Eravamo soltanto amici PREQUEL: SUPERTELE parte 5 di 5

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Scontro con il Minotauro

Oplà, eccaallà. Dopo le quattro puntate precedenti eccoci giunti al gran finale, quello coi botti e i mortaretti stile Napoli quando Maradona vinse lo scudetto. La banda, alla fine dei conti, non è che poi fosse così banda come sembrava e qualcuno già fa intuire che tipo d’uomo diventerà. Al prossimo prequel. Namastè.

5. La tempesta.

«Ma perché l’hai trattato così?» mi chiese Marco.
Eravamo seduti sul bordo della piattaforma. I nostri piedi nudi penzolavano giù ondeggiando, carezzati dalla brezza.
«Non lo so. Stavolta non ce l’ho fatta a stare zitto. Non lo sopporto più. Non ha mai voglia di fare niente e sfrutta sempre gli altri. Non mi piace, non è giusto! Ma scusa, l’hai sempre detto anche tu. Mi sembrava che la pensassi come me, no?! Perché mi date tutti contro adesso? Guarda Tommaso, tutte le volte Gianni lo prende in giro e non perde occasione per fregarlo, eppure eccolo là, incazzato nero con me!» dissi sconcertato voltandomi verso di lui. Se ne stava rannicchiato vicino al tronco mentre ci conficcava un chiodo con delle scialbe martellate.
Di fronte a noi sfrecciò un treno, l’assordante sferragliare delle ruote coprì le nostre voci e la conversazione si interruppe fino a che l’ultimo vagone non scomparve in lontananza.
Marco fece un gran respiro e riprese:
«Vedi Michele, io non dico che tu abbia sbagliato a dirgli quelle cose, è il modo in cui lo hai fatto che non va bene. Glielo hai detto davanti a tutti, sputandogli in faccia quello che pensi in modo rude.»
«Ma ho detto delle bugie? Ho detto delle cose sbagliate?»
«No, quello che hai sostenuto è vero. Non è giusto che lui entri nella capanna se non ha aiutato a costruirla.»
«E allora? Lo vedi? Che ho fatto di male?»
«Glielo dovevi dire in un’altra maniera. Con delicatezza e, soprattutto, glielo dovevi dire a quattr’occhi. Così lo hai umiliato, lo hai messo davanti a se stesso e ai suoi difetti. A Gianni piace giudicare gli altri, avere voce in capitolo su tutto, è fatto così. Non gli piace essere lui quello che viene giudicato.»
«Ma perché? Siamo amici. Siamo una banda. Tra amici ci si può dire tutto senza problemi!»
Marco scosse la testa e afferrò un pezzetto di legno con le sue dita sottili. Lo gettò lontano facendogli descrivere una lunga parabola prima di cadere oltre i binari.
«Sì, è vero, siamo tutti amici. Ma forse alcuni sono più amici di altri, non credi?»
Io rimasi perplesso di fronte a quel ragionamento. Sentivo che aveva senso ma non riuscivo proprio a capirlo fino in fondo, non ancora per lo meno, non a quell’età.
Poi, qualcosa cambiò, turbò l’atmosfera che fino a quel momento era stata monopolizzata soltanto dal garrito delle rondini e dai mugugni sommessi di Tommaso.
Era una voce umana quella che sentivamo in sottofondo, un brusio inestricabile di parole sconnesse. Mi alzai in piedi avvicinandomi al tronco. Mentre mi rimettevo le mie espardillias, gettai lo sguardo in direzione di quel brontolio che si stava avvicinando lentamente, come un minaccioso temporale.
La porta sul retro del casolare era spalancata e una sagoma scura puntellata su un bastone si avvicinava barcollando.
La vecchia!
Sì, doveva essere proprio lei.
