La mmerda in barattolo: I Sigue Sigue Sputnik, Atari, e l’album Flaunt It

sigueNegli anni Ottanta sul panorama musicale internazionale succedevano cose terribili, e succedevano SPESSO e IN FRETTA. Ti svegliavi una mattina e ti ritrovavi in testa alla classifica gente come OFF, oppure un qualsiasi altro DJ strano di cui facevi fatica a pronunciare il nome.  Per un mesetto buono-buono non sentivi parlare altro che di lui mentre tutte le emittenti radiofoniche infilavano a forza (senza vasellina) il suo pezzo nella tua personale compilation/cassettina che ti facevi da tenere in macchina. Poi, di colpo, così come era venuto, OFF era scomparso! Di colpo, da un giorno all’altro, come se non fosse mai esistito. OFF era OFF. Tipo Gianni Letta.
Allora succede che uno si ricorda di un gruppetto di quelli lì, di quelli usa e getta, che nel decennio ’80 piazzarono un paio di hit con una sorta di suono techno inquinato dai chitarroni. Il cantante indossava una calza a rete a mo’ di maschera, e dal vivo andavano di playback come se non ci fosse un domani. Il nome della band era composto da tre parole con un evidente collegamento alla Russia.
Beh? Non vi viene in mente niente? Forse è anche meglio. Andiamo và.

Ché poi nella loro tamarraggine assurda e a distanza di quasi 30 anni, siamo sempre qui a ricordarceli questi “Sigue Sigue Sputnik”. Segno che alla fine non è che avessero tanto sbagliato ad affrontare il mondo della musica in “quel modo”. E in particolare “quel modo” significava l’estremizzazione del consumismo ma in forma iper-glamour.

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Chiariamoci, i brufolosi dell’epoca si trovarono davanti all’ennesimo progetto concepito a tavolino che cercava di sfruttare le tendenze più affermate, frullandole tutte insieme in una specie di cocktail rancido da bere tutto in un sorso per poi tirare il bicchiere contro il muro.
Se negli anni ’70 i “Sex Pistols” furono la grande truffa del rock’n’roll, negli anni ’80 i “Sigue Sigue Sputnik” furono la SECONDA grande truffa del rock’n’roll. Non furono quindi i primi a percorrere quella strada, e neanche furono gli ultimi perché dopo venne la TERZA, la QUARTA, la QUINTA truffa del rock’n’roll e alla via così, cominciando a contare dai MILLI VANILLI in poi.
Quello che si poteva dire con certezza era che i nostri ragazzi, con quel look post-atomico simil-punk (un compromesso tra MAD MAX, una boutique in via Montenapoleone, e Sukia), non miravano più ad urlare al mondo l’inevitabile tendenza al caos, bensì cercavano di fare cash dal caos. In fondo, se non si riesce a distruggere la società, ci si può perlomeno diventare ricchi, no?

 

Non vi starò a dire chi erano (e chi sono tuttora, visto che hanno fatto una reunion) e da dove venissero, nè perché si separarono e dove andarono a finire. Per questi tecnicismi c’è sempre wikipedia.
Ci tengo piuttosto ad esaminare il FENOMENO, le implicazioni, e il perché un quarantenne stressato come me se ne ricordi ancora a distanza di così tanti anni.
Bisogna infatti riconoscere qualcosa di geniale in questo gruppo di scassoni se già nel 1986 avevano preso lo slogan “Feed The World”(nutri il mondo) del Live-Aid distorcendolo in “Fleece The World” (spolpa il mondo) e stampandolo sulle loro t-shirt.
Nel loro album di debutto, “Flaunt it” (ostentalo), le pause tra una canzone e l’altra erano occupate da spot pubblicitari più o meno fittizi, ma che le case reclamizzate avevano pagato fior di paperdollari.
La stessa iconografia a cui facevano riferimento era quanto di più commerciale e alla moda si potesse avere in quel periodo, e lo si nota bene guardando i videoclip delle loro canzoni fotocopia nei quali non possono sfuggire i frequenti riferimenti a film futuristici, distopici, o post-apocalittici come “Arancia Meccanica”, “Terminator”, “Blade Runner” e la trilogia di “Mad Max”.

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Anche la grafica nippo della copertina dell’album e dei vari poster pubblicitari non facevano altro che sollecitare l’attrattiva da parte dei turbo-nerd di mezzo mondo. Insomma, i Sigue Sigue Sputnik erano una vera e propria macchina per fare soldi, solo quello, that’s all. E cos’altro poteva essere una band che se ne andava in giro proclamando che la musica era secondaria al look? Cristo, questi avevano messo gli annunci pubblicitari tra le canzoni! Considerando che la maggior parte di noi cominciava ad abituarsi a fare zapping e avanzare veloce sui VHS quando si affacciava uno spot, l’idea stessa di convincere qualcuno ad acquistare un album con dentro la pubblicità sembrava assurda, eppure loro riuscirono a farla diventare quasi una moda. Una cosa ganza da ostentare. I paninari milanesi ringraziarono.

