Gli effetti di Indiana Jones sulla gente : I predatori dell’idolo d’oro

Indiana Jones è forse l’unico al mondo di cui mi fido. L’ho ammirato quando mi ha mostrato l’India che i turisti non vedevano, cioè, nel senso che non la vedevano perchè non esisteva proprio, piena di religioni violente e dee Kalì incazzate in quella maniera. L’ho invidiato quando si è fatto chilometri in caduta libera a bordo di un canotto e stipato dentro a un frigorifero. L’ho odiato quando ha messo al mondo un figlio come Shia Lebeouf. Insomma, Indiana Jones è uno giusto, uno di quelli di cui ci si può fidare. Nel 1982 eravamo in tanti a pensarla così. Ci fidavamo talmente tanto di Indiana Jones che qualcuno cominciò pure a imitarlo.
E adesso un’altra sigletta che vi solleverà l’animo fino a una quota di 5000 metri per poi lanciarvelo giù col gommone.

Se il nome Donald P. Bellisario vi dice qualcosa i motivi sono sicuramente due: A) Siete vecchi B) Con buona probabilità avete guardato una delle serie televisive che ha creato.
Se vi dico Magnum P.I., Airwolf, Quantum Leap, JAG e NCIS vi si accende la lampadina? Sentite suonare il campanello? Si? Rispondete, allora. Cazzo aspettate? È il bambino che è in voi che sta citofonando dalla cantina della vostra mente dove stanno stipate tutte queste cose qui, rimaste da anni a prendere polvere.

Dunque, adesso ve lo dico chiaro, Bellisario è un produttore di telefilm, e a giudicare dai titoli che vi ho elencato sopra ha proprio un bel pedigree, però, come molti creatori di serie TV prima e dopo di lui, ha anche delle produzioni meno note ma non per questo immeritevoli di attenzione.
Magari erano carine ma troppo costose, magari non durarono così a lungo per una serie di motivi “politici” interni, magari fu proprio un errore di valutazione sul lungo termine, fatto sta che I Predatori Dell’Idolo D’Oro (Tales of the Gold Monkey, in originale) è proprio una di quelle serie lì. Quelle chiuse repentinamente malgrado le potenzialità non mancassero.
Il fatto era che nel 1981, Steven Spielberg, sempre lui, regalò a noialtri quel bel film che è I Predatori Dell’Arca Perduta, e i ragazzini di mezzo mondo andarono fuori di testa per Indiana Jones.


Il buon Steven, ovviamente, non aveva inventato niente. Aveva ripreso i modelli avventurosi degli anni ’30, quelli zeppi di ambientazioni esotiche e di gente che prima ti dava un cartone in faccia e poi ti chiedeva che ore erano, e li aveva aggiornati e rimessi in linea con il cinema del tempo, attualizzando nuovamente l’eroe action-romantico.
Ora dovete sapere che io nel 1981 avevo nove anni, e vi assicuro che a quell’epoca (ma quanto sarò vecchio adesso che ho scritto «a quell’epoca» in una frase in cui faccio riferimento a me stesso? Quanto? Tanto, eh?!), dicevo, quando vedevi qualcosa al cinema che ti flippava il cervello, dopo non c’era la possibilità di andare in un videonoleggio ad affittarlo né tantomeno lo si poteva scaricare da internet. Le uniche cose che un bambino della mia età poteva scaricare nel 1981 erano le legnate dei genitori.

Era quindi abitudine dei produttori dell’entertainment cavalcare l’onda lunga del successo riproponendo i soggetti cinematografici più famosi (e lucrosi) su altri media, prima fra tutti: la televisione. Siccome acquistare i diritti di quei soggetti da Hollywood sarebbe stato un impegno economicamente importante, solitamente si optava per creare dei surrogati. Inventarsi, cioè, un soggetto tutto nuovo, simile all’originale cinematografico, magari solo parzialmente, magari la sua copia speculare, l’importante era che si discostasse quel tanto che bastava dall’originale da poter evitare una querela per violazione del copyright.

