Eravamo soltanto amici PREQUEL: LA FORESTA DEI NANI VOLANTI parte 3 di 3

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martin_klebba

La foresta dei nani volanti

Eccoci qua: il finale de “La foresta dei nani volanti” dopo quasi un mese dal secondo capitolo. Suvvia animo, che alla fine ce l’ho fatta a metterlo sul blog. Se i miei calcoli sono esatti (e non è detto), il terzo prequel dal titolo “Il sacco di merda col buco” (una mia grande prova di finezza nello scegliere i titoli) lo metterò il ventordici di febbrile dell’anno del MAI(ah-ah! Ma non è detto neanche questo). I pochi eroi che hanno letto i capitoli precedenti si chiederanno perchè Gianni sia sparito lasciando i nostri protagonisti strafatti su una giostra per bambini. Siete pronti per svelare l’arcano e incazzarvi come iene? Bene. HEY, OH, LET’S GO!

4. Sorpresa
L’umidità è una brutta bestia che ti frega in modo subdolo. Impregna le fibre degli indumenti e, passandoci attraverso, si condensa sulla pelle. Tu neanche te ne accorgi e in pochi minuti il calore del corpo sta già fluendo via.
Io e Tommaso eravamo fradici, impregnati d’acqua fino all’osso con le appendici prossime al congelamento. Ad aggravare ulteriormente la già difficile situazione, lo spinello era finito.
«Oh adesso che si fa? Ce ne facciamo un altro?» disse Tommaso facendo seguire uno starnuto.
Et-CHA! Un lungo candelotto di moccio gli penzolò fuori dal naso. Da gran signore quale era, lo rimosse con un gesto fluido, spalmandoselo sul polsino del giubbotto.
«No, per me basta Tommy. Fa troppo freddo, domani devo fare l’interrogazione e Gianni chissà se ritorna. Preferisco andare a letto.»
Lui mi guardò rattristato.
«E dai Michele. Resta ancora un po’. Ce ne facciamo un’altra e poi andiamo a letto, che ti costa?» mi scongiurò.
«No, io stanotte mi fermo qui.»
«Sei un stronzo! Mi lasci qui da solo al freddo ad aspettare!» sbottò velenoso.
Tommaso reagiva sempre così quando prendeva gusto alle cose. Il problema era convincerlo, ma una volta partito poi non lo fermavi più. E quando questo succedeva di notte era un problema, perché non c’era più modo di portarlo a letto. Diventava un animale notturno, un pilota delirante disposto a tutto pur di non fermare la corsa spericolata del suo bolide fino all’alba.
Ma come in tutte le cose della vita, sotto sotto c’era il trucco.
Lavorando per la ditta di famiglia ed essendo il figlio del capo, non aveva da rendere conto a nessuno se non si presentava sul posto di lavoro. E la mattina dopo, quando suonava la sveglia, lui non faceva altro che spegnerla e girarsi dall’altra parte. In apparenza questa può sembrare una cosa da poco ma diventa di fondamentale importanza se rientri dalle tue notti brave alle sei del mattino.
Ovviamente, però, di questo dettaglio aveva buona cura di non farne parola con nessuno. E quando voleva tirare lungo in nottata cercava sempre di indurre sensi di colpa ai suoi compagni, come se il fatto stesso di avere sonno fosse una mancanza di rispetto nei suoi confronti.
Io le prime volte c’ero cascato in pieno. Spesso avevo stretto i denti fino a notte fonda per non lasciarlo solo. Poi il destino beffardo venne in mio aiuto.
Successe che, il giorno seguente a una nostra notte brava, a scuola fosse sciopero, così ci fecero uscire due ore prima rispetto al solito. Ne approfittai per passare a trovare Tommaso sul posto di lavoro, giusto per vedere se condividevamo la medesima stanchezza e come la stesse affrontando. Grande fu la mia meraviglia quando suo zio mi informò che il nostro eroe non si era presentato.
«Perché si sentiva stanco» mi disse tranquillamente l’ometto. Specificando inoltre che questo genere di cose succedeva molto spesso senza che nessuno avesse da obiettare.
