Fritz il gatto: Il pornofelino sboccato che si faceva le prostitute

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Gustando un'altro genere di polpetta

Topolino ha dei problemi, dei grossi problemi. È  sempre più pallido ed emaciato, non si cura più, non si tiene più, non è più in forma come una volta. Si dice in giro che abbia cominciato ad abusare di droghe, oltretutto ha pure mollato la sua fidanzata e lo hanno visto in compagnia di squallide prostitute da 4 soldi. Non parliamo poi delle voci che circolano riguardo al suo coinvolgimento in atti terroristici e simpatie filo-anarcoidi.
Io lo so di chi è la colpa. Sono le cattive compagnie. Lui è talmente un bravo topino che si è fatto abbindolare. L’ho sempre detto io: le cattive influenze prima o poi ti trascinano all’inferno… nel profondo dell’inferno a tenere compagnia a FRITZ IL GATTO!

Partorito da quel grande fumettista americano con il cervello in pappa che è Robert Crump, “Fritz The Cat” fu prima una rivista a fumetti underground agli inizi degli anni ’70, e dopo un film d’animazione.
Il successo di vendite che seguì il fumetto spinse i cineasti di Hollywood ad investire sulle peripezie dello spudorato gattino e così, nel 1972, il regista Ralph Bakshi ne trasse un film che, a parte le animazioni un po’ incerte, in alcuni punti “scattose”, e il doppiaggio italiano un po’ alla “tarallucci e vino”,  ha sicuramente il merito di essere stato il primo lungometraggio a cartoni animati vietato ai minori di 18 anni mai apparso in Italia.
Fritz era un gatto fuori dalla norma, almeno per quanto riguarda i tempi che correvano. Il grande pubblico era abituato a Pinocchio e Cenerentola della grande e rinomata scuderia Disney, per cui l’impatto sociale di un personaggio del genere ebbe la stessa violenza sulla platea che potrebbe avere un destro di Tyson sferrato in faccia per darti la sveglia alle 7,30 del mattino.

Voi e il vostro BLABLABLA

Nel 1972 si cominciò a parlare di un gatto che fumava marijuana, faceva comunella con anarchici e terroristi, e chiama “Pigs” dei poliziotti effettivamente rappresentati come porci in divisa, senza contare il fatto che prendeva parte ad orge promiscue e psichedeliche dove i protagonisti scopavano come ricci e si ammucchiavano freneticamente.

Altra novità, udite-udite, il nostro Fritz SANGUINAVA. Esatto. Fu il primo cartoon nella storia dell’animazione dove i personaggi perdevano sangue e morivano in maniera abbastanza truce.

Da notare l’interessante dicotomia tra il cuore che lentamente si ferma e le palle che finiscono in buca
Il teatro di posa di “Fritz The Cat” è una New York grigia e caotica, piena di personaggi antropomorfi completamente pazzi, e poliziotti fin troppo decisi rappresentati come stupidi energumeni omosessualeggianti. In città, Fritz riesce a mettere su un’orgia con 3 tipe conosciute casualmente a Central Park, una gatta, una cagna e una faina, ma 2 poliziotti lo interrompono sul più bello e allora lui si rifugia in un localaccio di Little Italy pieno di corvi neri.

GIURO! Non è quello che sembra.

Decide però di cambiare aria e allora si dirige verso la California con la sua amichetta faina, ma durante la fuga diventa impotente e viene coinvolto in un attentato da un coniglio motociclista eroinomane, sovversivo e ariano.

Alla fine, però, grazie alla sua amante, riuscirà a riacquistare la virilità e la salvezza, pronto per nuove avventure.
Questa era, in versione super-compressa, la trama del film con i suoi episodi più rappresentativi. Inutile dire che durante il suo svolgimento se ne vedono di tutti i colori.
“FRITZ IL GATTO” ebbe un successone in patria e venne tradotto e distribuito in mezzo mondo. Qui nel bel paese uscì nelle sale con il titolo “ Romeo, il gatto del colosseo “ (UOTTEFAK il possente era già in circolazione negli anni ’70) e come ho accennato inizialmente, il doppiaggio fu eseguito in un modo un po’ così… diciamo colorito? Nella versione originale della pellicola tutti i vari personaggi parlavano in “slang” metropolitano per cui, come spesso accade in Italia, per riuscire a caratterizzarli meglio si optò per l’impiego dei vari dialetti nazionali. Nonostante avessero prestato le voci doppiatori del calibro di Oreste Vianello e Giancarlo Giannini, il risultato non fu dei migliori ma bisogna anche ammettere che l’impresa era ardua.
C’è da dire infine che Robert Crumb rimase scontento a tal punto dal lavoro svolto da Bakshi che decise di far fuori il povero gatto.
Perchè? Direte voi. Era bastato così poco per farlo disaffezionare al personaggio?
Neanche per idea.
Il motivo di una tale reazione era dovuto a una questione di donne. Per 5 anni, a partire dal 1970, il buon Robert si era fatto l’amante (in tutti i sensi) e di conseguenza la sua relazione con la moglie era a dir poco BATTAGLIERA. Proprio per questo motivo, quando Ralph Bakshi piombò a casa sua per chiedere il permesso di usare il personaggio per un film, non trovò lui personalmente, trovò invece la moglie che, allettata dal colore verde dei paperdollari, non esitò un istante a concedere tutti i diritti senza interpellare il marito, che tanto lui era in giro per il mondo a sganzeggiare e figurati quanto gliene fregava.

Robert Crump durante un’importantissima convention planetaria sul senso del fumetto in generale

Il disappunto del buon Robert fu tale che, in un fumetto successivo al film, assassinò Fritz facendolo trafiggere alle spalle da una lucertola armata di un pugnale di ghiaccio, e chiuse la serie. Bonanotte a tutti. È stato un piacere. L’ultimo chiuda la porta.

Fine ingloriosa di un mito della promiscuità

Fine ingloriosa di un mito della promiscuità

Visto il successo ottenuto da Ralph Bakshi, Hollywood ci riprovò 2 anni più tardi con un sequel praticamente sconosciuto in Italia. Fu intitolato “Le nove vite di Fritz il gatto” e la regia venne affidata a un certo Robert Taylor che poi diventò disegnatore per la Disney, contribuendo al cartoon televisivo di “Aladdin e il re dei ladri” del 1996.
Curiosamente simile nel titolo a uno dei primi porno firmati con pseudonimo da Abel Ferrara, “Nine lives of a wet pussycat”, il sequel non fu un fisco. No-no, assolutamente. Fu direttamente UNA DAMIGIANA che spense qualsiasi velleità cinematografica che il personaggio poteva ancora avere.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

2 Responses

  1. Fra X ha detto:

    “Proprio per questo motivo, quando Ralph Bakshi piombò a casa sua per chiedere il permesso di usare il personaggio per un film, non trovò lui personalmente, trovò invece la moglie che, allettata dal colore verde dei paperdollaroni, non esitò un istante a concedere tutti i diritti senza interpellare il marito, che tanto lui era in giro per il mondo a sganzeggiare e figurati quanto gliene fregava.”

    Ma veramente!?! °_O Pazzesco nel caso!

    “non fu un fisco. No, assolutamente. Fu direttamente UNA DAMIGIANA che spense qualsiasi velleità cinematografica che il personaggio poteva ancora avere.”

    😆

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