Eravamo soltanto amici PREQUEL: SUPERTELE parte 3 di 5

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E così state superando la metà di questo primo prequel! Ma bravi ragassuoli. Bravi,bravi. Chi si fosse perso le puntate precedenti può sempre attivare l’auto-distruzione neuronale cliccando sul pulsantone nella barra laterale. Adesso la banda dei quattro comincia a costruire il covo. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?

3. La costruzione

La cima dell’albero venne immediatamente conquistata da Marco. Una volta appesa una corda al ramo più basso, si arrampicò come un gatto fin quasi alla punta. Si fermò solo un paio di metri più sotto perché i rami erano diventati troppo sottili, e andare oltre sarebbe stato troppo rischioso. Ma questo non gli impedì di lanciare un urlo per affermare il primato.
Il suo “YABBADABBADU!” riecheggiò fra i campi, sovrastato solo dalla pernacchia di un “Ciao” smarmittato che passava in lontananza dalla strada.
Da quel momento in avanti, sotto il sole di quel torrido giugno, si susseguirono giorni di attività febbrile che si articolavano all’incirca così: durante la mattina non c’era un orario ben preciso per ritrovarci. Ognuno capitava all’albero come e quando voleva. Marco, per esempio, non veniva quasi mai perché andava sempre al mare con sua madre e sua zia. Gianni era un dormiglione, e sua madre lo lasciava a letto fino a tardi.
Io e Tommaso eravamo quelli presenti al mattino. Mia madre mi svegliava sempre alle 9 mentre i genitori di Tommaso, che gestivano diverse serre da floricoltura, svegliavano i loro figli con le galline perché capissero bene e subito che tipo di vita li attendesse in futuro.
Io e lui ne profittavamo per inforcare le bici e gironzolare intorno ai cantieri edili della zona, per recuperare vecchie tavole e assi inutilizzate, oppure solo per “inquadrare” il materiale che saremmo venuti a rubare durante il fine settimana, quando gli operai non lavoravano e nessuno si sarebbe accorto del nostro saccheggio.
L’unica spesa viva da sostenere per la costruzione della capanna erano i chiodi, e quelli li compravamo a peso alla ferramenta del quartiere facendo colletta. Mentre per gli attrezzi… bè… ognuno ne portava da casa, sottratti al bricolage dei rispettivi genitori.
Discorso diverso riguardava il pomeriggio. Quello era sacro. E ogni buon costruttore di capanne sapeva di non poter mancare all’appello subito dopo pranzo.
Ci radunavamo sempre sotto l’albero tra le 14.00 e le 14.30, e da lì cominciavamo la costruzione vera e propria, nonché la condivisione di tutto quello che riuscivamo a sgraffignare a casa per rendere più piacevole la nostra giornata.
Io di solito portavo le sigarette, riuscivo a fregare qualche N80 dal pacchetto di mio nonno che, con l’arteriosclerosi galoppante che si ritrovava, credeva di fumare come una ciminiera.
Gianni portava sempre qualcosa da mangiare, solitamente avanzi del pranzo.
Marco aveva una passione per i fumetti di Topolino e ne portava sempre qualcuno da condividere con la banda.
Per quanto riguarda Tommaso, il discorso era diverso, lui era una sorpresa continua e i suoi contributi non erano sempre apprezzati da tutti in ugual misura, come quella volta che portò una cavalletta morta.
Quel giorno arrivò con un piccolo cubo di plastica rosso, grosso all’incirca come un pompelmo.
«E che è quello?», gli chiesi.
«Una radiolina. Mia mamma l’ha trovata dentro al fusto del Dixan!»
Tommaso fece scorrere una piccola rotellina su una faccia del cubo e dal suo interno un impercettibile “click” fu seguito dalla voce di Micheal Jackson che cantava “Billie Jean”.
«Fooorte!» esclamò Marco alzando la testa dalla tavola che stava inchiodando. Il sole gli illuminò direttamente il viso imperlato di sudore e per un attimo sembrò un piccolo putto di bronzo.
Tommaso cominciò a saltellare a destra e a sinistra sulle note della canzone, esibendosi in un balletto ridicolo che aveva la presunzione di imitare i passi originali del grande Micheal, ma tutto quello che ottenne fu di aprirsi i pantaloncini proprio all’altezza del sedere. Il secco strappo ci colse di sorpresa inducendoci tutti a un’enorme risata generale.
Rideva anche Tommaso, con la sua vocina stridula e il cubo ancora saldamente stretto nella mano. Certi inconvenienti non capitavano di rado durante le nostre giornate, e tutto è sempre molto divertente quando sai per certo che il problema non ti riguarda e ci dovrà pensare tua madre.
«Mettila sopra quel sasso, ce la ascoltiamo mentre si lavora», gli dissi dopo aver smesso di ridere.
