Il podcast su ATARI: GAME OVER

TEMPO DI LETTURA: 2 minuti

Atari: Game Over è una di quelle storie che iniziano piccole ma non ci rimangono a lungo, e sono inserite in un contesto più ampio che lentamente viene svelato dalla narrazione.

Atari: Game Over è una di quelle note a pie’ di pagina che interessano solo ai protagonisti, e molto probabilmente a me e a te, caro lettore nostalgico; è come un anonimo pezzo letto sulla cronaca locale senza particolare attenzione che poi si rivela essere l’inizio di un intrigo internazionale; è lo spin-off di qualcosa di più epico che non abbiamo potuto vedere e che adesso possiamo solo immaginare mettendo insieme indizi, testimonianze e allusioni; è un pezzo jazz di cui non si afferra la melodia ma che ci fa battere il piede a tempo incessantemente; è la ricostruzione di un mondo per interposta persona.

Atari: Game Over è come raccontare le vicende di due anonimi musicisti blues mentre sostengono di stare portando a termine una missione per conto di Dio, o spiegare i viaggi nel tempo mostrandoli attraverso gli occhi di un sedicenne sfigato di Hill Valley. È la storia dei pesci piccoli mentre quelli grossi passano sullo sfondo un attimo prima di morire. È una finzione prima di tutto, ma lo è sulla base di qualcosa di vero che rimane tuttora indefinito.

Ecco perché, nonostante tutte le sue ingenuità, Atari: Game Over è un documentario da vedere.
È fatto da uno che sa fare cinema, pienamente consapevole che anche un’inquadratura stretta su una cartuccia di E.T. può essere sufficiente a far vibrare le corde del cuore e raccontare un mondo; ed è narrato da un programmatore che, lo dico per tutti coloro che non hanno una minima idea di cosa sia un joystick, ha creduto per troppo tempo di essere stato colui che ha dato l’ultima picconata che ha fatto crollare il castello dei videogiochi.
L’aver fatto capolino su Netflix per poi essere ritirato dopo poco tempo è ovviamente un peccato e un errore.

A voi il podcast su Atari: Game Over, il videogioco di E.T. e lo scavo di Alamogordo.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con sé stesso e non falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai videogiochi vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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