Eravamo soltanto amici PREQUEL: SUPERTELE parte 1 di 5

Super Tele

Super Tele

Devo dire che mi sento un filino imbarazzato. So benissimo che pubblicare questo genere di materiale direttamente on-line non è molto produttivo. Il navigatore medio ha di solito la soglia di attenzione di una mosca, e la permanenza su una pagina web è quantificabile nell’ordine dei secondi, quando va bene si supera il minuto. Va da sè che un racconto on-line non sia esattamente quell’esperienza esaltante che si cerca con avidità.
Poi c’è anche il fatto che, alla fine della fiera, questo materiale l’ho scartato. Per un motivo o per un altro ho ritenuto necessario escluderlo dalla storia. Quindi, in pratica, vi sto riciclando qualcosa, tipo come si fa quando si riceve un regalo sgradito e lo si rigira all’amico meno simpatico.
Facciamo così: pur sapendo che me ne pentirò praticamente subito, pubblicherò i racconti. Voi provate a leggerli se ci riuscite. Qualora vi piacessero, tanto di guadagnato. Se non fossero di vostro gradimento fate finta di essere andati su un’altro blog, che ce ne sono di migliori e ci tengono tanto ad essere letti, bisogna capirli.

0. Anno zero

Michele Farnocchia pedala veloce.
Ha i capelli scompigliati dal vento e un sottile graffio insanguinato sulla guancia.
Pedala veloce, con il sole in faccia che gli fa stringere gli occhi nocciola in due fessure.
È magro. Abbronzato. Indossa una maglietta della Coca-cola e un paio di pantaloncini corti di jeans che sua madre ha ricavato da un altro paio più lungo, tagliando via delle macchie di varechina.
Ha dodici anni ma ne dimostra meno, e ai piedi porta due espardillas sporche, di quelle che si sfondano in punta appena ci giochi a pallone per strada.
Pedala veloce sulla sua Graziella, con il sellino ricoperto di pelo adesivo, mentre il pedale destro perde un colpo a ogni rivoluzione per via di quel perno consumato che andrebbe sostituito.
Una Fiat 127 sfreccia nella direzione opposta e gli dà un colpo di clacson. In lontananza sente le voci dei suoi amici che lo incitano a pedalare più svelto.
E Michele segue il loro consiglio, accelera, concentrando ogni sua energia nei muscoli delle gambe, immaginando di poterla dirottare a piacimento dal corpo, convogliandola dove vuole e spegnendo le parti che reputa inutili come, che so… il fegato, o la milza.
Pedala veloce Michele, cercando di essere egli stesso velocità, di abbattere il muro del suono e viaggiare in un battito di ciglia lontano da lì, magari direttamente nella sua cameretta, sotto le coltri sicure del suo letto.
Non si cura di essersi sbucciato il malleolo contro il carter della bici e di star perdendo sangue. Non si cura di niente dritto com’è sui pedali, nell’immane sforzo di schizzare via come un lampo.
Michele pedala veloce e solo questo è importante.
A denti stretti, con il volto deformato in un ghigno disperato, non si cura di nulla.
I ragazzi del campo di calcio hanno interrotto la partita richiamati dagli schiamazzi.
Michele pedala veloce e non sente neanche la ringhiante voce che si fa sempre più vicina alle sue spalle e che urla all’incirca così:
«VIENI QUI DANNATO FIGLIO DI PUTTANA. VIENI CHE TI RADDRIZZO IO! »
Ma per capire meglio tutta questa storia occorre fare qualche passo indietro.