Era magrissima, indossava un vestito scuro a mezze maniche di cotone con una fantasia floreale, la sottana le arrivava subito sotto il ginocchio. Neri gambaletti le fasciavano gli scarni stinchi e ai piedi calzava vecchi zoccoli da infermiere. I suoi capelli, una grossa matassa bianca, erano contenuti da un foulard nero e consunto. Ma la faccia fu quella che mi colpì di più. Già da quella distanza distinguevo chiaramente una ragnatela di profonde rughe che intagliavano la pelle rinsecchita del viso, due occhi tondi sembravano esservi stati appuntati sopra. La bocca poi, spalancata nell’atto di inveire, era una grotta oscura dove un unico dente incastrato nella mascella si ergeva solitario e fiero, come un soldato di piantone.
Sinceramente, pensai vedendola arrivare, anche se mi fossi sforzato non sarei riuscito aimmaginarmela più brutta.
«LA VECCHIA! SIAMO FREGATI!» esclamò Tommaso, schizzando in piedi in preda al terrore.
«Accidenti!» sibilò Marco tra i denti.
Caracollando vistosamente e aggrappandosi al bastone, la vecchia riuscì ad arrivare fin sotto l’albero, impiegando un tempo che ci sembrò infinito, e durante il quale rimanemmo paralizzati dal panico, incapaci di decidere se mantenere la posizione o scappare via.
Continuava a urlarci contro, noi sentivamo ancora quel guazzabuglio incomprensibile di suoni, solo che adesso il volume era più alto.
Noi tre, dall’alto della piattaforma, guardavamo giù più stupiti che mai.
«Signora, scusi, non si capisce! Può parlare più piano?» le disse Marco.
«Ma che dice? Io non ci capisco niente!» esclamò platealmente Tommaso rivolgendosi a me.
Anch’io ero sulla stessa barca, non riuscivo a decifrare quel miscuglio di parole. Ma poi erano veramente parole? Sinceramente non ne ero sicuro perché alle mie orecchie le sue frasi arrivavano pressappoco così:
«Scenn ki nun si u padrun, stati a rump e rame e i kiud in du piannt a fann MORIRE! »
Adesso potrei dire in tutta tranquillità che la povera donna si stava esprimendo nel suo dialetto natale, probabilmente imbastardito dall’Alzheimer o qualcosa del genere. Ma vi assicuro che a quel tempo, dall’alto dei nostri dodici anni di esperienza, sentire parlare la vecchia e sentire urlare Chewbacca nel film “ Guerre Stellari “ era la stessa identica cosa.
La donna si accorse del nostro smarrimento, forse notò che la stavamo osservando dall’alto come tre scimmiette incuriosite, appollaiate su una palma. Incentivata da una buona dose di frustrazione quindi, alzò il bastone e pensò bene di sottolineare ogni sua incomprensibile frase con una sferzata sul tronco dell’albero.
Ovviamente sulla pianta continuava ad aumentare il panico.
«Signora si calmi, si calmi!» la scongiurava Marco, tentando di rabbonirla.
«Oh signora, io ancora con capisco un cazzo!» urlava Tommaso non rendendosi conto che quello che aveva appena detto somigliava più a una confessione esistenziale che a una sgarbata supplica.
E fu proprio in quel momento di estrema tensione che io sbagliai.
Sì, proprio così, sbagliai di brutto. E non fu un errore qualsiasi. Quel giorno feci il primo di numerosi sbagli che avrebbero caratterizzato la mia vita negli anni a venire. Non so neanche come mi venne in mente, agii d’istinto, senza pensare, forse perché mi sembrava la cosa più giusta da fare in quel momento.
Andai verso il tronco dell’albero incominciando velocemente a scalarlo, e quando finalmente fui sul ramo più alto, guardai in basso. La vecchia stava esattamente sotto di me.
Senza esitare tirai giù la lampo dei calzoncini, infilai la mano nelle mutande ed estrassi quello che allora era un “canarino implume”, un secondo dopo stavo facendo la pipì.
