Il Mio Nemico : quando un pilota spaziale incontra un alieno lucertola ermafrodito, il pilota spaziale diventa padre

Uno dei più cazzuti piloti spaziali dell’alleanza terrestre si schianta su un remoto mondo vulcanico con il suo nemico giurato, un alieno-lucertola di nome Jerry. Insieme mettono da parte il loro odio e uniscono le forze per sopravvivere a una serie di aspre avversità, tra cui le stagioni rigide, i demoni tentacolo sotterranei, inaspettate gravidanze maschili e crescita incontrollabile della barba. In pratica come Tom Hanks in Castaway ma in compagnia di un jeko che sa usare la pistola.
I vantaggi? Ti insegna la sopravvivenza in un angusto spazio vitale e a fermare uno sciame di meteoriti infuocati costruendo una tenda di scarabei.
Gli svantaggi? Ti impartisce delle pericolose lezioni di tolleranza riguardo a una razza di viziosi rettili alieni che un giorno conquisteranno e ridurranno in schiavitù la razza umana facendo i padroni a casa tua.

Se proprio dovessi usare una metafora per rappresentare l’esperienza di guardare un film come IL MIO NEMICO, mi toccherebbe spiegarvi a parole le pene del parto come se a partorire spettasse agli uomini. Mi toccherebbe descrivervi i lancinanti dolori che dovreste sopportare, la quantità di cose che i medici vi infilerebbero dentro e la cosa grossa che dovrebbe uscirvi fuori passando da un pertugio notevolmente più stretto. Sarebbe qualcosa che, a sentirla raccontare, inevitabilmente finireste per etichettare come una delle più dolorose esperienze della vostra vita anche se, a cose fatte, magari avreste anche il coraggio di dire che, sì, in realtà è un po’ meno doloroso e orribile di quello che vi eravate immaginati, che alla fine è uno di quei miracoli della vita che tutti dovrebbero provare almeno una volta per capire veramente la condizione umana, che magari tra qualche anno ne rifaccio un altro.
Perché Il Mio Nemico è un film fatto proprio così. Vederlo è un’esperienza durissima, ma alla fine ti arricchisce di quei buoni sentimenti e speranza per l’umanità che te lo fanno ricordare tutto sommato con letizia auspicandoti di non rivederlo tanto presto. È un film che quando te ne parlano esclami: «carino!» ma subito dopo ti scopri a serrare i denti mentre lo ricordi.

Dite ciao all’uomo spaziale

Comunque, Il Mio Nemico è un film di fantascienza e in quanto tale si apre, l’avrete intuito, nello spazio. Mentre la telecamera indugia morbosamente tra detriti e i resti orribilmente mutilati di cadaveri umani bruciacchiati (che potrebbero rassomigliare in maniera inquietante a un flame qualsiasi in un gruppo di retrogaming), la voce di Dennis Quaid ci spiega che, in un futuro lontano e abbastanza scioccante, gli umani sono in guerra con l’ennesima razza aliena intelligente ma brutta che ha deciso di colonizzare quello che l’una riteneva di aver raggiunto per prima e viceversa. Niente di nuovo, quindi. Il genere di storia di fantascienza che ci ha martellato in testa negli ultimi 80 anni, e quando quell’umanità in competizione è rappresentata dagli indiscussi Stati Uniti D’America dello spazio, state sicuri che i fottuti alieni riceveranno tanti calci nel culo, uno per ogni stella che li separa dal loro pianeta natio.
Dennis Quaid è l’eroico pilota spaziale Will Davidge e combatte contro gli alieni DRAC in un uragano di terribile musica di sottofondo anni ’80 e grossolani effetti speciali anche loro tipici di quegli anni lì. Dopo aver terminato la sua ginnastica facciale di routine, Davidge inanella una serie di manovre suicide pur di abbatte un’astronave aliena e poi si schianta con essa su un pianeta che assomiglia in modo inquietante a Mordor.

Dopo aver seppellito il suo collega sotto una pila di rocce, che è, ovviamente, il tradizionale metodo spaziale per seppellire la gente quando le bare e i siluri fotonici scarseggiano, Davidge finalmente inciampa, cade, e finisce nel luogo dove il suo nemico Drac è precipitato e sta facendo un bagno rilassante(!). All’improvviso un lampo di genio. Davidge versa della benzina nello stagno in cui il Drac sta sguazzando, poi se la ride come un matto. È praticamente fatta. Versare benzina negli stagni è un metodo collaudato e affidabile per far fuori la gen… No. Non lo è.