1. Una giornata qualunque

Ci piaceva costruire capanne, avevamo a disposizione gli immensi spazi verdi della periferia di Riovaggio e ne costruivamo di continuo. Oggi, in quegli stessi spazi ci sono piazze, strade, condomini, e di capanne nemmeno l’ombra.
Ne facevamo di legno, di paglia, di lamiere e di molto altro. In pratica riuscivamo a manipolare qualsiasi materiale per costruirci un rifugio che ci potesse dare l’illusione dell’indipendenza.
E in giro eravamo tanti, ragazzini di tutte le età, lasciati liberi di scorrazzare per il quartiere come gatti randagi che hanno l’unico istinto di tornare nella tana alla sera, rifocillarsi, dormire e ricominciare nello stesso identico modo il giorno a venire.
Quell’estate, tra i campi e il caseggiato, la grande scuola elementare chiusa spiccava nella luce dei pomeriggi come la carcassa di un grosso mammuth colpito a morte. Intorno al cadavere, frotte di bambini giocavano al gioco dell’Italia campione del mondo, prendendo a calci un pallone. Ma non un pallone qualsiasi. I professionisti veri usavano il “Tango” mentre per le signorine e i poveracci c’era il più leggero e imprevedibile “Super-Tele”.
Questo era vivere a Riovaggio nella periferia del 1983.
Un quartiere, il nostro, quello di “Santa Rina”, composto da: il macellaio, il verduraio, un piccolo alimentari che fungeva da bazar, il benzinaio, una chiesa, una scuola, quattro bar, tre strade di numero e tanto, tanto spazio verde.
Con un traffico veicolare medio giornaliero che consisteva in una macchina ogni tre minuti, e toccava frequenze di una ogni dieci durante i torridi pomeriggi di Luglio.
Sembra impossibile che adesso, quella stessa parte di Riovaggio, sia un enorme quartiere dormitorio densamente cementificato, con supermarket e semafori per regolare il traffico degli incroci caotici.
Questo è il progresso baby, ti ci devi abituare!” O almeno così dicono.
Eravamo in quattro noi costruttori di capanne, più parecchi di passaggio che si aggregavano alla “banda” per l’occasione e poi sparivano quasi subito. Abitavamo tutti nella medesima strada, una piccola striscia asfaltata costeggiata da basse palazzine e villette bifamiliari, cieca a un’estremità, che dava su un immenso campo incolto, pieno di fosse, erbacce e rovi, che ben si prestava ai nostri esperimenti architettonici.
Fondamentalmente quello era il nostro mondo, ci trascorrevamo gran parte della giornata, e solo saltuariamente inforcavamo le bici per esplorare il resto del quartiere. La fine di quel mondo era la linea ferroviaria, oltre non potevamo andare. Oltre, la periferia finiva e iniziava la città, e le nostre madri si raccomandavano ogni giorno perché non valicassimo quel limite per non cadere preda di orribili mostri.
Marco, Gianni e io eravamo in strada quel giovedì pomeriggio. Come tanti pomeriggi di quell’estate caldissima, trascorrevamo il tempo prendendo a calci il pallone.
«Al volo!» , dissi tentando di far fare alla palla una palombella verso Marco.
Il pallone, come spesso accadeva, prese tutt’altra direzione e cadde tra le nostre biciclette accatastate alla rinfusa sul marciapiede.
Marco non ci fece neanche caso e si mosse per recuperarla mentre rimbalzava via lontano.
«Miky ha i piedi a bana-na, Miky non sa gioca-re » cantilenò Gianni. E poi, per rincarare la dose, si esibì in una risata gracchiante molto simile al rumore che fa un bullone arrugginito quando viene svitato.
A vederlo così, con la sua aria placida e l’enorme testa di riccioli castani non sembrava, ma Gianni Serafini aveva fama di essere un tipo poco raccomandabile, lo pensavano tutti nel quartiere. A me non aveva mai dato quell’impressione, per me era soltanto un po’ stronzo.
I suoi genitori si erano trasferiti da pochi anni a Riovaggio. E come se non bastasse il trauma del trasloco per un bambino di quell’età, suo padre era stato arrestato.
«Vendeva la droga!» mi disse un giorno mia madre. E lo fece sottovoce, come se avesse paura che qualcuno la spiasse dalla finestra della cucina.
Gianni era all’incirca alto come me, ma decisamente grasso e lui questo lo sapeva. Era il suo tallone d’Achille, il suo punto debole nel quale colpirlo quando gli volevi fare più male. Secondo me era per quel motivo che era così aggressivo con le persone. Ne soffriva parecchio e aveva imparato a colpire prima di essere colpito. Come filosofia di vita era alquanto rischiosa, e di certo non giovava alla sua reputazione.
Comunque, come dicevo prima, non era cattiveria la sua, era pura e semplice stronzaggine.
«Forza amico! Tira da laggiù! Mettimela di testa!» fece Gianni rivolgendosi a Marco, che intanto aveva recuperato il pallone da sotto una Fiat Ritmo parcheggiata, e si accingeva a rimetterlo in gioco con un cross.
Marco Tofanelli invece era il mio migliore amico. Eravamo stati sempre insieme fin da quando avevo memoria. Insieme all’asilo, insieme alle elementari e adesso insieme nella prima classe delle medie.
La sua casa era adiacente alla mia e le nostre madri si conoscevano bene, spesso dormivo da lui e viceversa, su di lui potevo sempre contare quando volevo fare qualsiasi cosa. Insomma, Marco era quel fratello complice che non avevo mai avuto.
Poi, da qualche anno a quella parte, avevo notato una cosa strana. Le ragazzine si avvicinavano più volentieri quando eravamo insieme.
Vuoi per i suoi lunghi capelli biondi e i suoi occhi chiari, vuoi per i suoi lineamenti dolci e regolari, alla fine Marco aveva sempre un certo ascendente sulle femmine. Non che mi interessasse gran che a quel tempo, però l’istinto mi suggeriva che sarebbe stato un bene rimanere al suo fianco, se non al momento, sicuramente in un futuro prossimo.
Il pallone volò, descrivendo una parabola distorta dal vento.
Gianni, con le labbra strette e la lingua fuori di lato, saltò goffamente, esprimendo un’elevazione quasi pari a zero. Poi, allargando le braccia in una posa che lo fece assomigliare a un Gesù Cristo handicappato, tentò di prendere il pallone di testa ottenendo come risultato di colpirlo con l’orecchio destro e spedirlo direttamente nel giardino della Susini (la vecchia che si lamentava sempre della confusione e che ci aveva promesso di bucarci il pallone qualora avesse trovato dei fiori rovinati).
«NOOO!» gridammo tutti all’unisono.
La palla rimbalzò un paio di volte sull’erba p

