L’uomo che visse nel futuro: Come risollevare le sorti della civilta’ futura rimanendo perfettamente pettinati

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The time machine

The time machine

Io adoro “L’uomo che visse nel futuro” perchè amo le avventure fantascientifiche. A me piace l’idea di poter esplorare posti sconosciuti e incontrare altre forme di vita che siano possibilmente differenti dalla mia. Non mi interessa se poi questi tizi abbiano il naso a trombetta o magari i testicoli al posto delle rotule. Non me ne frega niente. Io adoro le avventure di fantascienza.
E dovendola dire tutta mi piace da matti la fantascienza “old-style”, quella fatta dai marziani verdi, i venusiani blu e quelli di giove rossi. Quella con le rocce di cartapesta e i mostri di gomma dura, le tutine inguainanti e i ciuffi ribelli grondanti gelatina. Per intenderci, quella fantascienza d.o.c. un po’ baldanzosa e ingenua perfettamente incarnata dalla serie classica di “Star Trek”, dove c’è l’eroe che sbaraglia gli alieni a suon di schiaffoni e alla fine scappa con la figa verde avvinghiata al collo.
Ovviamente sbavo di fronte agli spettacolari effetti speciali che il cinema ci propone di questi tempi. Non lo posso negare, mi piacciono molto. Però non ne sento questa incredibile esigenza visiva. Non li reputo VITALI.
Quanti di voi, adescati da qualche film bidone, sono usciti dal cinema commentando: “…belli gli effetti speciali ma per il resto….PFUI!”.
Questo accade quando il messaggio trasmesso dal film è inconsistente, oppure, il messaggio proprio non c’è, come tipo nei film dei “TRANSFORMERS”, ché li puoi anche guardare fino alla fine ma poi non sa spiegarti il perchè lo hai fatto.
Ecco. Dopo TRANSFORMERS, uno sente il bisogno fisico di un film vecchio stile. Un film fatto in tempi semplici, dove c’era bisogno di positività, le donne erano dei bei manichini CRETINI che ci stavano e ridevano sempre ( vabbè, questo anche in TRANSFORMERS, ma non ridono per niente), e l’eroe sgominava eserciti rimanendo perfettamente pettinato. 

Vedi che poi alla fine SKY a qualcosa serve? Non ci guardo lo sport, non ci guardo la formula 1, non ci guardo i documentari, ma il cinema, beh, il cinema quello sì. E allora un’anonima domenica pomeriggio succede che mi schianto violentemente su SKY CINEMA CULT e riconosco questo vecchio film che l’ultima volta lo vidi un millennio fa, da bambino, su un’emittente anonima tipo TELE CALZINO, e mi rimasero tanto-tantissimo in mente loro: I MORLOCK (o morlocchi, va anche bene).

Un allenamento del Milan

Vabbè, a rivederli adesso sono veramente ridicoli. Dei panzoni tinti di verde con dei mascheroni di cartapesta, ma ai loro tempi i MORLOCK spaccavano di brutto. E poi, a prescindere dall’età del film, se a un bambino di undici anni dei miei tempi gli facevi vedere i Morlock non è che gli facessero tutta questa gradevole impressione eh?! C’era la probabilità che poi si portasse dietro un trauma indelebile per il resto della vita e a quarant’anni aprisse un blog per raccontartelo.

A parte loro, questo film che risale al lontano 1960 mi ha sempre affascinato, e l’ho portato nel cuore, se non altro per la sua barocchissima versione della macchina del tempo; praticamente una poltrona di velluto rosso con un cruscotto davanti, la parabola rotante di SKY dietro, e i corrimano laterali per i diversamente abili.
Un grande merito va riconosciuto al regista di questa pellicola, George Pal, che nella sua trasposizione filmica della novella di H.G. WELLS ha preso seriamente in considerazione la fisica del salto temporale. Infatti, la macchina del tempo qui descritta è statica, non si muove, per cui quando il viaggiatore si sposta sull’asse temporale lo fa racchiuso in una bolla che ne preserva l’incolumità nel caso il luogo dove si trova la macchina venisse funestato da fattori esterni. In pratica, quando il viaggio è in corso, la macchina è fisicamente presente ma contemporanemanete non c’è. Bello vero? È tipo il paradosso del gatto di Schrödinger ma anche questa è una di quelle spiegazioni che quando uno la da rischia di incasinare tutto ancora di più.
Comunque, sappiate che a un certo punto del film il luogo dove è custodita la macchina del tempo viene sepolto sotto una colata di lava e il protagonista è costretto a viaggiare avanti nel tempo per parecchie centinaia di anni prima che la montagna lavica si sgretoli e gli permetta di tornare a vedere qualcosa di quello che gli accade intorno.

 Ma ecco la trama ridotta all’osso:

Al notte di capodanno del 1899, George Wells convoca i suoi amici e gli dice di aver inventato la macchina del tempo. Dopo che gli altri hanno finito di ridere, lui garantisce che quella notte stessa la proverà e che tornerà da lì a 5 giorni per raccontare la sua esperienza. Gli amici se ne vanno facendo sparire dalla casa tutti gli oggetti contundenti e George schizza nella serra dove parte con la sua macchina.
La macchina funziona e, attraverso i vetri della serra, lui può vedere i cambiamenti che gli accadono intorno. Effettua due tappe temporali in corrispondenza di due guerre ( George è un menagramo ) fino a che non giunge all’anno 802701, dove scopre un mondo diviso in prede e predatori. Gli Eloi sono belli, biondi, giovani e pieni di figa donne, solo che di queste ultime non sanno cosa farsene. OVVIAMENTE LORO SONO LE PREDE. I Morlock sono dei cannibali mutanti brutti, grassi, sporchi e vivono sotto terra. LORO SONO I PREDATORI.
George, nella più fedele tradizione amerrigana, si innamorerà di una bella autoctona e si ergerà a eroe portatore di libertà e democrazia per stroncare l’ignobile mangia-mangiami di questo futuro, bello sì, ma anche abbastanza cattivello.

Il lieto fine ovviamente c’è. Dà spazio alla fantasia dello spettatore e ci lascia un eroe che decide di tornarsene a vivere in quel futuro dove ha trovato un amore biondo con le curve al posto giusto e la metà dei suoi anni. Chiamalo scemo. Era tornato per raccontare tutto agli amici, ma quando questi lo cominciano a guardare male, MOLTO MALE, lui decide di prendere 3 libri con sè e ripartire. Chissà poi cosa succederà? Boh? La trovata narrativa lascia libertà d’immaginazione.

Un’ultimo dettaglio non da poco. Uno degli amici che guarda malissimo George è nientepopodimenochè Sebastian Cabot! (CHI???) Si vabbè, coso-lui che poi farà il maggiordomo nella sit-com “Tre nipoti e un maggiordomo”.

Ma che ve lo dico a fare? Mica siete vecchi come me!

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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