Cazzooo!

Il Drac s’incazza e segue un baruffa neanche tanto tremenda dopo la quale i due mettono frettolosamente da parte i rispettivi tentati omicidi e decidono di fare fronte comune per sopravvivere alle insidie di quell’aspra natura aliena. In primo luogo, hanno bisogno di una fonte di cibo che viene fornita in quantità da uno strano animale che pare una cimice corazzata. In secondo luogo, hanno bisogno di un riparo che Davidge costruisce appoggiando un mucchio di tronchi e gusci di cimice insieme.

L’alieno Drac, che nel frattempo è stato ribattezzato col nome di Jerry, rivela di essere riuscito in qualche modo a imparare l’italiano a livello di un tassista pakistano, il che porta ad alcune conversazioni piuttosto sorprendenti in conseguenza delle quali Jerry e Davidge passano istantaneamente dall’essere nemici mortali a fratelli nella notte. Davidge, addirittura, si aggira intorno al fuoco leggendo la Bibbia Draconiana, e quale modo migliore per celebrare la nuova spiritualità acquisita se non accusare Jerry di essere grasso? Per il draconiano l’affronto è imperdonabile, e in qualche modo porta ad un dibattito furioso su quale razza stia effettivamente cercando di conquistare la galassia e schiavizzare l’altra. Entrambi si addormentano cercando di strangolarsi a vicenda e… A proposito! Tutto questo accade in un minuto circa! Dite quello che vi pare ma se c’è una cosa che il regista Wolfgang Petersen riesce a fare bene in questo film è cambiare gli stati d’animo così bruscamente da far indossare agli spettatori un collare per proteggersi dal colpo di frusta.

«Non sono grasso. Ho solo le ossa grosse!»

La mattina dopo, Davidge sbollisce l’incazzatura con una bella marcia della morte nel mezzo del nulla, accompagnata da una maestosa colonna sonora che sarebbe davvero appropriata solo per incoronare il re d’Inghilterra, si imbatte in un mucchio di rifiuti sul fianco di una montagna, compresi teschi di Drac, tubi fumanti e uno dei product placement più sfacciati dopo quello della PRENATAL in Robot Jox.

Tutta quella roba appartiene a dei crudeli minatori schiavisti che trattano i Drac come bestie da soma. Davidge, inorridito, decide di tornare alla sua casa di cimici dove Jerry lo saluta con la gioiosa notizia di essere incinto.

«Io ti amo, ma tu sei vegano!»

Tutto sommato Davidge la prende bene, e in men che non si dica si ritrova una famiglia a carico. Jerry, intanto, lavora a maglia delle piccole braghette di tela per il suo futuro figlio/a ma poi gli scappa da partorire. A proposito, questo è il momento migliore per fermarsi e riflettere sul fatto che, appena l’anno prima, Wolfgang Petersen avesse diretto quel filmone che era La Storia Infinita. Ecco. Adesso, da bravi, sedetevi e respirate per qualche minuto. Forse nella dispensa c’è rimasta un po’ di Vecchia Romagna. Bevete quella.

Che mi combini, Wolfgang? Che mi combini?

Così Jerry muore mettendo al mondo Jerry Jr. e Davidge gli regala la cara vecchia sepoltura con le pietre già vista all’inizio del film, ma prima che possiate anche solo pensare a come caspita mai si possa allevare un infante Drac, ecco che il piccolo Zamis (così viene chiamato l’infante) cresce benissimo con il suo padre adottivo e la sua educazione mista gli dà alcuni problemi di identità facendogli desiderare di avere la stessa faccia del patrigno. Paradossalmente, corridori, qui si arriva alla parte più sensata dell’intero film dato che nel 1985 sarebbe stato veramente difficile trovare qualcuno che non avesse desiderato avere la faccia di quel figo di Dennis Quaid, e questo vale anche sui remoti pianeti dispersi nel nulla.
Sfortunatamente per Zamis, l’essere allevato da un eremita pazzo che ha trascorso gli ultimi anni accucciato in una baracca fatta di cimici non gli concede molto in termini di intelligenza, così si fa rapire dai malvagi Minatori spaziali della Pepsi. Essendo loro dei bastardi senza cuore, al campo base della Pepsi è peggio che in Amistad e le tecniche motivazionali si basano sul razzismo, la schiavitù, le percosse e le frustate ( e probabilmente anche la Pepsi). Inutile dire che Davidge non è molto contento di tutto ciò, e così entra in azione, correndo per salvare il suo piccino armato dell’arco e delle frecce del papà fai da te. Ovviamente, si fa sparare e cade morto. È la fine per lui? No.