Da quel giorno Tommaso Rea non mi acchiappò più per le sue nottate di stravizio, e la tattica del senso di colpa mi scivolava addosso come acqua su un impermeabile. Scemo o no, era riuscito a farmi fesso tante volte, ma non era scritto da nessuna parte che lo dovesse fare per sempre.
«Non attacca Tommy. Ti conviene venire con me se non te la vuoi fare a piedi fino a casa. Dammi retta, Gianni non tornerà.»
Mi alzai in piedi e le ginocchia emisero degli schiocchi sordi, mi sentii un ottantenne. Il ponte di corda tra le torrette oscillò sotto le mie scarpe, mentre tutto intorno era ancora avvolto dalla fitta nebbia.
Scesi le scalette di legno e mi diressi al mio ciclomotore.
«Dai andiamo! Veramente vuoi rimanere qui?»
Tommaso mi osservò triste dall’alto della campata, sbuffò emettendo una grossa nuvola di vapore e poi finalmente si alzò in piedi per raggiungermi.
Montai in sella al mio “Bravo” e cominciai a pedalare per metterlo in moto quando una voce alle mie spalle intimò:
«FEMMO DOVE SEI! SCENDI DAL MOTORINO!»
Mi voltai e vidi spuntare dalla nebbia un carabiniere, e poi un altro, e un altro ancora.
Erano in tre e in un attimo ci furono addosso circondandoci. La scarsa visibilità aveva offerto loro uno scudo naturale ed erano emersi a circa cinque metri di distanza da noi.
Il più basso sembrava essere il capo, era quello che mi aveva intimato l’alt. Con tono marziale cominciò a impartire ordini ai suoi colleghi.
«Ragusa: a controllare la bocciofila. Coretti: un’occhiata in giro. Io mi occupo di questi due.»
«Che abbiamo fatto?» domandai smontando dal motorino.
«Zitto tu! Vieni qui, vicino a me» ordinò. Poi rivolgendosi ironicamente a Tommaso: «E anche tu! Sì tu, con quello sguardo sveglio che ti ritrovi, vieni qui! Vi voglio vedere bene in faccia, e che non vi passi per la testa di scappare, chiaro?»
Io e Tommaso ci avvicinammo intimoriti, non tanto per la prestanza fisica del milite (sembrava avere poco più di quarant’anni per un’altezza di sì e no un metro e settanta, e una corporatura decisamente esile), quanto per il modo di fare duro, conciso, tagliente accompagnato da uno sguardo accigliato che quando incrociò il mio riuscì a farmi pensare ossessivamente all’aggettivo “cattivo”.
«Noi non abbiamo fatto niente!» mugolò Tommaso.
«Questo è da vedersi» ribatté il carabiniere con tono severo. «Fatevi vedere!»
I suoi occhi ci ispezionarono da capo a piedi, soffermandosi particolarmente sui nostri visi. La sua esperienza riconobbe subito, nei capillari dei nostri occhi, i segni dello stordimento da canapaceo.
«Ma bene, bene, bene. Ci fumiamo gli spinelli eh?! Forza, datemi la roba e non vi faccio niente!»
«Roba? Che roba? Noi non abbiamo nulla!» affermai falsamente. Le guance mi tradirono e si avvamparono di rossore.
Il carabiniere se ne accorse e continuò:
«E tu saresti quello furbo, immagino. Come ti chiami?» domandò alzandosi sulle punte dei piedi per fissarmi bene negli occhi.
«Michele Farnocchia.»
«Farnocchia!? Bene Farnocchia, visto che sei uno furbo, se adesso trovo quaccosa, quassiasi cosa, quello che pagherà, MINCHIA SARAI TU!»
Dietro di me Tommaso emise un risolino come quando un compagno di scuola seduto al banco ti canzona perché hai sparato una cazzata epocale durante l’interrogazione alla lavagna.
Il carabiniere lo sentì.
«Tu sveglione cosa minchia ridi? Stai muto! Il tuo di nome non lo voglio neanche sapere.»
Tommaso si cucì la bocca incassando la testa tra le spalle.
«Dai Farnocchia, dammi il fumo e tutto finisce qui» continuò lo sbirro, ma stavolta usando un tono amichevole. Lo voleva far passare per un favore, ma si capiva che era solo una trappola. Se avessi abboccato indicandogli dove tenevamo il fumo, io e Tommaso ci saremmo ritrovati in caserma in un batter d’occhio.
