Eravamo soltanto amici PREQUEL: SUPERTELE parte 4 di 5

jurupa

L’albero

Penultima parte del raccontino. I quattro sembrano molto affiatati ma forse non tutto è come sembra. Nubi nere all’orizzonte? Boh? In fondo così è la vita.

4. Aspettando Godot

Cinque giorni dopo, la sede dei nostri lavori si era spostata quasi esclusivamente sull’albero. Ormai il pavimento era consolidato, e noi tutti eravamo impegnati a tirare su le pareti.
E quando dico tutti, intendo dire Tutti tranne uno: Gianni.
Da quando avevamo cominciato la costruzione della capanna non si era fatto più vivo. Capitava di rado e rimaneva con noi per poco tempo, giusto per informarsi sul corso dei lavori prima di andarsene via con una scusa banale.
Per Gianni non era insolito comportarsi in quel modo. Io e Marco lo conoscevamo bene. In realtà forse aveva paura di arrampicarsi sull’albero, oppure non gli andava di costruire quel tipo di capanna perché, non avendone mai fatte prima, non si fidava di se stesso e del lavoro che poteva svolgere. Più semplicemente non ne aveva voglia, e quello era un altro modo di temporeggiare: veniva da noi, faceva due discorsi in croce e poi se ne lavava le mani rifugiandosi tutto il giorno nel bar del circolo ARCI a giocare al giochino del pinguino. Altri nostri amici lo avevano visto piantato al videogame nel corso di quei giorni.
Quella volta però non mi andò giù, c’era qualcosa che mi scocciava particolarmente.
Perché proprio lui, quello che, dopo Tommaso, aveva spronato più di tutti la banda nel cimentarsi in quella nuova impresa, alla fine si faceva vivo a malapena e si comportava in quel modo? Perché fare tutti quei discorsi prima e durante? Non era più facile dirci apertamente quali intenzioni aveva? In fondo eravamo amici!
Mi sentivo preso in giro. Sentivo che ci stava prendendo in giro tutti!
Non era rispettoso verso la banda. Come se ci avesse invitato alla sua festa di compleanno per poi scoprire, al momento dei festeggiamenti, che l’unica persona che non sarebbe intervenuta era proprio lui, il festeggiato!
Era da un po’ che quei pensieri mi rimbalzavano in testa, amplificandosi, diventando sempre più opprimenti. Quel giorno ero particolarmente indisposto, e decisi che se si fosse fatto vivo non sarei riuscito a stare zitto. Gli avrei fatto notare la cosa.
Resi partecipe Marco delle mie intenzioni ma lui mi liquidò con un pacifico: «Lascia perdere, lo sai che è fatto così, no?»
Ma se lui era fatto a suo modo era anche vero che io ero fatto al mio, pensai. Quindi se volevamo continuare a costruire le capanne insieme urgeva perlomeno un chiarimento.
Quel pomeriggio non era molto diverso dagli altri.
Giugno volgeva al termine e il sole era una grossa palla infuocata appesa nel cielo azzurro senza nuvole. Faceva caldo, le cicale frinivano e l’erba cominciava a ingiallirsi, ma prima di trasformarsi in pagliericcio secco ci sarebbe voluto ancora un mese buono. Il sudore intanto ci faceva venire la pappetta nera tra le pieghe del collo.
Eravamo tutti e tre sopra l’albero, impegnati nella costruzione, e dalla radiolina di Tommaso, poggiata sulla piattaforma del pavimento, uno speaker annunciava per l’ennesima volta la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente del Vaticano, chiedendo agli ascoltatori di segnalare alle autorità qualsiasi informazione che avesse potuto contribuire al suo ritrovamento. Erano diversi giorni che la radio non parlava d’altro. Immediatamente dopo, la normale trasmissione radiofonica proseguì con Pippo Franco che cantava “Chichichicococo”.
«Oh come mi piace questa canzone ragazzi!» esclamò Tommaso che, a petto nudo e con una N80 accesa in bocca, si era legato la maglietta in fronte e imitava Silvester Stallone da più di mezz’ora. Gironzolava per la piattaforma con una lunga scheggia di legno appuntita in mano, e ogni tanto si gettava a terra gridando «Ti scateno una guerra che non te l’immagini neppure!» Mesi prima, suo fratello lo aveva portato al cinema a vedere Rambo e l’esperienza lo aveva indubbiamente segnato.