Le sponsorizzazioni del gruppo abbracciavano varie tipologie di prodotto. Si partiva da L’Oréal per i cosmetici, si passava da emittenti televisive londinesi emergenti, fino a capitolare con l’abbigliamento sado-maso. Un occhio di riguardo veniva lasciato per i prodotti tecnolocigi dato che tecnologia/soldi/figa è sempre stato un trittico vincente giunto fino a giorni nostri incarnandosi in IRON MAN.
Le aziende videoludiche del momento si fecero avanti per apporre il loro marchio sul carrozzone e una delle prime, se non la primissima, fu giusto ATARI. La quale sponsorizzò apertamente la band, vestendola con le proprie t-shirt pubblicitarie e ottenendo anche un pezzo dedicato, il lentone romantico “Atari baby”, stranamente uno dei pochi pezzi ascoltabili di tutto l’album.

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La mmerda vera

Per un soffio il mondo evitò di collidere con il videogioco ufficiale dei “Sigue Sigue Sputnik”. Visto che quello dedicato ai “Frankie Goes To Hollywood” prodotto dalla OCEAN aveva venduto dignitosamente, si pensò di ripetere l’operazione con il gruppazzo che emulava Alberto Camerini in salsa punk.
Il prototipo del videogioco venne prodotto da un team capitanato dal programmatore Darren Melbourne (prima che fondasse la Paranoid Software) e composto da Tony Gibson, Mark Harrison, Tony Sellinger. Doveva essere uno sparatutto a scorrimento in cui il giocatore poteva scegliere di impersonare uno qualsiasi dei 5 membri della band, intenti a sfondare qualsiasi cosa incontrassero lungo il cammino. Non mancavano riferimenti a noti personaggi del mondo musicale del periodo tipo Madonna, Michael Jackson e Phil Collins, ed erano previste versioni per C64, Spectrum e Amstrad.
Il gioco, però, per ragioni a me sconosciute e nonostante fosse annunciato in uno degli spot contenuti all’interno dell’album, non venne mai rilasciato. Di questo i commodoriani si rattristano. Piangiamo tutti per solidarietà.

“Flaunt it” fu un album prodotto dal titanico Giorgio Moroder che, a detta di molti, si lasciò andare a sperimentazioni audaci durante la sua lavorazione. Due anni dopo gli Sputnik tornarono con un nuovo album, “Dress for Excess”, stavolta prodotto dal trio plastico Stock, Aitken & Waterman, gli stessi produttori di numerose altre starlette pop del periodo. Nel video del primo singolo estratto qui sopra, a parte il sound prettamente poppeggiante, potete riconoscere i camei di quei cantantini.
Adesso risalite sulla macchina del tempo e settate il ritorno al 2014. Occhio al flusso canalizzatore.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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6 Responses

  1. Ste84 ha detto:

    Mamma mia non li conoscevo, terribili! Però il livello di anniottantudine è stellare, non c’è che dire :))

    Mi hanno riportato alla mente un altro gruppo di quegli anni che nell’86 piazzò un gran singolo spaccaclassifiche (una cover per giunta) e non fecero poi molto altro in verità. Me lo ricordo molto bene perchè mia mamma lo registrò per sbaglio prima di un film e io l’ho messo e rimesso fino a consumare il vhs quando ero ancora ben al di sotto del metro di altezza. Quel video mi fece capire già allora che sarei diventato un chitarrista (difatti imitavo le movenze dei musicisti davanti alla tv con una chitarra giocattolo per ore) e che avrei amato il rock per il resto dei miei giorni!

    https://www.youtube.com/watch?v=8gT1nsDPZ7g

  2. Simone Guidi ha detto:

    Azz…Me la ricordo anch’io questa canzone. Al tempo fece i favilloni! In discoteca ( che al tempo ci si andava anche di domenica pomeriggio ) era un potente riempi-pista. Sì-sì. Fu veramente una gran cover, caricava coi chitarroni e trascinava i brufolosi nella mischia. Marò come mi sento vecchio adesso. Mi sembra ieri…

  3. Alessandra ha detto:

    Se capissi qualcosa di musica ti i potrebbe pure stare a leggere, ma siccome di musica non capisci un cazzo, e men che meno di immagine e di tendenze delle varie epoche passate (probabile che tu sia un pischello che manco c’era negli anni 80), questo articolo merita di essere interroto nella lettura gia verso la metà testo.
    l’unica cosa che fa cagare qua è ciò che hai scritto.
    Vai a scuola, poi ne riparliamo.

    • Simone Guidi ha detto:

      Grazie Alessandra, sono molto felice che la recensione ti sia piaciuta. Sei una persona gentilissima. Spero di farne un’altra altrettanto bella al più presto possibile. Tanti cari saluti.

    • Ilario ha detto:

      Mia cara, dopo aver scritto 5 righe piene di errori e di parole volgari, ti permetti di dire a qualcuno di andare a scuola???? Io, fossi in te, prima di tutto cercherei di imparare un po di umiltà e di educazione (e magari anche un ripassino all’italiano) prima di andare a dire ad altri come comportarsi o cosa fare.

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