Detti una rapida occhiata al suo collega, quello che lui aveva detto chiamarsi Coretti. Stava ispezionando le giostre con l’ausilio di una torcia, ma era lontano anni luce dal posto in cui avevamo nascosto il panetto. Non lo avrebbe trovato neanche in due vite. La nebbia, almeno in quel caso, stava giocando a nostro favore.
«Ho detto che non abbiamo nulla. Ci siamo fermati qui soltanto per fumare una sigaretta, stavamo andando via.»
Il carabiniere cacciò nuovamente i suoi occhi neri dentro ai miei.
«Sei proprio sicuro Farnocchia? Guarda che a perquisirti ci metto un attimo.»
«E allora mi perquisisca, non ho niente da nascondere, io.»
«Benissimo. Coretti: perquisiscili!»
Il secondo carabiniere lasciò la sua perlustrazione e si dedicò a noi. Ci fece rovesciare le tasche e ci frugò tastandoci, ma alla fine dell’operazione non trovò niente e si congedò dal suo superiore scuotendo la testa.
Il Brigadiere a quel punto sembrava perplesso ma non certo pronto ad arrendersi. Ci passeggiava intorno squadrandoci e rimuginando.
Nella nebbia udimmo la voce del terzo carabiniere, quello che era andato a controllare la bocciofila:
«Brigadiere, venga! Qui c’è qualcosa che dovrebbe vedere.»
Il nostro inquisitore si bloccò e il suo volto si indurì ulteriormente. Non riuscirò mai a dimenticare la sua barba sagomata in un pizzo talmente preciso e meticoloso da sembrare tatuato.
«Coretti, tieni d’occhio questi due» disse, poi ci lasciò penetrando nella nebbia a grandi falcate in direzione del richiamo.
Io e Tommaso ci guardammo e capimmo che stavamo pensando la stessa cosa nello stesso momento:
Cos’altro sta succedendo adesso?
Bastò meno di un minuto per risolvere l’interrogativo. E quando riemerse dalla nebbia, la risposta ci piombò addosso insieme alla furia del brigadiere. Era letteralmente imbufalito. Tanto imbufalito da darci del “lei” dimenticandosi di averci dato del “tu” fin dal primo istante che ci aveva visto.
«Favorisca i documenta!» mi intimò.
Quando vide che esitavo ribadì l’ordine protendendo la mano inguantata.
«I DOCUMENTA!»
«Sì! Sì, subito! Eccoli! Tenga. Ma noi non abbiamo fatto niente.»
«Sì, come no?! Dia qua!» disse sprezzante.
Vista la mala parata, Tommaso pensò bene di farsi prendere dal panico:
«È VERO! NOI NON ABBIAMO FATTO NIENTE GIURO SU DIO!» starnazzò agitandosi, ma venne trattenuto dall’altro milite.
«Non hanno fatto niente?! HAI SENTITO CORETTI? I SIGNORI NON HANNO FATTO NIENTE!? MINCHIA! STA A VEDERE CHE STANOTTE I NANI VOLANO!»
I nani volano?! Ma che sta dicendo?? Pensai.
Non lo sapevo, ma non bisognava essere dei geni per capire che le cose si erano messe male. Molto peggio di quanto non lo erano già dall’inizio.
«I nani? Ma che vorrebbe dire?» domandai stralunato.
Il brigadiere stantuffò aria dal naso come un toro che si prepara alla carica.
«Adesso non faccia il furbo Farnocchia. Io vorrei solo sapere che razza di soddisfazione può esserci nel distruggere degli arredi da giardino. Ma non avete altro da fare voi giovani la notte?»
E fu a quel punto che finalmente capii.
Immediatamente di fronte all’ingresso della bocciofila dei pensionati c’era un piccolo giardinetto, non molto grande ma ben tenuto, frutto della buona volontà dei soci. Durante il giorno gli anziani lo curavano coltivandolo e innaffiandolo in modo che le aiuole fossero sempre verdi e rigogliose. Qualcuno (o tutti, chissà?) aveva anche provveduto ad abbellirne il manto con otto piccole statue raffiguranti Biancaneve e i sette nani. Era sicuramente a quello che si stava riferendo il brigadiere. Doveva essere successo qualcosa a quelle statue e credeva che fossimo stati noi.
