John Belushi: Una dolcissima ape da due tonnellate

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Soggiorno al villaggio vacanzeDopo Keith Moon e Mario Brega, ecco che si fa strada sgomitando un altro mio idolo personale.
Aveva un fisico tozzo, grasso, più simile a una lavatrice che ad altro, ma dotato di un agilità fuori dal comune. Era un pazzo furioso da legare con le catene, ma allo stesso tempo geniale, uno a cui bastava dire quattro battute e apparire in due fotogrammi per svoltare un intero spettacolo.
L’ eroe del giorno si chiama John Adam Belushi, e a lui non gliene fregava niente.
Belushi il rissoso, Belushi l’eccessivio, Belushi il tossico. Belushi l’ arcangelo del grottesco, il samurai della buffoneria, l’espressionista, il sobillatore della risata violenta, il delirante. L’ultimo grande eroe.

John A. Belushi nacque a Chicago il 24 gennaio 1949 e morì in un bungalow dello Chateau Marmont di Los Angeles il 5 marzo 1982 per un fatale speed-ball, un mix di eroina e cocaina che gli lessò il cervello.
La sua esistenza su questa palla di fango si concluse all’apice del successo, dopo aver guadagnato esponenzialmente popolarità malgrado le sue poche performance cinematografiche e musicali. Il motivo di questa fulminante ascesa risiede nella natura stessa della sua comicità, nella spontaneità dei suoi gesti. Ancora oggi, in molti si domandano cosa avesse di così particolare, cosa avesse permesso a Belushi di essere BELUSHI, e non uno dei tanti. Forse il mondo aveva bisogno di gente come lui in quel particolare momento storico? Boh? Non si capisce bene.

Gli anni ’70 stavano morendo in agonia e gli ’80, carichi di plastica e perbenismo, si affacciavano all’orizzonte. Lui, con quel suo modo di fare irriverente, rozzo e pasticcione, era forse il toccasana necessario per rendere il passaggio indolore.
Le buone premesse si videro quando conseguì il diploma nel 1967. Fra i coetanei nella scuola era già popolare per la sua attitudine a far ridere nei vari spettacoli didattici, ed è ironico pensare che solo grazie alla buona volontà del suo professore di arte drammatica adesso ci troviamo a commemorare un grande artista invece che un allenatore di football.
Sì, forse sarebbe stato ricco sfondato ugualmente, ma sicuramente non sarebbe stato molto divertente. Sua moglie stessa ammise di essersi subito sentita attratta da lui quando lo vide fare l’imitazione di un consulente militare nazista in mezzo al campo da football.

L’odio verso i Nazisti dell’Illinois

Nel 1971 a Chicago, ebbe il suo battesimo del fuoco. Calcò per la prima volta le scene, e tra le risa sbellicate di un pubblico entusiasta perfezionò le sue caratterizzazioni di personaggi come “ il sindaco di Chicago “, “Amleto” e soprattutto “Joe Cocker”. Quest’ ultimo personaggio fu anche quello che gli permise di sfondare e di approdare nel salotto buono di tutti gli americani, quel “Saturday night live” che coniugava comicità e musica rock imponendosi fra i giovani.

 

Nacquero proprio lì le idee per molti dei suoi personaggi più famosi tra i quali ricordiamo “Re ape”, “Il samurai Futaba”, e i più famosi “Blues Brothers”, idea quest’ultima sviluppata con l’amico di sempre Dan Aykroyd.

 

Dopo l’esordio in TV ebbe modo di fare anche delle comparsate in diverse trasmissioni televisive e serie televisive, attraverso queste, il regista John Landis rimase colpito dal suo carisma volendolo assolutamente per il film “National Lampoon’s Animal House” nel quale, nonostante abbia un ruolo secondario e appaia in una dozzina di scene, risultò di fatto il personaggio dominante e l’artefice del successo commerciale del film. Oggi, se quella pellicola è diventata un cult-movie, lo deve soprattutto al personaggio laido e goliardico di “Bluto Blutarski” interpretato proprio da lui.