La sottile cascata dorata precipitò, colpì la vecchia sulla testa e sulle spalle, infradiciandola di urina. Decine e decine di piccole perle gialle scintillarono al sole.
L’anziana signora sulle prime non realizzò, si toccava nervosamente il corpo e il capo cercando di capire cosa la stesse bagnando.
Probabilmente pensava: Eppure c’è il sole, perché piove?
Poi quando alzò lo sguardo e puntò gli occhi azzurrissimi su di me, la sua furia divenne inarrestabile. Cominciò a strillare così forte che rivoli di bava le colarono ai lati della bocca.
«Fermati, basta Michele! Sei scemo? Basta!» mi supplicava Marco mentre assisteva alla scena.
«Eee-eee-eee-eee» risuonò la risata idiota di Tommaso.
Ma io ormai ero partito. Anche se l’avessi voluto, fermarmi a quel punto sarebbe stato impossibile a meno di esercitare una dolorosa violenza su me stesso e sulla mia vescica.
Il bastone della vecchia volteggiava sotto i rami bassi alla ricerca di un bersaglio su cui sfogare tutta la sua ira, ma nessuno di noi era alla portata. La povera donna lo scagliò malamente nel vano tentativo di colpirci, ma la verga si sollevò a malapena ricadendo pesantemente al suolo.
Fu allora che, rendendosi conto della sua impotenza e ormai stremata nel decrepito fisico (nonché lorda della mia pipì), si arrese alla sua incapacità di poter cambiare quella situazione.
Raccolse il legno e tornò sui suoi passi, in direzione del casolare, lasciandosi alle spalle le invettive incomprensibili che l’avevano preceduta.
Noi restammo muti guardandola allontanarsi, intimoriti e increduli di aver respinto l’attacco di un così crudele nemico. Solo quando rientrò in casa e la porta le si chiuse dietro, le nostra urla di trionfo divennero incontenibili.
Ce l’avevamo fatta, la strega era morta!
«Sììì!» urlò Tommaso, levando le braccia al cielo e cominciando a saltare.
«Oh Madonna santa! Ma come ti è venuto in mente Miky? Le hai fatto la pipì addosso!» disse Marco, a metà strada tra il rimprovero e lo sconcerto.
«Non lo so. Mi è venuta così» risposi scendendo dal tronco e raggiungendo i miei due compagni sulla piattaforma.
«Sei stato fortissimissimo! Hai pisciato in testa alla vecchia! È stato fantastico! Quasi non ci credevo, giuro su Dio!» mi accolse euforico Tommaso. Era tutto emozionato e sudaticcio. Con quella mossa mi ero conquistato la sua ammirazione e, almeno fino alla fine dell’estate, nella sua classifica degli eroi, subito dopo Rambo ci sarei stato io.
«E vabbè che sarà mai?» dissi io non senza una punta di compiacimento. «Un po’ di pipì non ha mai ammazzato nessuno. L’importante è che se ne sia andata.»
«Ma che dici Michele? Ti rendi conto di quello che hai fatto? Quella poteva essere tua nonna!» insisteva Marco con tono paternalista.
Ma io ero sordo da quell’orecchio, non ci sentivo proprio. Ero convinto di aver fatto una cosa “ figa”, di essere stato un dritto, un impavido cavaliere con l’armatura scintillante che era riuscito a mettere in fuga un temibile drago. Nella realtà dei fatti però, le cose stavano in ben altra maniera. Il cavaliere era un ragazzino irriverente e maleducato, e il drago era una vecchia decrepita con un piede nella fossa e l’altro su una buccia di banana. Niente male come epico scontro, avevo dato proprio il meglio di me.
«Ma dai, tu la fai troppo lunga, sono sicuro che a quest’ora neanche si ricorda più di quello che è successo» smorzai.
«Sì Marco, falla finita! Michele ha fatto bene! SEI UN GRANDE MIKY!» mi glorificava Tommaso saltellandomi intorno e dandomi delle vigorose pacche sulle spalle.