Mi voltai e ammirai la costruzione sull’albero, la capanna cominciava finalmente a prendere forma.
Avevamo inchiodato alcune tavolette al tronco e le usavamo come scalini per salire sui rami bassi, e delle lunghe assi di legno erano inchiodate in modo da formare una specie di piattaforma irregolare che avrebbe funto da pavimento.
Avevamo fatto le cose per bene, e anche se la geometria della nostra creazione non era certo ottimale, la stabilità era stata assicurata da centinaia di chiodi e metri di corda di nylon.
Se andavamo avanti di quel passo, nel giro di una settimana avremmo dovuto preoccuparci di come costruire un buon tetto.
«Certo che sta venendo proprio bene, eh?» dissi ammirato.
«Sì», confermò Marco accanto a me. «Se riusciamo a finirla mi ci trasferisco a vivere dentro, almeno non vedrò più quel brutto muso.»
Marco non parlava mai esplicitamente di suo padre, non ce n’era bisogno. Tutti sapevamo che quando pronunciava un epiteto offensivo gratuito era di certo riferito a lui. Lo odiava come il veleno, e spesso ne subiva le percosse.
Non passava mese senza che qualche livido gli comparisse sul corpo, e qualche graffio gli segnasse la faccia.
Una volta, addirittura, venne a scuola con il braccio al collo.
«Sono caduto dalle scale» spiegò alla maestra. Ma tutti sapevano chi era stato in realtà.
Il motivo di tanta violenza stava nel fatto che suo padre non lo considerava all’altezza delle sue aspettative. Quel becero uomo, con un passato da ex-pugile e un mestiere da guardia giurata, mal digeriva il suo figlioletto dai tratti femminei che invece di interessarsi allo sport e a tutte quelle cose che lo avrebbero reso un “vero uomo” passava il tempo a leggere fumetti e disegnare silhouette femminili.
Nonostante tutto, nessuno osava dire una parola: sua madre, sua zia, i vicini, gli amici, nemmeno a scuola dicevano niente. Facevano tutti finta che quello che accadeva non fosse vero, non riguardasse nessun altro tranne che Marco e suo padre. L’opinione comune suggeriva che se la dovessero regolare tra loro. Peccato che fossero separati da una cinquantina di chili di peso e una quarantina di centimetri di altezza, abbastanza per poter considerare lo scontro neanche lontanamente alla pari.
Soltanto adesso, a distanza di quasi trent’anni, mi rendo conto di quanto i tempi siano cambiati e di come, all’epoca, regnasse un’omertà latente che ora verrebbe spazzata via da una semplice chiamata al telefono azzurro o da un video su youtube. Non fraintendetemi, oggi i bulli e i prepotenti ci sono ancora, i soprusi vengono perpetrati allo stesso modo anzi, di più. Ma è anche vero che ci sono tanti più modi per venirne a conoscenza, e forse è proprio per questo che l’essere umano è peggiorato. Se allora molto poteva essere giustificato dall’ignoranza generale, oggi non è più così. Oggi è l’arroganza la molla scatenante degli stessi comportamenti, e per questo non è più tollerabile.
Tommaso, che aveva sentito quanto detto da Marco, si avvicinò cercando di consolarlo.
« Se vuoi ci penso io a quel bastardo. Lo dico a mio fratello e gli faccio fare un culo così» disse con la sua vocetta che rese subito l’affermazione tutto fuorché minacciosa.
Lo guardammo entrambi con espressione meravigliata.
«Bravo Tommaso, ma non credo che a Lucio freghi poi tanto di quello che gli vai a chiedere tu» dissi un po’ brusco.
«Oh, e te che ne sai? Mio fratello è un duro, va a giro con Davide Vitiello e Nunzio Amato. Fanno a botte un giorno sì e uno no per difendere le loro donne davanti al nuovo fast-food!»
«Ma se lo sanno tutti che Lucio a quelli gli fa da cameriere! Lo trattano come uno schiavo e lui anche ci sta!» dissi ridendo.
«NON E’ VERO!», sbottò contrariato Tommaso.
«Buoni, buoni voi due» intervenne Marco. «Grazie del pensiero Tommaso, mi piacerebbe veramente che Lucio potesse pestare ben bene mio padre.»
«Ma ti dico che è così! Mio fratello è un picchiatore! Con i suoi amici fanno sempre a botte per le loro donne!»
«Sì, sì, ho capito Tommaso, grazie. Ma dove le tiene le donne tuo fratello? Lo vedo sempre in giro sulla vespa tutto solo. Valgono anche quelle che paga?» lo rintuzzò Marco dandogli un’amichevole spintarella.
Tommaso capì di essere stato preso in giro e sorrise:
«Che stronzo che sei Marco. E io che mi preoccupo per te», poi gli saltò addosso e cominciarono scherzosamente a lottare ruzzolando in mezzo all’erba, e io mi feci da parte osservando quei due che ridevano e che erano anche i miei migliori amici.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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