Keith Moon: If you don’t like it, you can just fuck off!

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Moon the Loon

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui l’anima migra dal corpo e comincia a volteggiare, libera e bella come lo shampoo, in una nube fosca di pensieri e riflessioni che si inseguono tipo un cane che si morde la coda. Tu sei lì alla guida della tua macchina, che percorri una strada che avrai già percorso ventordicimila volte, (e quasi sicuramente la percorrerai altrettante nei prossimi anni) e ti scappa il vezzo di schiaffare a manetta un pezzo degli WHO.
Allora cominci ad ascoltare “Baba O’Riley”.
Dici, BELLA! Alzi il volume tanto, MA PROPRIO TANTO TANTO, e di colpo, quando è finita, scopri di non sapere esattamente dove la tua macchina ti abbia portato.

Dove sei? Che fai lì? Come cazzo ci sei arrivato?

Il problema è che ti sei distratto, ti sei dissociato da te stesso smettendo di ascoltarti, il tutto mentre la parte cosciente della tua mente sorvegliava gli incroci, coordinava il cambio con la frizione, frenava , aveva fame, aveva sete, il prezzo del gasolio, la crisi, tua figlia, tua moglie, tu guarda questo stronzo, OhiOhiOhi.
Non eri distratto dalla canzone nella sua interezza, NAIN. Il tuo orecchio era incantato dalla batteria di Keith Moon. E mentre il tuo corpicione provvedeva a manovrare ti chiedevi come fosse umanamente possibile suonare quello strumento in una maniera così super-iper-fantasmagorica. Come poteva un miserabile essere umano pieno di problemi come lui ( ma anche come te, via ) riuscire a dare tutti quegli accenti, tutte quelle sfumature e arrangiamenti diversi in una sola, unica canzone.
Oh, non riusciva a fare una parte uguale per tutto il pezzo?! Ma come faceva?
E allora, adesso che ti sei rinvenuto, hai girato la macchina e ti sei diretto nuovamente verso la direzione giusta, lo rimpiangi. Pensi che ce ne volevano tanti come lui, ISTINTIVI in quella maniera, e che se n’è andato troppo presto.
Uno così dovevano clonarlo, anche se a quel tempo la definizione del termine neanche esisteva.
Uno così…che faceva aspettare tutto il gruppo all’aeroporto, con l’aereo sulla pista pronto al decollo mentre lui si era ricordato di una cosa importante da fare, e aveva chiesto all’autista di farsi riportare in fretta e furia all’albergo dove la band aveva soggiornato.
L’autista glielo faceva presente: “ Signò, perderete il volo. La stanno aspettando tutti!
Lui insisteva: “ No,no. Tu vai, tanto faccio in un attimo. Vai,vai.
Arrivato finalmente all’albergo, si precipitava in camera, al secondo piano, e spalancava la finestra.
Si era dimenticato di buttare giù il televisore.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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