Nelle migliori librerie di Gotham : La rece de I miei genitori non hanno figli

coverChi mi conosce sa che certe volte posso essere molto stronzo. Chi mi conosce ancora meglio sa che in realtà sono Batman.
Quando mi trovo a scrivere recensioni di libri, però, un sottile senso di disagio mi pervade. Parlare in bene o in male di un prodotto editoriale talvolta può attirarti addosso gli strali dei fan, quando, addirittura, lo stesso autore può scriverti per chiederti con garbata curiosità: «Ma che cazzo stai a dì?».  In fondo, tecnicamente, sarei uno scrittore anch’io e dovrei proteggere la categoria in questi tempi di magra. Dovrei fare come fanno tutti gli altri: ignorare i prodotti che non mi piacciono e incensare quelli mi devono per forza piacere, ma poi ci rifletto ancor di più e mi rendo conto che questo è un blog personale e quello che ci scrivo sopra sono solo le mie opinioni. I visitatori sono pochissimi, i commentatori merce rara, e gli estimatori sono discendenza di sangue, quindi mi scrollo di dosso l’inquietudine e faccio parlare la tastiera, senza timore e con il cuore in mano, perché Batman, com’è noto, non ha paura di niente.

Quando penso a Marco Marsullo, istintivamente lo associo a Francesco Muzzopappa. Non so perché, davvero, non riesco proprio a spiegarmelo. Sarà perché entrambi sono due scrittori che hanno fatto il botto nel 2013? Sarà perché tutti e due hanno uno stile ironico e graffiante? Non so, davvero non lo so. Fatto sta che per me sono un po’ il dinamico duo dell’editoria Ggiovane (nel senso buono del termine), quella che è riuscita ad emergere in mezzo a un mare di barbose pubblicazioni senza tirare in ballo bambini tormentati o storie di disagio esistenziale che poi si concludono col morto.
Sono il mio personale dinamico duo, dicevo, e alla luce di questo resta solo da definire chi sia Batman e chi sia Robin. Visto che il ruolo di Batman ce lo litighiamo io e Muzzopappa, mi sembra evidente che Marco Marsullo sia Robin.

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«Continua tu la presentazione, cocca. Adesso ho da fare»

Marco Marsullo è un ragazzo meraviglia. Ha la stoffa, ci sa fare, ma talvolta si perde un po’ per strada. Come molto spesso succede in questo selvaggio mondo che è l’internet, sul suo conto i recensori si dividono. C’è chi lo odia profondamente e chi lo innalza ai campi Elisi ma, come al solito, in pochi riescono veramente a capire che qualsiasi autore ha i suoi punti di forza e le sue debolezze, e ogni opera è frutto di un particolare momento storico che sta vivendo, del suo stato d’animo, e dell’infittirsi dei suoi giramenti di pelotas.

Il suo primo libro, “Atletico Minaccia Football Club” mi ha molto divertito e ne ho parlato benissimo sulle frequenze di questo blog. Il suo secondo libro invece MEH. Non era brutto, non fraintendetemi, ma deluse un po’ le mie aspettative, quindi, questa sua terza opera era per me un vero e proprio spartiacque: «Marco, se toppi adesso ti requisisco la moto e stai chiuso nella bat-caverna per un mese.» È quindi per me un piacere immenso dirvi che il nostro eroe ha passato la prova e si è guadagnato il diritto di successione al mantello di Batman, non appena Batman sarà schiantato in due da Bane, ovviamente.