rima di arrestarsi incastrandosi tra i gerani.
«Testa a spigolo!» esclamai rivolgendomi a lui.
«Chi ce la butta la va a riprendere» mi seguì subito Marco.
Gianni contemplò il suo misfatto, e poi sbuffando cominciò snocciolare bestemmie indicibili camminando in cerchio.
Temporeggiava, faceva sempre così quando gli toccava fare qualcosa di cui non aveva voglia. Temporeggiava, e tra un discorso e l’altro sperava che qualcuno intervenisse per togliere le sue castagne dal fuoco.
Fu allora che sentimmo un suono familiare avvicinarsi, era il rumore di una carta da gioco quando viene percossa dai raggi di una ruota di bicicletta.
«Oh Ragazzi!» proruppe eccitato e senza fiato Tommaso. Arrivava sparato in sella alla sua BMX. «Non potete immaginare che ho scoperto!»
Era tutto rosso in faccia e madido di sudore, con i capelli rossi simili a ciuffi di stoppa incollati al cranio.
«Non interessa a nessuno Tommaso» lo accolse Gianni.
«Oh! Ma te ci vai affanculo eh!?» ribatté salace l’altro mentre smontava di bicicletta e la accasciava vicino alle altre.
«Oh ma te ci vai affanculo eh!?» ripeté Gianni in una grottesca scimmiottatura del falsetto di Ivan Graziani.
Tommaso Rea era un po’ la macchietta del quartiere, di bassa statura per la sua età, pallidissimo e di pelo rosso, con una vocina stridula da femmina che lo rendeva il bersaglio di innumerevoli prese in giro da parte di tutti gli altri ragazzi. Non era un tipo molto sveglio, anzi, nei processi di ragionamento era decisamente elementare, e questo faceva sì che dicesse tutto quello che gli passava per la testa senza esitazioni.
Va da sé che, a causa della sua boccaccia, si mettesse spesso nei guai e immancabilmente ci trascinasse anche quelli che gli stavano intorno.
I suoi genitori si erano accorti di queste sue, come dire… mancanze, e il risultato era stato che suo fratello Lucio, maggiore di sette anni, era stato eletto a livello familiare tutore e sorvegliante di Tommaso. Questo almeno avevano immaginato i suoi. Nella realtà dei fatti, però, Lucio era il suo aguzzino, e non di rado tormentava il fratellino sottoponendolo a scherzi atroci che spesso si concludevano con una corsa all’ospedale a sirene spiegate, come quando gli fece bere lo shampoo Campus alla mela verde spacciandoglielo per sciroppo, ad esempio.
Tommaso aveva anche una peculiarità fisica unica, che divideva la popolazione giovanile di Santa Rina tra invidia e disprezzo. Aveva un occhio azzurro e uno verde. Caratteristica somatica, questa, che lo rendeva ancor più unico e quindi inclassificabile.
«Dov’eri Tommy? Sei tutto sudato!» chiese incuriosito Marco.
«Oh ragazzi, ho scoperto un posto fantastico! Da quant’è che non costruiamo una capanna?»
Io e Marco ci guardammo smarriti. Effettivamente era già da qualche mese che non ne facevamo una. L’ultima era stata quella di assi di legno inchiodate e con il tetto di nailon, era durata qualche settimana prima che un temporale la tirasse giù.
«È un bel po’, vero Miky?» rispose Marco cercando una mia conferma.
«Effettivamente.»
Gianni non disse niente, era troppo impegnato a guardare il pallone al di là del muretto di recinzione, come se il solo fissarlo potesse in qualche modo contribuire a riportarlo indietro.
«E allora la prossima la faremo su un albero!» proclamò orgoglioso Tommaso.
«Un albero!?» feci io meravigliato. «Che albero? Dove?»
«L’ho scoperto mentre facevo i funghi.»
Gianni si girò di scatto e in un attimo ci trovammo a fissarci l’un l’altro con un enorme sorriso sulle labbra.