«Eh? Ma che dice?» esclamò Tommaso completamente ignaro e ormai prossimo alle lacrime.
«Ma cosa sta dicendo? Gliel’ho detto e glielo ripeto: noi non abbiamo fatto niente. Siamo passati di qua per caso e ci siamo fermati sul castello per fumarci una sigaretta, ce ne stavamo andando a dormire e siete arrivati voi. Non abbiamo distrutto nulla. Non sappiamo neanche di che cosa stia parlando!»
Ero determinato più che mai a far valere le mie ragioni, in fondo era la pura verità, noi non c’entravamo. Tommaso probabilmente non se ne rendeva conto, era semplicemente terrorizzato a morte dalle divise, ma io sì. Io capivo che stavamo rischiando grosso. Una denuncia come minimo, e conseguente notte in caserma per essere torchiati ben bene. Magari anche un trafiletto sulla cronaca locale l’indomani. Per quel che succedeva a Riovaggio in quel periodo, una cosa come quella avrebbe rappresentato uno scoop editoriale.
«Minchia, non sanno di che cosa parlo!» disse ironicamente il brigadiere rivolgendosi a Coretti.
«Venga Farnocchia, venga, che le faccio vedere cosa intendo.»
E così dicendo si incamminò verso la bocciofila facendo cenno con la mano di seguirlo.
Io e Tommaso gli andammo dietro, cordialmente sollecitati a spintoni dal secondo milite.
Quando ci avvicinammo abbastanza da superare la cortina di nebbia, ci si parò davanti uno spettacolo devastante. Pensai subito a un campo di battaglia in Asia inferiore, Vietnam per la precisione. Un plotone di soldati finito per sbaglio nel bel mezzo di un campo di minato.
I corpi dei nanetti giacevano sparpagliati in tutte le direzioni, molti smembrati, alcuni decapitati. Chi aveva perpetrato quel massacro si era divertito a prenderli uno a uno e scagliarli in aria con forza. Una faticaccia! Il risultato di quella bravata olimpionica ce l’avevamo sotto gli occhi.
Il giardinetto invece non esisteva più. Le poche aiuole rimaste erano state sradicate e l’erba calpestata.
O cazzo! È stato Gianni!” Pensai.
«Non riusciamo a trovare Biancaneve. Mi vuol dire dove l’avete messa?» chiese asettico il brigadiere.
«È uno scherzo, vero?» risposi di getto.
«C’è poco da scherzare Farnocchia. DOVE MINCHIA AVETE MESSO BIANCANEVE!»
«Ma che ne so io?! NOI NON SIAMO STATI! LO CAPISCE O NO?» urlai anch’io in preda alla disperazione.
Tommaso mi fece eco: «SI, SI, È VERO! NOI NON C’ENTRIAMO NIENTE!»
Il Brigadiere mi fissò come se gli avessi detto di aver messo incinta sua figlia, ma era successo per sbaglio perché ero ubriaco.
«Adesso mi avete rotto la minchia con questa storia. Credete che sia nato ieri? Io vi porto in caserma e vi denuncio per danneggiamenti, capit…»
Le frase gli venne troncata in bocca dal richiamo del terzo carabiniere:
«Brigadiere l’abbiamo trovata!» gridò Ragusa che puntava il fascio della sua torcia su uno dei rari cespugli che infestavano la pineta. Il nostro aguzzino si voltò in direzione della luce e mosse il passo.
Noi gli andammo dietro gentilmente accompagnati da Coretti alla solita maniera.
Bastarono pochi metri per riuscire a vederla.
Biancaneve giaceva stuprata nel mezzo del cespuglio. Nonostante fosse la statua più pesante e ingombrante delle otto, il suo violentatore era riuscito a scagliarla più lontano di tutti. Non pago del gesto, l’aveva raggiunta e tirata su per la base per poi calarla giù con forza. La testa di gesso era letteralmente esplosa al contatto col terreno, disseminando di cocci tutto il sottobosco. Una volta perpetrato il misfatto, il vandalo aveva occultato il cadavere nel cespuglio.
Alla vista di quello scempio, Tommaso cominciò a piangere. Frignava come un bambino dell’asilo, e tra un singhiozzo e l’altro alternava frasi come : «Non siamo stati noi» a «Non arrestatemi.»