C’è anche Brion James fra i minatori, e indovinate un po’? Fa la parte dello psicopatico!

Ecco che entra in azione la cavalleria. Non si sa come, visto che Davidge è rimasto abbandonato per ANNI su quello sperduto pianeta, il suo corpo viene recuperato dall’esercito terrestre che, credendolo morto, gli regala un bel funerale tramite espulsione nello spazio. Ma proprio quando il suo cadavere senza vita sta per essere sparato, un tizio cerca di sottrargli la piccola Bibbia che Jerry gli aveva regalato e, magicamente, Davidge scatta redivivo tornando in modalità strangolamento in circa 2,6 secondi netti. La miracolosa resurrezione è avvenuta, e in pochissimo tempo torna in formissima tant’é che si pettina e si fa pure la barba.

Uno dei più semplici furti d’astronave nella storia del cinema più tardi, Davidge vola di nuovo verso la nave dei minatori, ma questa volta è preparato, ha una divisa pulita. Sì, non serve nient’altro per fare la differenza. Non ha una pistola laser, o un lanciagranate, o qualsiasi altra cosa che potrebbe effettivamente essere utile, solo un bel set di vestiti bianchi per renderlo più facile da individuare.
Fortunatamente i minatori sono in qualche modo ancora meno furbi di lui, e dopo aver spedito la prima guardia in un tritacarne, ne aggredisce una seconda rubandogli il trench in pelle, il fedora e la mitragliatrice per infiltrarsi con successo alla Fancon di Dick Tracy (già in corso, per altro). Una volta dentro, riesce a liberare il piccolo Zamis ma non prima di scontrarsi un’altra volta con il malvagio Brion James minatore che vuole farlo fuori tramite un complicato meccanismo di incastri in stile Wile E. Coyote che comprende un nastro trasportatore e un sacco di enormi carrelli da miniera in stile Indiana Jones E Il Tempio Maledetto. Ma Brion James muore, ovviamente. E non vi sto a spiegare come e neanche vi dico il finale del film perché sono un vigliacco.

E ADESSO UN ATTIMO DI SERIETÀ

Quando si guardano film come questo, non bisogna mai dimenticarsi il contesto che li circondava durante la loro uscita al cinema. In un momento storico in cui la lotta tra Stati Uniti e Unione Sovietica si stava drammaticamente intensificando, con entrambi i governi sempre più militaristi e intenzionati a tirarsi addosso di tutto, la sceneggiatura de Il Mio Nemico, con il suo ovvio messaggio di tolleranza, era lì per sbollire il clima generale di isteria e odio.
Questo in termini etici. In termini Hollywoodiani, però, una trama come quella poteva facilmente essere giudicata ingenua.
Sì, certo. Le masse cinematografiche negli Stati Uniti avrebbero potuto considerare il suo messaggio, ma non certo quando i Drac vengono raffigurati come più simpatici, meno bellicosi, e più comprensivi degli umani, i quali, duole dirlo, sembrano tutti in qualche modo essere i prototipi dell’americano medio nello spazio.
Questo, immagino, è uno dei tanti motivi per cui questo film è stato apprezzato dalla critica ma ha fallito sonoramente al botteghino, aiutato in questo anche dal finale posticcio in cui Davidge si imbarca nella inverosimile missione di salvataggio del suo figlioccio.
È un peccato perché Il Mio Nemico non è bruttissimo. Gli effetti speciali sono dignitosi per lo standard dell’epoca, e il trucco da Drac sotto cui si nasconde un brillantissimo Louis Gossett, Jr. (sempre più a suo agio nei ruoli borderline tra il comico e il drammatico) è ugualmente impressionante.
Nonostante il finale “popcorn”, lo classificherei ancora come uno dei film fantascientifici più sottovalutati della sua era e consiglierei ai fan del genere di vederlo. Potremmo sederci qui a spulciare tutte le cose sbagliate che ci sono dentro, ma alla fine della giornata questo è senza dubbio il miglior film mai fatto su un pilota spaziale che fa amicizia con una lucertola aliena ermafrodita e incinta. Su questo non ci piove.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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