«Lo vedi? Lo vedi chi è il tuo fan numero uno? Non ti fa pensare niente questo?» continuò Marco, puntando il dito verso Tommaso.
«OH CHE VORRESTI DIRE?» esclamò indignato quest’ultimo.
Ma la sua reazione non turbò minimamente la conversazione tra me e lui.
«Senti Marco, quando fai così sembri proprio una femminuccia. Se hai tanta paura della vecchia puoi sempre scendere dall’albero e andare a casa no?» continuai imperturbabile con il mio atteggiamento borioso.
Il suo sguardo si fece aspro, la mia superbia lo aveva punto sul vivo e la sua risposta arrivò decisamente a tono.
«Sei proprio scemo Michele. Se tu venissi a sapere che qualcuno ha pisciato addosso a tua nonna come reagiresti? Saresti felice? Non ci pensi che quella signora potrebbe avere un marito e dei figli? Io non ho paura della vecchia, ho paura di loro! SCEMO!»
Per un attimo la mia arroganza da super-fusto vacillò. Marco mi aveva lanciato contro il suo pensiero arguto come fosse un dardo, e aveva colpito nel segno. Peccato che, come sempre succedeva, io quel dardo neanche riuscivo a vederlo arrivare, era troppo veloce per me, e dovendola dire tutta, non riuscivo a capire neanche dove mi avesse colpito.
«Seee. Ma figurati se quella befana può avere un marito, come minimo è morto da vent’anni. E i figli? Quelli avranno sicuramente altro da f…»
La frase mi si troncò in bocca quando il rombo di un motore tirato a tavoletta seguito da uno stridere di gomme giunse dalla strada. Una macchina aveva frenato bruscamente proprio dietro al casolare. Non aveva attraversato il passaggio a livello e quindi non l’avevamo vista arrivare, in compenso si era fatta ben sentire.
Immediatamente dopo, udimmo chiaramente delle urla provenire da laggiù. Ci stringemmo intimoriti sulla piattaforma, aspettandoci di vedere Godzilla fare capolino da dietro la casa.
Il preistorico rettile non si fece vivo, ma una grossa, corpulenta figura svicolò, e si diresse di gran carriera verso il nostro albero.
Era un uomo quello che, a testa bassa, veniva correndo verso di noi. Sulla cinquantina, basso e tarchiato. Il cranio tondo incassato tra le spalle, e il volto deformato in un ghigno dovuto in parte allo sforzo della corsa e in parte alla tremenda incazzatura.
Era parzialmente calvo, e il suo riporto di capelli grigiastri si era aperto nella foga, producendo come risultato una lunga falda capelluta che gli sventolava sopra l’orecchio.
Correva goffamente sulla superficie accidentata del campo, cercando di evitare le buche e i cespugli, ma la sua agilità lasciava a desiderare. Nonostante ciò continuava imperterrito la sua cavalcata insicura, assomigliando incredibilmente alla figura del Minotauro che avevo visto su una pagina del mio sussidiario.
Proprio uno dei numerosi avvallamenti del campo lo tradì, mise un piede in fallo e cadde lungo disteso nell’erba.
Si rialzò faticosamente, e rimettendosi in piedi pronunciò la sua prima frase di senso compiuto dal momento in cui l’avevamo visto comparire:
«VOI, PICCOLI BASTARDI, FERMI LAGGIU’! NON VI PROVATE A SCAPPARE!»
Ma alle nostre orecchie quella frase risuonò di ben altro significato. Tutti e tre la interpretammo alla solita maniera, nel medesimo istante: «Si salvi chi può, ognuno per sé, Dio per tutti! »
Dovevamo scappare via da lì, subito, immediatamente, ORA! Con buona pace dello spirito di banda.
Come topi spauriti che fuggono da una nave che affonda, ci precipitammo alle vie di uscita della nostra capanna.