Ed ecco che nel 1982, il nostro amico Donald Bellisario produce la serie di cui stiamo trattando: I Predatori Dell’Idolo D’Oro. Una serie, appunto, che si svolge nel 1938, sulla catena delle immaginarie isole Marivellas francesi del sud Pacifico, proprio adiacenti al dominio del Giappone, e dotata del capitano Willard Decker aka Stephan Collins nei panni del protagonista Jake Cutter; un pilota freelance che vive sull’isola di Boragora con il suo cane guercio Jack, e il suo amico alcolizzato meccanico, Corky.
Nel primo episodio Jake incontra Sarah Stickney White, che sembra essere una damigella in pericolo ma si rivela essere una spia americana. E perché c’è bisogno di una damigella spia americana? Perché essendo l’ambientazione situata nel Pacifico meridionale, in quel periodo c’era parecchia gente intenzionata a metterci le mani sopra a quell’ambientazione, tipo i francesi, i giapponesi, gli americani e, molto importanti, I TEDESCHI, ovvero, gli antagonisti per eccellenza che se mancassero loro tutto diventerebbe terribilmente noioso e privo di gol segnati all’ultimo minuto.
Le somiglianze e i rimandi a I Predatori Dell’Arca Perduta sono quindi abbastanza ovvi, ma anche qualche strizzatina d’occhio a Casablanca qua e là non manca.

Foto sulla mensola del camino

Dal calderone dei magici eighty ci sono diversi ottimi motivi per salvare questa serie che, ovviamente, venne sospesa senza pietà dopo 22 episodi e non vide il rinnovo per la seconda stagione (succede sempre così alle cose che piacciono a me. È un destino agro e spietato).

  • Il primo è sicuramente il rapporto che Jake Cutter ha con il suo cane, Jack. I due, infatti, riescono a comunicare tramite un basilare codice costituito dal numero di abbaiate di Jack: un abbaio significa “no” e due significa “sì”. Jake spesso si sbaglia invertendo i significati e questo da origine a situazioni esilaranti dove un maschio caucasico adulto battibecca con il suo cane perchè il cane è reo di non essersi spiegato bene.

  • Stephen Collins è molto convincente nel ruolo dell’eroe d’azione e spiace un po’ che nelle sua carriera non abbia ottenuto altre importanti opportunità per dimostrare il suo valore in quel senso. Non tutti gli attori sono bravi a tener bene una parte dove ci si becca cartoni e si deve prendere a pugni in faccia la gente su base regolare. Bravo Stephen.
  • L’atmosfera è leggera e i personaggi non sono mai realmente cattivi come vengono dipinti inizialmente, anzi, regna un’atmosfera da vecchia brigata di guasconi. Questo vale per tutti, soprattutto per gli antagonisti tipo i giappi e i nazi ai quali alla fine non sembra fregare gran che dei voleri di Hitler o dell’Imperatore Hirohito, ma preme di più restarsene autonomi e liberi di fare quello che cazzo gli pare sulle isole tropicali. Altro esempio in questo senso è il pal di Jake, Corky. Nonostante sia un meccanico ubriacone all’ultimo stadio, Corky salva sempre la vita di Jake e gli ripara l’aereo. Magari, dopo, neanche se lo ricorda, è vero, però lo fa, e Jake di conseguenza si prende cura di lui.

  • C’è Higgins di Magnum P.I. (John Hillerman) che interpreta Fritz, la principale spia tedesca dello show, e nell’episodio pilota si trova a questionare con un’altra spia tedesca presente a Boragora. Beh, mentre discutono si piazza di fronte a un quadro di Adolf Hitler e si toglie il cappello. La somiglianza è inquietante.

Quando si dice: Non ammetto puntualizzazioni

  • L’aereo di Jake è uno dei più fichi della mia infanzia. Era un Grumman G-21 Goose, personalizzato dal protagonista col nome di “Cutter’s Goose” ben visibile sui lati del muso. Ancora adesso mi piacerebbe averne uno uguale.