Fu proprio lui, con un ghigno sadico di soddisfazione, a svelare l’arcano al povero Tommaso: «Tommy… vedi… forse non lo sai, ma la stagione dei funghi inizia a settembre. Adesso siamo a fine Giugno, dove cazzo sono i funghi?»
«Ah si? Oh! Ecco perché non ne ho trovato neanche uno. Mio fratello mi aveva detto che c’erano i funghi nel campo vicino alla ferrovia!»
«E tuo fratello ti ha preso per il culo un’altra volta» fece Marco.
«Già. Probabilmente gli rompevi le palle in casa e ti ha fatto uscire con un trucco!» aggiunsi.
«Oh No, no, no. Secondo me lo ha fatto solo per il gusto di farlo e poi godersi la scena» commentò Gianni appoggiato al muretto della Susini.
Le risate di derisione scaturirono copiose.
«Oh che palle! Certo che siete proprio stronzi. Vi dico che ho trovato un posto bellissimo dove costruire una capanna e voi mi date addosso.»
«Ma dai Tommy, non vedi che stiamo scherzando?» lo consolò Marco. «Su, forza, dove sarebbe questo albero?»
«Ve l’ho detto! Nel campo vicino alla ferrovia, quello proprio dietro a quella vecchia casa prima del passaggio a livello.»
Come ho già detto prima, la ferrovia era da sempre il limite ultimo oltre il quale non potevamo spingerci. Il passaggio a livello invece, nelle nostre fantasie di bambino, rappresentava una specie di portale attraverso il quale poter accedere a un altro mondo completamente diverso dal nostro. Più passava il tempo e più sentivamo l’esigenza di superare quella barriera, varcare la soglia del passaggio a livello per fuggire dalla periferia e impadronirci della grande città.
«Io non ci sono mai stato laggiù» dissi. «Si potrebbe anche andare a vedere.»
Ci guardammo di nuovo reciprocamente e capimmo che qualcosa era scattato, quella specie di magia, se così la possiamo definire, che ci prendeva all’istante e rendeva il nostro gruppo compatto come una vera “ banda ”. Proprio come quelle dei film americani che davano in televisione.
Succedeva che lo stato di “ banda ” venisse tirato fuori ogni volta che si verificava una competizione tra noi o qualsiasi altro ragazzino che non abitava nella nostra strada.
La nostra banda non aveva un nome, nessuno si era mai preso la briga di darglielo, né aveva una lista di componenti ben precisi oltre a noi costruttori di capanne, ma questo era solo un dettaglio perché la cosa importante consisteva nella territorialità del concetto.
La banda gestiva un territorio ben definito e non soggetto ad alcun compromesso: la nostra strada. Qualunque ragazzino si trovasse a percorrere la suddetta via, era sottoposto alla legge marziale che noi provvedevamo ad applicare, il più delle volte, limitandoci a semplici intimidazioni, ma qualche volta arrivando anche alle percosse gratuite quando ci trovavamo davanti a dei personaggi particolarmente battaglieri. In questo, Gianni rappresentava il nostro corpo d’elite, la nostra testa di cuoio. Grazie alla sua mole e alla sua lingua tagliente, riusciva a impaurire chiunque osasse alzare la cresta. Va da sé che anche le altre strade avessero le loro “bande”, più o meno famigerate a seconda delle balle che i loro componenti riuscivano a inventarsi, più che alle azioni effettivamente compiute. Nel nostro caso, la rivalità diretta era con quella dei ragazzini che vivevano nella strada parallela alla nostra, che anche in questo caso non aveva un nome preciso ma veniva semplicemente apostrofata come la banda della strada di là.