Marco e Tommaso erano i più vicini al tronco e si mossero prima di me. L’uno discese velocemente i pioli che avevamo inchiodato, mentre l’altro si fece scivolare giù dalla corda.
Io, rimasto nell’impossibilità di utilizzare qualsiasi altra via nell’immediato, decisi di optare per una soluzione radicale ma veloce.
Senza fare troppi consuntivi sulla pericolosità dell’atto, saltai a cavalcioni di uno dei rami più bassi e mi lasciai penzolare. Quando mollai la presa, la distanza dei miei piedi dal terreno superava di poco i due metri, e un volo di quel genere, per un ragazzino dodicenne di un metro e cinquantotto per sessanta chili scarsi, non rappresentava un grosso problema. Se dovessi ripetere l’impresa adesso, dopo tutti questi anni e con il peso che ho, lascerei sicuramente sul campo i legamenti crociati con un menisco a piacere.
Arrivai a terra insieme agli altri quindi, e appena mi fui rialzato cominciai a correre con loro verso le biciclette ammucchiate a poca distanza.
Intanto il Minotauro, vedendo che il suo appello era stato largamente disatteso, aveva ripreso la corsa ed era sempre più vicino, forse una decina di metri. Dal colletto sbottonato della sua camicia bianca a mezze maniche, riuscivo a distinguere chiaramente un grosso crocifisso dorato agitarsi convulsamente tra i villi del petto. Lo scintillio ipnotico dell’ammennicolo mi catturò per un brevissimo istante.
Tommaso fu il primo a raggiungere le biciclette, senza fare tanti complimenti girò la sua nella direzione opposta alla strada e cominciò a correre verso i campi tenendola per il manubrio, dopo qualche metro la inforcò al volo e pedalò come un forsennato.
Marco, quasi contemporaneamente, optò per una fuga trasversale. Montò subito in sella alla sua e pedalò, inizialmente con gran fatica, in direzione parallela alla strada. Avrebbe percorso un breve tragitto in mezzo ai campi, passando dietro al casolare, per poi re-immettersi in strada all’altezza del vicino campo da calcio.
Io, poco dietro di loro, rimasi spiazzato. Il Minotauro era ormai a cinque, sei metri di distanza da me e non sapevo che pesci pigliare.
Dove vado? Che faccio? DEVO SCAPPARE!
Ruppi l’empasse alla solita maniera, usando l’istinto. Senza starci troppo a ragionare drizzai la bicicletta afferrandola per il manubrio, e spingendola cominciai a correre… direttamente contro il Minotauro!
Sì, proprio diritto in bocca a colui che sembrava essere la fulgida dimostrazione dell’esistenza di Satana!
Il cuore mi batteva forte, avevo paura ma giuro, in quel momento pensavo che quella fosse la mossa più giusta.
Anche il mio avversario rimase spiazzato, proprio non se l’aspettava. Lo capii quando alzando lo sguardo dal suolo, piantò i suoi piccoli occhi azzurri (gli stessi della madre) nei miei, e protese le corte braccia nerborute:
«TI INSEGNO IO A PORTARE RISPETTO» gridò, gustando il dolce sapore della vendetta.
Così vicino alla fine, potevo udire le voci dei miei amici in lontananza:
Tommaso dietro di me urlava a squarciagola. «SCAPPA MIKY! SCAPPAAA!»
«CHE FAI MICHELE? NOOO!» gridava invece Marco, diretto al campo di calcio.
Ma ormai era fatta, io e il Minotauro eravamo in rotta di collisione come due locomotive impazzite. Era troppo tardi per tornare indietro, e se l’avessi fatto non avrei più potuto mettere in atto la mia strategia che, come gli eventi in seguito dimostrarono, si sarebbe dimostrata vincente.
Piegai le ginocchia accucciandomi e contemporaneamente scartai a sinistra. Il Minotauro neanche si accorse di quello che stava succedendo. Un attimo prima le sue mani stavano per ghermirmi e un attimo dopo annaspavano nell’aria. Il suo grosso anello d’oro, a forma di testa di leone, mi graffiò la guancia procurandomi una gelida fitta di dolore.