Che a vederlo così fa quasi tenerezza...

Che a vederlo così fa quasi tenerezza…

Un anno dopo, Spielberg lo immaginò nel ruolo di un aviatore ubriaco e molesto nel suo film “1941-Allarme ad Hollywood” ed il suo personaggio lasciò un impronta piccola ma indelebile su quella pellicola tutto sommato mediocre.

Arrivano i Nippo!
Il 1980 è l’anno della sua consacrazione definitiva insieme all’amico Dan Aykroyd. Ancora John Landis portò sul grande schermo le gesta dei Blues Brothers. Il duo comico/canoro creato sul set del “Saturday night live” sulle prime non riscosse un immediato successo. La critica li stroncò e il pubblico rimase perplesso di fronte a quella comicità troppo surreale. Qualcuno, spregiativamente, coniò un nuovo aggettivo per definirla dicendo che era DEMENZIALE, e non si accorse di aver battezzato un intero genere cinematografico vivo tutt’ora e che sforna pellicole con cadenza annuale. Ma se all’inizio i Blues Brothers non furono capiti è anche vero che gli bastò veramente poco per farsi apprezzare. Nel giro di qualche mese e per tutti gli anni successivi, il successo sorrise e il pubblico si riversò nei cinema, trascinato anche dalle numerose e prestigiose partecipazione musicali presenti nel film.

La produzione riuscì infatti a coinvolgere nel progetto gli idoli musicali dei fratelli Blues: Ray Charles, Bo Diddley, Aretha Franklin, John Lee Hooker e James Brown e molti altri. Dopo l’uscita del film, Belushi e la sua “missione per conto di Dio” erano conosciuti in tutto il mondo.
Contemporaneamente all’ascesa di popolarità aumentava però anche la sua dipendenza dalle droghe. Nonostante i numerosi ammonimenti e tentativi effettuati dagli amici, John come da suo tipico copione, non riusciva a non eccedere neanche in quel frangente.
Cercò di scrollarsi di dosso l’etichetta di attore comico realizzando altre due pellicole negli anni immediatamente successivi. Rivelò il suo talento di attore a tutto tondo con “Chiamami Aquila” e “I vicini di casa” che sono film divertenti ma certo non demenziali.

Sopra: Aykroyd ariano

Proprio “Vicini Di Casa” sarà il suo ultimo film dopodiché la morte lo coglierà sotto le spoglie di un overdose in una stanza di Los Angeles.
Questa tragica fine lo accomuna a molti grandi del decennio precedente e, anche se non aveva 27 anni, lo rese l’ultimo anello di una catena di morti premature iniziata alla fine degli anni sessanta.
Durante il funerale, il suo amico Dan Aykroyd condusse la processione in sella ad una motocicletta, con indosso una giacca di pelle nera, occhiali e jeans neri, come se tutta quella cosa non fosse altro che l’ennesima scena di uno dei loro film.

Due giorni dopo, nella cattedrale di San Giovanni a New York venne celebrata una messa commemorativa in suo onore durante la quale Aykroyd, seguendo le volontà espresse dal suo amico in vita, suonò “2000-pound bee” ( l’ape di 2 tonnellate) dei Vultures con l’ausilio di uno walkman davanti al microfono dell’impianto della chiesa.
John se ne è andato lasciando solo una manciata di pellicole, numerosi pezzi televisivi e tre album musicali con la Blues Brothers band. Aveva già firmato molti contratti e doveva realizzare altri progetti. Come sarebbe potuto essere “Ghostbusters” con John Belushi al posto di Bill Murray? Forse meglio? Forse peggio? Non è importante.
È difficile non apprezzarlo e amarlo per il suo talento e la sua versatilità artistica. Così come è difficile non ammirare la sua genuinità, il suo essere così com’era anche nella vita di tutti i giorni.
Un carattere indubbiamente eccessivo ma tosto, sotto ogni punto di vista. Un anti-eroe che combatteva il male impugnando una chitarra come fosse una clava. Perché «Quando il gioco si fa duro i duri entrano a giocare».

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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