«Anche di questo non sapete niente, vero? Ragusa! Coretti! Avete sentito anche voi? Minchia, i nani si muovono da soli stanotte! I nani volano! ah ah ah.» Il brigadiere rise beffardo chiamando ironicamente a raccolta intorno a sé gli appuntati.
A quel punto ebbi quello che in seguito definii come il mio primo vero scatto d’orgoglio. Il primo di tanti che nel corso della vita mi avrebbero portato alterne fortune, ma sempre, comunque, gratificazione interiore.
«Senta lei, cosa cavolo ci trova da ridere in tutta questa situazione? Io non ho fatto niente! So solo che mi ha fermato nel cuore della notte accusandomi di fumare spinelli. Ma di spinelli o roba, come dice lei, non ne ha trovato traccia. Adesso mi accusa di aver combinato questo casino sulla base del fatto che fumavo una sigaretta qui vicino, ma non ci sono prove che dimostrino la mia colpevolezza e nemmeno testimoni. Mi vuole portare in caserma? Faccia pure, mi porti in caserma! Ma appena lo saprà mio padre non ne sarà felice, e lui fa l’avvocato!»
Se dovessi ripetere una levata del genere oggi, con i test antidroga usa e getta e i terminali portatili che le forze dell’ordine hanno a disposizione, verrei smascherato subito. In quel caso, però, nell’ormai lontano 1989, mi concessi pure di dire una piccola bugia. Mio padre in realtà faceva l’idraulico, ma il brigadiere che ne sapeva? Mica aveva a disposizione la macchina con il terminale?!
L’ufficiale sembrò vacillare. Come se al suo personale gioco di società mentale gli fosse toccato pescare un cartellino con su scritto “imprevisti”.
I due carabinieri vicino a noi invece erano scossi. Turbati da quella nota stonata che la mia presa di posizione aveva rappresentato.
Per qualche attimo intorno a noi ci fu solo il silenzio, intervallato da Tommaso che singhiozzava tirando su con il naso.
«Bravo Farnocchia! Minchia, non fa una piega! Si sente che è figlio di un avvocato. Bravo!» disse il brigadiere.
«Grazie!» risposi quasi incredulo, ma deciso a tenere la parte fino in fondo.
«E allora a questo punto vi dobbiamo lasciare andare, vero? Venite, venite. Che riaccompagno lor signori al mezzo.»
Così dicendo tornò sui suoi passi, dirigendosi verso il castello dove avevo parcheggiato il motorino. Noi lo seguimmo timorosi, scortati dagli altri due carabinieri da entrambi i lati.
Una volta giunti in prossimità del mio “Bravo” mi accorsi che ancora non avevamo riavuto indietro i documenti.
«Mi scusi, potrei riavere i miei documenti?» chiesi cortesemente.
Questi mi guardò commiserevole. «Farnocchia, ma davvero crede che la lasci andare via così?­­» sogghignò.
Poi rivolgendosi a uno degli appuntati ordinò:
«Ragusa, tira fuori il blocchetto dei vebbali. Facciamo una bella contravvenzione a Farnocchia!»
«Una contravvenzione? Perché?»
Il brigadiere porse la mia carta d’identità al suo appuntato e lo sollecitò a scrivere con un gesto veloce della mano.
«Tanto per incominciare, il mezzo è stato guidato in un’area dove il transito ai veicoli a motore è vietato.»
«Ma non è vero! Io il motorino l’ho spinto fino a qui!»
Continuò come se non avessi detto niente.
«Poi qui vedo un solo motorino e voi siete in due! Bene, bene. Ragusa aggiunga anche: utilizzo improprio di mezzo non omologato al trasporto di due passeggeri.»
Ragusa compilava veloce il modulo dei verbali, tenendoci appoggiata sopra la mia carta d’identità aperta.
«MA NON E’ GIUSTO!» gridò un ritrovato Tommaso, insolitamente battagliero.
Il brigadiere gli sorrise bonario: «Stia calmo, tanto stanotte paga Farnocchia. Paga tutto lui. Ha per caso voglia di pagare anche lei?»
Tommaso fu preso in contropiede. «No, no… io non voglio pagare» rispose sottovoce ripiegandosi su se stesso.