«Secondo te quando gli passa ‘sta fissa per Rambo?» mi chiese sottovoce Marco.
«Boh? E che ne so io? A me piace Celentano!»
Da lontano scorsi Gianni che arrivava dalla strada, con la sua Salta-foss stava percorrendo il campo nella nostra direzione, zigzagando tra le buche e i cespugli rinsecchiti.
Arrivò con la sua solita aria serafica, tranquillo come un Papa. Accasciando la sua bici vicino alle nostre si fece sotto l’albero.
«Allora banda? Come procedono i lavori oggi? Vedo che siamo a buon punto, eh?» disse guardandoci da terra.
«Oh, ciao Gianni. Eh sì! Viene bene, viene bene…» lo accolse Tommaso, continuando nel suo daffare.
Marco non disse niente e rimase in silenzio, avrebbe risposto dopo aver sentito cosa avevo da dire a riguardo.
«Siamo? Ho capito bene? SIAMO? Siamo a buon punto… NOI! Non di certo tu che non ti fai vivo da una settimana!» sbottai con poco tatto.
Gianni mi guardò con aria interrogativa, non riusciva proprio a capire il motivo di quell’attacco.
«Che vorresti dire Miky? Se qualche giorno non sono venuto è perché ho avuto delle cose da fare! Adesso è obbligatorio venire tutti i giorni?»
«Seee. Hai avuto delle cose da fare AL BAR! Ti hanno visto, Gianni, che ti credi? Ed è da quando abbiamo iniziato che non ci sei!»
Gianni si accigliò, non si aspettava una risposta così tagliente e allo stesso tempo così inesorabilmente vera.
«Ah sì, eh? E allora? Sei tu il capo per caso? Siamo a fare il militare?»
«Oh, calma ragazzi! Che vi prende? Dai Miky lascia perdere, no?» intervenne Tommaso a stemperare il battibecco.
«Sì, dai. Ha ragione Tommaso. State buoni!» aggiunse Marco avvicinandosi a me.
Gianni mi fissava dal basso, i pugni stretti e le braccia rigide lungo i fianchi. Dall’alto della piattaforma vedevo benissimo la sua t-shirt troppo stretta fasciare il suo debordante girovita, e il sudore disegnargli due larghi aloni scuri sotto le ascelle. Una leggera brezza gli mosse appena la chioma ribelle.
«Io non sono il capo, Gianni, e qui non siamo a fare il militare. Ma se continui così, non mi sembra neanche giusto che tu entri in questa capanna quando sarà finita, visto che non hai fatto niente per costruirla. Anzi, ti dirò di più, non dovresti essere più nella banda» risposi a tono, raccogliendo il guanto di sfida che il suo sguardo contratto mi aveva lanciato.
Lui si irrigidì ancor di più, e in pochi istanti divenne paonazzo in viso. I pugni talmente stretti da avere le nocche bianche. Se non fossi stato sull’albero e mi avesse potuto avere a portata di mano, il nostro diverbio sarebbe passato subito alle vie di fatto.
«Bene! Bravo Farnocchia! Quindi il capo adesso sei tu! Sai che ti dico allora? VAFFANCULO TE E LA TUA CAPANNA DI MERDA. E pure la banda. me ne vado io, Tanto siete tutti degli stronzi!» gridò raccogliendo un sasso e scagliandolo verso di me. La pietra mi passò a una decina di centimetri dalla spalla e andò oltre cadendo sulla massicciata della ferrovia.
Poi riprese la sua bici e, recitando un rosario di parolacce indicibili e invettive al sottoscritto, si allontanò ripercorrendo la via da dove era venuto.
«No Gianni, su dai non fare così. Tu puoi entrare nella capanna!» gli gridò dietro Tommaso, tentando di ricondurlo alla ragione.
«Gianni, lascia perdere, torna qui!» si unì alle suppliche anche Marco.
Io me ne stavo impassibile a guardarlo mentre se ne andava. Lo vidi pedalare in fretta, percorrere tutto il campo, e immettersi sulla strada fino a che scomparve dalla mia vista dietro al vecchio casolare. Mi aspettai di vederlo rispuntare dal lato opposto ma stranamente non comparve.
«Stavolta l’hai fatto proprio incazzare» mi disse Marco, assestandomi una secca pacca sulla spalla.
Tommaso invece si era messo seduto in un angolo della piattaforma con il muso lungo.
«Ecco, è andato via, sei contento ora?» mi disse con tono severo.
Ma la verità era che non ero contento proprio per niente.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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