E per l’occasione riciclo la Gif del libro precedente

Dunque, che dirvi di questo libro? Beh, “I miei genitori non hanno figli” è una storia di introspezione dove il personaggio principale non ha neanche un nome (o almeno se ce l’ha, ha un’importanza strategica pari all’Australia orientale quando si gioca a Risiko), ma che nel suo quotidiano vivere da figlio di genitori separati attinge all’esperienza personale dell’autore. È difficile spiegarvi le emozioni che ho provato leggendo questo piccolo romanzo, e contemporaneamente non vorrei buttare giù il solito riassuntino che trovereste ovunque su internet googlando il titolo del libro, vorrei però riuscire a farvi capire cosa si prova leggendolo:

«Zia Susanna, una donna che ha l’equilibrio psichico di un cerbiatto prelevato dal suo habitat e lasciato da solo in mezzo a un incrocio qualsiasi di Manhattan»

Avete presente quel preciso istante in cui avete guardato negli occhi uno dei vostri genitori e avete pensato: «Poveraccio, crede veramente che il mondo giri ancora in quel modo.» Ecco. Quello è stato l’istante in cui siete diventati grandi, e lo sapete perché? Perché avete smesso di lottare, avete smesso di opporvi, di incazzarvi con lui credendo che fosse troppo stupido per riuscire a capirvi. Credendo che fosse troppo distratto dalla sua banale vita per riuscire a capire cosa sarebbe stato meglio per voi…VOI.

Con quel «Poveraccio» avete decretato la fine di un era e l’inizio di un’altra, perché «Poveraccio» è un aggettivo che qualifica il soggetto come bisognoso. È un aggettivo compassionevole che certifica lo stato di necessità dei vostri genitori. Per la prima volta non siete più voi che avete bisogno della loro approvazione o del loro aiuto, ma sono loro, LORO, ad essere fortemente handicappati e vittime di tempi che li hanno triturati e messi sotto. In quell’istante voi non avete più incertezze, vi scrollate di dosso tutto il retaggio, le paure, i tic che i vostri genitori vi hanno inzeppato ben bene in testa, e decidete finalmente di fare come vi pare, di prendere le vostre decisioni in autonomia senza aspettarvi nessuna contropartita di approvazione da parte loro, anzi, non prendendola minimamente in considerazione fin dal minuto zero.
Questo, secondo me, significa diventare grandi. Assumersi serenamente le proprie responsabilità e, per forza di cose, doversi assumere anche quelle degli altri; nella fattispecie quelle dei vostri genitori che non capiscono un cazzo.

«Per quanto mi riguarda, uno con un nome del genere potrebbe essere tanto un comico di Italia 1 quanto un demone della mitologia sumera.»

Questo è quello che accade al protagonista di questo libro, un ragazzo che dopo il diploma si trova a dover scegliere un percorso universitario (ma che è un ovvia metafora di un qualsiasi percorso di vita davvero importante) rimbalzando tra due genitori divorziati che non fanno altro che confondergli la mente facendogli perdere di vista la cosa importante, ovvero: «Cosa vuoi fare TU?»

«Ho idea che durante il giorno, a intervalli di tre ore, mio padre si inginocchi e, volgendosi verso la Basilicata, cominci a piangere»

Fermi lì, lo so che state pensando. Pensate che sia un libro di una noia immane, di una barbosità incommensurabile, che due palle così. NO. Invece no, cari i miei INFIAMMABILI lettori. Tutto quello che Marsullo scrive, lo scrive bene, con uno di quei toni sarcastici che non annoiano mai e anzi, fanno scoppiare la risatina random. Fidatevi di lui anche se nelle foto sembra che stringa in mano un coscio di pollo.

Marco-Marsullo

La fame quando prende, prende

Ogni essere umano, fisicamente, è il prodotto dei suoi due genitori, ed è la somma dei loro due caratteri. Gli addendi non sono uguali, talvolta un addendo è più grande dell’altro, ma noi siamo innegabilmente il risultato della combinazione di quei due strani individui chiamati genitori. Certe volte fanno un buon lavoro, altre volte lo fanno un po’ meno, altre ancora fanno solo danni, ma questa è una realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti. Come dite? Sarebbe stato meglio essere cresciuti senza genitori? No, neanche per idea. Mica tutti possono essere Batman.

Volete divertirvi? Volete anche riflettere su voi stessi? Volete visitare la Bat-caverna? Leggete questo libro.

GIUDIZIO

arroganza

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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