Continuando imperterrito la corsa verso sinistra, mi trascinai dietro la bicicletta che a quel punto si mise di traverso, conficcandosi, come un cuneo metallico, tra le gambe del mostro in corsa.
Per lui fu devastante, e troppo veloce per riuscire a evitarla. Ci inciampò sopra con i suoi mocassini bianchi e, per la seconda volta quel pomeriggio, rovinò pesantemente a terra. Ma stavolta si fece più male della precedente perché i suoi stinchi percossero con violenza il telaio della mia graziella facendogli emettere un ululato di dolore.
«AHRORCODIOOO!» gridò schiantandosi al suolo.
Incredibilmente la mia strategia aveva funzionato, il mostro era riverso a terra, non mi rimaneva che continuare a correre verso la salvezza.
Mi rialzai per riprendere la marcia ma qualcosa mi bloccò. Non riuscivo più a muovere la graziella. Mi voltai indietro e vidi che il Minotauro era sì ancora a terra, ma con una mano aveva afferrato saldamente il portapacchi della mia bici.
«Dove vai?» ghignò, mentre mi fissava con occhi compiaciuti. Il riporto gli penzolava di lato come un sinistro tentacolo.
Finalmente la paura si impadronì di me, e lo fece totalmente. Avevo giocato la mia carta vincente ma non aveva sortito l’effetto desiderato. Adesso era puro e semplice terrore quello che stava percorrendo il mio corpo. Dalle unghie dei piedi alle punte dei capelli. E quando il signor terrore ti prende, si fa sempre accompagnare dal suo amico panico. Panico sfrenato. Quello che mi annebbiò l’intelletto e non mi fece più ragionare lucidamente sul fatto che mollare la bicicletta sarebbe bastato a risolvere il problema. No, non ragionai, io quel giorno ero un tutt’uno con la mia bicicletta, e se non veniva via con me allora anch’io sarei rimasto. Tornare a casa senza sarebbe stata una vittoria di Pirro, perché a quel punto sarebbe stata mia madre a suonarmele!
Feci calare con forza il piede su quella mano.
«LASCIAMI!» urlai.
Ma quella rimase aggrappata dov’era.
«LASCIAMI!» e via un altro pestone.
«LASCIAMILASCIAMILASCIAMIII!» Tre pesti, uno dietro l’altro, con tutta la forza di cui disponevo, e il terzo finalmente riuscì a liberarmi.
«AGGGH!» si lamentò l’uomo, ritraendo l’arto.
E alla fine mi hai lasciato!
Ripresi la mia corsa dissennata lasciandomelo alle spalle, riverso a terra, con la mano dolorante stretta al petto, e una smorfia di sofferenza che gli deturpava il viso.
Via, via, via. Pensavo mentre correvo verso la strada, finalmente libero.
Ma il Minotauro non era un avversario facile da abbattere, fiumi di inchiostro sono stati versati per descrivere la sua attitudine alla lotta e la sua sete di carne umana nella mitologia greca. E infatti quell’uomo si stava già rialzando, più inferocito che mai, per gettarsi nuovamente nella corsa a testa bassa.
Nella frenesia delirante della fuga, distinguevo a malapena le voci dei miei amici che mi incitavano:
«VAI MICHELE!» urlava Tommaso, lontanissimo tra i campi.
Accelerai, saltai l’ultima buca prima del marciapiede e dopo due falcate le mie espardillias toccarono l’asfalto.
È fatta! Montai in sella alla Graziella e mi sollevai in piedi sui pedali per imprimere più forza possibile, ma le ruote si muovevano a malapena. La gran corsa dall’albero alla strada mi aveva spossato e le energie erano quasi esaurite.
Il Minotauro ne approfittò per recuperare la distanza che ci separava, mi fu addosso. Era sulla strada anche lui adesso, e correva sbuffando e grugnendo come un cinghiale braccato.