Di contro, i pregi de I Predatori Dell’Idolo D’Oro possono essere anche i suoi difetti, soprattutto adesso che siamo nel 2017 e gli anni ’80 sono finiti da un pezzo.

  • Gli effetti speciali sono quelli che sono, cioè poca roba. Il ritmo è moderato e poi c’è questo fatto che nonostante tutti sparino addosso a tutti, alla fine nessuno viene mai colpito ( al limite alla spalla). Questo non è necessariamente una cosa negativa, anzi, a me piace, però capisco anche che qualcuno non condivida la mia opinione oggi come oggi che le produzioni action sono contraddistinte da ritmo serrato e nessun pudore a mostrare anche i dettagli più truculenti.
  • Il personaggio di Sarah Stickney White rimane un po’ sui coglioni. Si presenta come la classica damigella in pericolo ma poi si rivela essere una spia americana, ma poi, a seconda delle puntate, ritorna ad essere la damigella in pericolo frignona, e poi ritorna ad essere una risoluta spia americana dal cuore di pietra. Insomma, un gran casino narrativo. Questo rende difficile voler bene al suo personaggio e l’ampiezza del suo ciclo mestruale si estende per 30 giorni al mese.

Che dire in conclusione? Niente. I Predatori Dell’Idolo D’oro è una classica produzione d’avventura saldamente piantata negli anni ’80, dove il protagonista incontra ogni tipo di cattivo, comprese le civiltà perdute, e in cui ricorrono sempre gli stessi rassicuranti elementi che contraddistinguevano tutti i telefilm di quel tempo. In questo caso Jake si mette nei guai a causa di un guasto al suo aereo (accade quasi regolarmente, anzi, occorrerebbe prendere nota di quand’è che l’aereo NON si guasta), ci sono scazzottate, sparatorie, fughe, esecuzioni, gag, e il trascinante tema musicale composto da Mike Post e Pete Carpenter sottolinea con potenza ogni momento in cui l’eroe riesce a farla franca. Non è un telefilm esattamente sofisticato, ma alla fine a chi importava nel 1982?

E adesso chiudiamo l’articolo con un po’ di TRIVIA:

1)Il titolo originale della serie doveva essere: “Tales of the Brass Monkey”, ovvero, il possibile italianizzato “I predatori dell’idolo d’OTTONE”. Venne cambiato un paio di mesi prima della premiere (immagino che non sembrasse abbastanza di classe).

2)Bellisario propose “I Predatori dell’Idolo D’Oro” alla rete ABC già nel 1979 ma la rete lo rifiutò. I dirigenti del network pensarono che nessuno avrebbe guardare un telefilm ambientato negli anni ’30. Cambiarono rapidamente idea dopo l’enorme successo di “I predatori dell’arca perduta” nel 1981.

3)Nonostante la serie abbia l’etichetta di essere un clone di Indiana Jones, Bellisario ha sempre sostenuto di averci pensato prima ed essersi ispirato al film del 1939, “Avventurieri dell’aria”, interpretato da Cary Grant, Jean Arthur, Thomas Mitchell e un giovane Rita Hayworth. È ovvio che anche lui, come Spielberg e Lucas, venne influenzato da altri classici degli anni ’30 e ’40 come “Il Falcone Maltese”, “Acque del sud” e “Casablanca”.

4)Dopo essere rimasto a terra per quasi nove anni, il “Cutter’s Goose” volò di nuovo (o quasi) nel 1992, in un episodio di Quantum Leap intitolato “Ghost Ship” (la nave fantasma). L’episodio venne interamente girato al suo interno e tantissime clip di volo estrapolate da I Predatori Dell’Idolo D’Oro vennero riciclate. Questo perché fu co-scritto da Bellisario che era anche (guarda caso) creatore e produttore esecutivo di Quantum Leap.

 

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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