate dalla nebbia bensì coperte dal rumore di un motorino che, con la pernacchia della sua marmitta truccata, si stava avvicinando velocemente.
In un attimo, come un demone assassino balzato fuori dall’inferno, si materializzò Gianni Serafini con il suo ciclomotore “Sì” entrambi vomitati dalla nebbia.
Con una manovra repentina, il Serafini bloccò il freno della ruota posteriore e il motorino si mise di traverso in derapata, pattinando sul letto di aghi di pino e fermandosi a pochi centimetri dal mio.
«Ehi Farnocchia! Quand’è che ti decidi a farti un motorino decente? Vai sempre in giro con questo aborto dalla sella corta?» disse riferendosi al mio “Bravo” che nonostante tutto reggeva orgogliosamente il suo chilometraggio.
«Non rompere Gianni. È quello di mia madre ed è anche l’unico che ho. E poi adesso mi interessa di più farmi la patente.»
«La patente, certo. Ti piacerebbe eh?! Però ancora non ce l’hai e te ne vai in giro con questo cesso che ti stuzzica il culo con quella sella a punta che si ritrova. Soprattutto quando ci montate sopra in due deve essere una goduria vero? Il tuo amichetto Marco vorrà guidare sempre lui! Ma tanto a voi che vi importa? Siete froci! Ahahah.»
La battuta non mi piacque per niente.
Ormai io e Gianni ci conoscevamo da anni, sapevo benissimo che quel genere di osservazioni sulle persone assenti facevano parte del suo personaggio, e avevo imparato ad accettarle, così come le accettavano anche Tommaso e Marco.
Lui faceva battutacce su di noi e noi potevamo fare battutacce su di lui. Ma poi finiva tutto lì. Senza rancore e chi s’è visto s’è visto. Così almeno credevo.
Quello che però non riuscivo più a sopportare già a quell’età, era la sua incredibile faccia tosta.
Mi infastidiva il fatto che riuscisse a dire simili cattiverie alle spalle delle persone mentre quando se le trovava davanti le coccolava amorevolmente.
Nello specifico non digerivo il fatto che quando Marco era presente non si azzardava a sfiorare neanche lontanamente l’argomento.
Furono gli effetti dell’hascish che contribuirono allo sviluppo del battibecco che scatenai.
«Saremo anche froci ma almeno siamo belli. Mica dei ciccioni mezzi pelati come te!»
Accanto a me sentii Tommaso trattenere il respiro.
Gianni subì il colpo. Bloccò il motorino sul cavalletto e una volta sceso si avvicinò guardandoci da sotto la campata.
Indossava un grosso giubbotto di montone imbottito e calzava i suoi inseparabili anfibi scoloriti che per lui erano diventati una specie di marchio di fabbrica. A vederlo così, mentre trascinava goffamente la sua mole nella pineta nebbiosa, sarebbe potuto sembrare un orso bruno fuggito dallo zoo.
«Questa è solamente la tua opinione Farnocchia, e quindi non conta un cazzo.»
Poi ci squadrò entrambi da basso.
«Ma voi state fumando! Bastardi! Non mi avete aspettato!» disse con aria offesa.
«Certo che no. Hai soltanto un’ora di ritardo!» risposi ironicamente. «Cosa ti aspettavi? Che rimanessimo qui all’addiaccio tutta la notte in trepida e virginale attesa di te? Non sei esattamente la ragazza dei nostri sogni, sai? E anche se tu lo fossi noi siamo finocchi, no?!»
Gianni sembrò accusare anche quel colpo. I botta e risposta tra noi erano decisamente taglienti a quel tempo.
«Noi? Vuoi dire che questa bella mossa l’avete progettata in due?» chiese spostando lo sguardo felino su Tommaso.
Questi restò interdetto. Con lo spinello stretto tra le labbra rispose imbarazzato:
«Che dovevamo fare Gianni? Non arrivavi mai! Poi fa freddo! Avevamo bisogno di qualcosa che ci tenesse occupati. Ma comunque ce n’è ancora. Toh! Prendi!» disse porgendogli lo spinello acceso. «Ne possiamo fare altre se vuoi.»
«Lo so che potete. Il fumo ve l’ho dato io.»
«E noi te l’abbiamo anche pagato, giusto?» sottolineai severo.
Gianni mi gettò addosso uno sguardo carico di odio. I suoi pugni erano serrati e se dagli occhi avesse potuto emettere un qualsiasi tipo di raggio della morte, ne sarei stato istantaneamente incenerito. Nonostante lo stordimento dell’hashish, rividi chiaramente quella stessa scena ma vissuta più di cinque anni prima. Durante quell’estate caldissima in cui avevamo tentato di costruire la capanna sull’albero e il Minotauro mi aveva inseguito.
Un déjà vu!
Contrariamente a quel giorno, però, Gianni non infierì contro di me con una raffica di invettive. Semplicemente si voltò per tornare sui suoi passi. Oltrepassando il suo motorino si diresse verso la bocciofila degli anziani. Gli bastarono meno di dieci passi per scomparire nella nebbia.
Io e Tommaso ci ritrovammo a fissare con facce stravolte quel grande muro bianco che ci circondava.
«Ma dov’è andato?» domandai.
«Boh? E che ne so io. L’importante è che la canna l’ha lasciata a noi! Eee-eee-eee-eee» e dette un altro tiro allo spinello.
Non badai molto a quello che mi aveva risposto Tommaso, piuttosto, ero perplesso riguardo a cosa era appena accaduto. Che sta succedendo?
«Senti Tommy, tu hai mai avuto un déjà vu?» chiesi cercando un riscontro.
«No. Ma se vuoi posso chiedere a mio cugino. Lui per i cani c’ha una passione!»
Ecco. Stupido io che gli faccio certe domande, pensai.
«Lascia perdere. Passa la canna piuttosto.»
E così feci anch’io: lasciai perdere.
Restammo appollaiati su quella campata per altri cinque minuti prima di veder ricomparire Gianni. Cinque minuti durante i quali udimmo dei rumori indistinti provenire dalla direzione della bocciofila, e ci domandammo cosa mai stesse combinando il nostro amico. A un certo punto ci parve addirittura di sentirlo canticchiare una canzone dei Guns’n’Roses. Ma essendo entrambi suonati come delle campane, nessuno aveva la forza e soprattutto la voglia di lasciare quel comodo (e molto umido) trespolo per volare a controllare.
Quando finalmente Gianni riemerse dalla nebbia sembrava accalorato.
«Devo fare un salto a casa» ci disse inforcando con un balzo il suo “Sì” e di conseguenza mettendo a dura prova la resistenza del telaio.
«Ma se sei appena arrivato!» disse Tommaso con la voce impastata.
«Come sarebbe? Ti abbiamo aspettato tutta la notte e adesso te ne vai?» esclamai.
Gianni ci guardò infastidito.
«Non la fate lunga. Faccio veloce. Avete fatto mezzanotte, se fate l’una che differenza fa?»
Detto questo si issò in piedi e cominciò a pedalare. Bastò qualche metro e, con uno scoppio dalla marmitta, il motorino si mise in moto ed entrò di nuovo nel grande bianco così come ne era uscito.
«Questa l’hai capita?» chiesi passando di nuovo quel poco che rimaneva della canna nelle mani di Tommaso.
«No, ma ora non me ne frega niente. Eee-eee-eee-eee.»

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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