«VIENI QUI DANNATO FIGLIO DI PUTTANA, VIENI CHE TI RADDRIZZO IO!» sbraitava alle mie spalle.
Io volevo solo pedalare più veloce che potevo, era la cosa che desideravo più al mondo. Immaginavo di fondermi con la bici per trasformarmi in un robot guerriero come quello della televisione. Capace di volar via. Sentivo la velocità aumentare progressivamente, ma non abbastanza.
Il pedale sbilenco scandiva la frequenza delle mie pedalate come un lento requiem funebre.
T-tlak, T-tlak, T-tlak
«FORZA FARNOCCHIA ! VAI CHE CE LA FAIII» gridò una voce amica a poca distanza.
Con la coda dell’occhio riuscii a distinguere una figura familiare sfilare sul marciapiedi di fianco me.
Era Gianni! Stava in piedi accanto alla porta d’ingresso del casolare e la sua bici era accasciata vicino al campanello.
Ecco perché non l’ho più visto?! È rimasto dietro al casolare!
Intanto il Minotauro mi era quasi addosso, potevo addirittura sentirlo digrignare i denti. Nella mia immaginazione di ragazzino si intrecciavano visioni apocalittiche di massacro e orrore, non avevo più neanche il coraggio di voltarmi indietro tanta era la paura.
Oddio oddio ODDIO!
Strinsi gli occhi in un ultimo disperato sforzo e promisi al Signore che, se l’avessi scampata, sarei stato molto, ma molto più buono.
Poi, proprio quando tutto sembrava perduto, la distanza tra noi due cominciò lentamente ad aumentare.
La mia bici aveva finalmente preso velocità e i pedali si facevano sempre più leggeri, contemporaneamente anche il Minotauro si era sfiancato. Se la gran corsa aveva affaticato me, così giovane e snello, figuriamoci come si poteva sentire lui, alla sua età e con quel fisico più adatto a scaricare che a scattare.
T-tlakT-tlakT-tlak, il pedale sbilenco andava a ritmo di foxtrot e dietro di me non sentivo più niente.
Lanciato in velocità com’ero, osai voltarmi e scoprii che il Minotauro era scomparso.
Vidi invece un uomo, sofferente e ormai spompato, chino in mezzo alla strada con le mani sulle ginocchia. A bocca aperta ansimava e mi guardava in cagnesco mentre mi allontanavo. Dalla sua espressione intuii tutte le brutte cose che avrebbe voluto dirmi se solo avesse avuto la forza e soprattutto il fiato per urlarmele dietro.
La sua testa quasi totalmente pelata era fradicia di sudore e brillava sotto i raggi del sole come una lampadina accesa nell’oscurità.
Solo quando fui vicino a casa, mi accorsi del sangue che colava dal malleolo. Nella foga di scappare mi ero ferito con il carter senza neanche accorgermene.
Ma di certo questo non contava, l’unica cosa importante era che ce l’avevo fatta, ero scampato al Minotauro in uno dei pomeriggi più paurosi di tutta la mia vita.
La capanna sull’albero era perduta, ovvio. Ma noi eravamo fuggiti. La banda si era messa in salvo.
Marco e Tommaso avevano rischiato grosso per colpa mia, per la mia stupida voglia di protagonismo che si era accanita contro una povera vecchia. Se gli fosse successo qualcosa non me lo sarei mai perdonato. Anche a Gianni era andata bene, se ne era andato prima del gran casino, quel nostro litigio era stato provvidenziale per lui.
Eh Già, Gianni. Chissà cosa ci faceva sul marciapiede accanto alla porta della vecchia. Perché era rimasto nascosto dietro al casolare tutto quel tempo?
Tutto sommato anche quello restava solo un inutile dettaglio, l’unica cosa importante erano i miei amici, la banda, che alla fine si era salvata.

FINE

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