IT Capitolo 2: l’ansia da prestazione di Andy Muschietti

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«Non devo fare peggio di IT»
Questo era il mantra mentale che ha tenuto svegli la notte Andy Muschietti e gli executive della Warner Bros. dal primo giorno di riprese di IT Capitolo 2, soprattutto dopo aver scoperto di essere stati gli autori del film di maggior incasso di sempre nella storia degli incassi dei film horror. Questo è stato il mantra che li ha costantemente guidati mentre, con gli occhi pieni di incosciente meraviglia, lasciavano cadere la punta della matita sulla lista degli sceneggiatori e cancellavano gente un po’ a caso, lasciando come unico titolare dello screenplay Gary Dauberman; uno che si è fatto le ossa con la trilogia di Annabelle, quell’incidente all’incrocio in cui è morta la serie di Swamp Thing giusto quest’anno, e vari titoli cinematografici e televisivi dal 2007 ad oggi.
«Non devo fare peggio di IT» continuava a ripetersi Andy Muschietti fissando il soffitto della sua camera da letto. Alla fine è riuscito a realizzare il suo intento?
Secondo me, no. Ma se c’è una cosa che ho imparato da IT Capitolo 2 è che in molti dovrebbero aver paura di scoprirlo.

 

È ufficiale. Sono entrato nel tunnel degli adattamenti dei romanzi di Stephen King e non riesco più a uscirne da qualche settimana. Lo Zio King, lo sapete, ha uno stile di scrittura molto descrittivo, teoricamente facile da rappresentare ma praticamente difficile da adattare. Così, alla prova dei fatti, i suoi romanzi non sempre ricevono il giusto trattamento quando arrivano al cinema. Fin dall’inizio, comunque, sembrava che il regista Andy Muschietti fosse padrone della materia, tant’è che ha fatto la controversa scelta di dividere il suo adattamento di IT in due parti separate ( ché casomai andasse male la prima, si rinuncia alla seconda limitando sforzi e perdite), traslando avanti di 30 anni gli avvenimenti del romanzo portando le cronologie del passato negli anni ’80 e quelle del presente nei duemila.
La prima parte della sua opera: IT, il capitolo 1, è uscita nei cinema nel 2017 e si è occupata esclusivamente della storia dei protagonisti da bambini ( nel 1989), mentre IT capitolo 2, che è nei cinema adesso, è ambientata 27 anni dopo e tratta della storia dei protagonisti ormai divenuti adulti.

 

Con il primo film di IT già magnificamente recensito su questo blogghino, le scelte di Andy & Soci avevano pagato profumatamente, trasformando la prima parte dell’intricato romanzo dello Zio in un’avventura young-adult dal vago retrogusto Stranger Things ( con la quale condividere anche un attore protagonista) e con un cast di bambini adorabilmente imbranati ma coraggiosi che affrontano il mostro imparando ogni sorta di lezione sulla vita, l’amore e l’amicizia.
In questo IT Capitolo 2, tuttavia, i nodi vengono al pettine e il sequel non riesce a mantenersi al passo del primo film, scadendo, complice anche la sua eccessiva lunghezza, in un pericoloso cocktail tra una versione dei I Goonies con attori troppo vecchi e una ripetizione alla noia della stessa logica dello spaventarello già abusata nel capitolo precedente.
Non fraintendetemi. It Capitolo 2 non è bruttissimo, anzi, avercene di film horror realizzati con un budget così importante.
Il cast degli attori adulti, tra cui un già osannato James McAvoy, riesce ad essere molto credibile nella sua incarnazione agé dei precedenti protagonisti. La loro chimica funziona, le battute umoristiche affidate a un grandissimo Bill Hader sono tutte azzeccate e mai fuori contesto, le loro scene d’insieme sono di gran lunga la parte più forte del film. È difficile non amare il Club dei Perdenti anche dopo 27 anni.

it capitolo 2

Sfortunatamente, però, il film dura 2 ore e 47 minuti, e posso garantirvi che dopo una prima ora superlativa tutto l’ingranaggio comincia a scricchiolare e rallentare sempre più. Non sono ancora ragionevolmente sicuro che la colpa sia di Muschietti e della sabbia che si è divertito a versarci dentro, ma la narrazione si confonde in una lunga e ripetitiva caccia al tesoro dove i protagonisti si lanciano alla ricerca di oggetti e si beccano sistematicamente un bubu7te da IT. Ci sono lunghi e interminabili ricerche secondarie inventate di sana pianta dallo sceneggiatore dove ogni perdente deve affrontare IT da solo, spaventarsi, rivivere i suoi ricordi repressi dell’infanzia. E sebbene non sia una cattiva idea rivedersi di nuovo pezzi di film con i bambini del capitolo 1, bisogna tenere conto che i protagonisti sono sette e queste scene iniziano a sembrare ridondanti quasi immediatamente. Ogni perdente è bloccato in loop, costretto a effettuare la stessa ricerca, subire lo stesso spaventarello, apprendere la stessa lezione di vita già vista per il perdente precedente.
Intere sotto trame, come quella dedicata a Henry Bowers, vengono sprecate, snodandosi senza senso e ogni tanto fermandosi a fare l’occhiolino alla telecamera come per dire: «Ehi, spettatore! Ti ricordi che c’ero anch’io nel libro?» per poi risolversi in un nulla di fatto con spaventarello. Nel frattempo, alcuni dei punti più importanti della trama originale come il “Rito di Chüd” e la Tartaruga Maturin vengono completamente reinventati. La cerimonia magica per imprigionare IT divorzia completamente da quella del libro trasformandosi in un rituale indiano, mentre Maturin viene relegata al ruolo di semplice fermacarte (non scherzo).

 

Consegnatoci nella sua scintillante confezione ad alto budget, in termini di paura IT Capitolo 2 offre il 60% di adrenalina in più rispetto al suo prequel. Bill Skarsgard torna nel ruolo di Pennywise ed è inquietante come lo era la prima volta che lo abbiamo visto, due anni fa. Tuttavia, ogni spavento che il film esige è segnato dal tributo di una pesante tassa di prevedibilità che a lungo andare diventa quasi imbarazzo. A questo si aggiunge l’abuso di battute per allentare la tensione. Entrambi questi fattori, la prevedibilità e le battute, depotenziano il mostro IT al punto tale che in certi momenti si prova quasi simpatia nei suoi confronti, e lo si vede per quello che vuole sembrare: un clown goffo, bisognoso di consolazione, che si diverte a saltare fuori dagli angoli bui per farti il bubu7te.
Tutto culmina in un finale che incarna il meglio e il peggio del film. Le strategie saltano e tutto perde di senso. Inizia l’orgia degli effetti speciali. La soluzione per uccidere il mostro è, infine, la più ridicola di tutte : una gara di insulti in pieno stile Monkey Island.
Vedetelo. È più grosso e sfarzoso del precedente ma non è certo migliore.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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