«… e allora paga Farnocchia. Paga lui anche per i fanali che non funzionano!»
«Ma che dice? I fanali funzionano benissimo!» dissi sconvolto.
Il brigadiere sfilò la pistola d’ordinanza dalla fondina e, impugnandola per la canna, ruppe il vetro del fanale anteriore del motorino utilizzando il calcio.
«No che non funzionano Farnocchia. Lo vede? Quello anteriore è rotto, e ora che guardo meglio, anche quello posteriore.» Fece il giro del motorino e riservò lo stesso trattamento anche all’altro fanale.
«Vedo che ha pure una marmitta non omologata! Ma bene! Aggiungiamo anche questo al vebbale. Scriva Ragusa, scriva. Tanto paga Farnocchia!»
A quel punto il brigadiere si avvicinò di nuovo e puntandomi addosso i suoi occhi neri come la pece mi chiese:
«Allora Farnocchia, può bastare così? Ha capito? Mi dica… HA CAPITO BENE?»
Dentro di me si agitava una tempesta di emozioni contrastanti. Rabbia, disperazione, odio, rassegnazione tutte insieme si scapicollavano per prevalere l’una sull’altra. Alla fine prevalse quella giusta, quella che in quel preciso momento mi avrebbe permesso di sopravvivere a quella situazione.
Non riuscii più a sostenere il suo sguardo e chinai la testa rassegnato: «Si, ho capito benissimo» dissi piano.
Il brigadiere sorrise e per la prima volta sembrò appagato.
«Bravo Farnocchia. Se è vero che ha capito, può ancora sperare di combinare quaccosa nella vita.»
Poi rivolgendosi all’appuntato che scriveva: «Ragusa consegna i documenta e il vebbale a Farnocchia. Che se ne vadano via tutti e due. Non vi voglio più vedere, VIA!»
Non ce lo facemmo ripetere due volte. Scattammo verso il motorino. Lo presi per il manubrio e cominciai a spingerlo correndo in direzione della strada. Tommaso mi precedeva a gambe levate.

Ripensandoci adesso, non mi sono mai sentito tanto frustrato nella vita come quella sera in pineta.
Per la prima volta ero inerme e, soprattutto, solo. Solo come un cane contro tre cosiddetti tutori dell’ordine che stavano abusando del loro potere per il solo gusto di farlo.
Era una notte di fine Novembre del 1989, quasi quattro lustri sono passati ma il ricordo è sempre vivo.
Col tempo, peró, ho capito di aver ricevuto delle importanti lezioni di vita quel giorno.
La più importante è senz’altro che certi amici restano tali finché persiste un equilibrio. Quando la situazione precipita si è costretti a fare delle scelte, rischiare, schierarsi; solo in quel frangente si riesce a distinguere gli amici veri da quelli che ti stanno vicino per convenienza.
L’altra grande lezione di vita me la dette il brigadiere, che con il suo comportamento mi fece capire che al mondo, anche se hai ragione, non è detto che ti sia resa giustizia. Sono le forme, il rispetto delle regole a farla da padrone e, in particolar modo, quelli che le regole le dovrebbero far rispettare.
L’ultima lezione che imparai quella sera restò incompiuta, perché legata a delle domande alle quali nessuno seppe dare risposta.
Chi aveva distrutto il giardinetto? Senza ombra di dubbio Gianni Serafini. Ma perché?
Interpellato successivamente sulla questione, Gianni affermò semplicemente “che ne aveva voglia”. Risposta alquanto vaga, ma conoscendo il tipo, altamente plausibile.
Ma come avevano fatto i carabinieri ad arrivare fino alla bocciofila degli anziani in mezzo a una pineta immersa nella nebbia nel cuore della notte?
Nessuno lo sapeva. Tuttora è un mistero.
Resta il fatto che avevo rischiato grosso. E per cosa, poi?
Perché qualcuno aveva trovato divertente vandalizzare dei nani da giardino. Qualcuno che poi si era defilato lasciandoci ignari sul luogo del misfatto. Qualcuno che poteva aver fatto una segnalazione anonima ai carabinieri per rendere il tutto efficace ai nostri danni.
Qualcuno che probabilmente conoscevamo bene e rispondeva al nome di Gianni Serafini.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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