«Ma sei sicuro che questo albero sia buono per costruirci sopra?» chiese Marco.
«Sicurissimo, giuro su Dio, sembra fatto apposta!»
«E allora deve essere nostro prima che lo scoprano quelli della strada di là» confermai. «Dai, andiamo a vedere com’è!»
«Sììì!» esultò Tommaso.
In men che non si dica ci fiondammo sulle nostre biciclette, pronti per partire all’esplorazione. Tommaso, davanti a noi, stava giusto per muovere la prima pedalata quando mi accorsi che Gianni non si era mosso.
«Tu che fai? Non vieni?» gli chiesi.
Lui rimase immobile appoggiato al muretto, con un ciuffo di ricci che gli ricadeva sul naso da quella giungla selvaggia che era la sua chioma.
«Mmmh… non lo so se vengo, devo prima recuperare il pallone…» rispose un po’ abbacchiato.
«Dai Gianni, devi venire, vedessi com’è il posto!» lo scongiurò Tommaso.
«Oh sì, ci credo, ma prima devo prendere il pallone e non so come fare…» continuò su quella linea.
Io e Marco ci guardammo, avevamo già capito dove volesse arrivare, lo conoscevamo troppo bene, stava temporeggiando.
«Se il pallone te lo vado a prendere io, poi vieni?» si propose a quel punto Tommaso.
«Sì, se me lo vai a prendere saresti un vero amico» rispose contento.
Eccola là, la tattica aveva funzionato, era sempre la solita vecchia storia, temporeggiava facendo leva sui buoni sentimenti come la compassione, la pietà, l’amicizia, e poi riusciva a ottenere quello che voleva. In questo caso, la sua tecnica aveva fatto presa sul più fesso. Ma chi poteva dire quante volte l’avesse usata anche su di me o Marco? Magari applicandola meglio, magari per questioni più futili e ordinarie.
Tommaso smontò dalla bicicletta e si avviò verso la recinzione di casa Susini.
«Non andare Tommy, lascia che lo riprenda lui» dissi. Gianni mi lanciò un’occhiataccia di traverso cercando di zittirmi con lo sguardo.
«È vero, lascia perdere» fece eco Marco avvicinandosi a me con la bici.
Lo guardammo sgambettare veloce nei suoi sandali di plastica viola, passare tra le macchine parcheggiate e saltare sul muretto.
«Va bene, va bene, tanto faccio in un attimo» disse toccando terra dalla parte opposta.
I gerani non erano lontani dalla recinzione, forse tre metri o poco più. Tommaso ci arrivò subito, prese il pallone e con un calcio ce lo rispedì in strada.
Appena Gianni lo ebbe recuperato, tenendolo sottobraccio e rivolgendosi a noi disse:
«Bene ragazzi, adesso possiamo andare. Facciamo a chi arriva primo in cima alla strada?» Inforcò la sua bici e cominciò a pedalare.
Io e Marco restammo fermi, pensierosi per qualche attimo, poi ci lanciammo subito all’inseguimento.
«OH ASPETTATEMI! VENGO ANCH’IO!» ci gridò dietro Tommaso ancora dentro il piccolo giardino.
«TOMMASO REA COSA CI FAI QUI?» gridò anche la vecchia Susini ritta sulla porta dell’ingresso.
In sella alla mia bici, mi girai per vedere cosa stava succedendo e vidi Tommy che scappava correndo nella direzione da cui era venuto. Lo vidi anche cadere a terra sull’asfalto saltando giù dal muretto.
Ma tutto ciò per me rappresentava solo un altro inutile dettaglio perché l’unica cosa importate era arrivare in cima alla strada prima di tutti.

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Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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1 Response

  1. Cristina ha detto:

    Ah Simone! non pentirti assolutamente, è stato un tuffo nel passato, sono già curiosa di sapere come va avanti. Sei un grande!