L’invasione degli Space Invaders: Lo Zen e l’arte di giocare ai videogiochi

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L’amico Santellocco te la butta lì con nonchalance: «Che mi dici de ‘L’invasione degli Space Invaders’, di Martin Amis, recentemente tradotto?»
Forse potevi rimanere indifferente di fronte al fascino retrò di un titolo del genere? Naaa. Un libro con un titolo così ti incuriosisce a prescindere. Allora gugleggi il nome dell’autore e ti viene fuori che è un peso massimo della letteratura postmoderna inglese. Cioè, questo non è mica uno SCARAMACAI come Ernest Cline, eh?! Questo è uno che bazzica nei salotti buoni e si mette anche il gessato con la cravatta, mica va alle convention di fantascienza con la DeLoren e la maglietta di Ghostbusters come il buon Ernest, eh?! ( A proposito Ernest, IO TI AMO. Ecco. Ora l’ho detto).
Leggo ancora riguardo a lui e scopro che quest’anno a lanciato la proposta di sistemare, agli angoli delle strade, delle cabine telefoniche destinate all’eutanasia programmata dei vecchietti scassamaroni. Ora, siccome lui è nato nel 1949, lanciando un’iniziativa del genere ne deduco che si stia sui coglioni da solo, e questo non fa altro che renderlo uno spirito affine al mio.
Continuo a leggere e viene fuori che nessuno lo ha MAI VISTO RIDERE o sorridere. Eh no, cazzo. Io ti devo leggere per forza, caro il mio Martin Amis. Sei anche meglio dell’ISPETTORE BLOCH!

Martin che si spara il ciccozzo e ti guarda male

Martin giovane che si spara il ciccozzo e ti guarda male

Quest’opera è stata scritta nel 1982, quando i videogiochi sballavano e furoreggiavano come i pirati nelle bettole di Melee Island, ignari che l’anno successivo avrebbero ricevuto un enorme calcione nel di dietro con il piedone meccanico di zio Paperone.
Per motivi sconosciuti ai più il libro non è mai arrivato in Italia nonostante che, negli States, avesse venduto uno scatonfo di copie. Con quel leggero ritardo che contraddistingue tutte le cose che riguardano la nostra nazione, arriva da noi quest’anno, a 31 anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, per cui diciamo che l’hype ha avuto tutto il tempo del mondo per installarsi a livelli ragguardevoli ma, alla fine della fiera, l’opera è innegabilmente datata e superata dagli eventi storici. Per cui si assiste allo stesso fenomeno che affligge la lettura di opere tipo “ZAP! The rise and fall of Atari“, ovvero che l’autore si sbilancia in profezie sul futuro dei videogiochi che poi la storia ha smentito. Per darvi un’idea: qui Amis dichiara che DONKEY KONG è un gioco di merda brutto e verrà presto dimenticato. Bravo Amis, ci hai preso in pieno. Ora però vai a giocare a mosca cieca sul retro che ci sono i tombini aperti.

Image1Comunque, a parte questi innoqui deliri che accomunavano gli autori di quel periodo quando scrivevano di videogiochi, Martin Amis partorì quest’opera in quanto sincero appassionato di videogiochi e al tempo provò sulla sua pelle tutte le fasi della videodipendenza: dall’esaltazione per l’ultimo cabinato messo in circolazione, alla ricerca spasmodica della sala giochi più vicina, dall’autoisolamento, ai disturbi del sonno. Da queste sue esperienze nacque “L’invasione degli Space Invaders”, un libro che si piazza nel mezzo tra una guida ai videogiochi, un saggio di psicologia, e un documentario sulla società americana dei primi anni ottanta.
Le prime pagine di questo libricino ci accolgono con una fiera introduzione di Steven “Rockerduck” Spielberg, il quale sponsorizza caldamente la lettura del tomo per prevenire gli eventuali disagi provocati dall’uso massiccio degli arcade. In pratica dice di comprare il libro ché lui è amicone di Amis e si becca pure la percentuale (No, scherzo. Lui e Amis non si conoscono nemmeno).

steven_spielberg_space_invaders

Il libro è diviso in tre parti. La prima, quella che reputo più interessante, è quella che racconta l’esperienza diretta di Martin nelle sale giochi. Il fatto che fosse diventato un dipendente cronico e che non fosse assolutamente l’unico a soffrire di questo problema. Mentre l’autore sciorina le sue peripezie, la prosa è arricchita da molte foto d’epoca scattate dentro le sale giochi spesso a soggetti inconsapevoli ed immersi nella trance video ludica. A mio avviso solo quelle valgono tutto il libro perché danno un sapore iconico all’opera e generano quell’effetto amarcord che porta un lettore attempato come il sottoscritto all’emissione del classico SOSPIRONE©, invogliandolo a procede con la lettura.

Và come si puntella questo

Và come si puntella questo

La seconda parte, quella più corposa, è una guida ai videogiochi dell’epoca. Amis dice la sua sui mostri sacri tipo Asteroids, Donkey Kong, Pacman, Galaxian e molti altri, emettendo giudizi prettamente soggettivi e spesso sommari.

Ecco pure un giovane Steve Jobs

Và un giovane Steve Jobs.

Martin mi casca pure su un caposaldo come Jobs, alludendo a lui come a uno degli eroi dell’Atari, tutti giovani e trendy. Peccato che Stefano Lavori avesse già tolto le tende da Atari e fondato Apple nel 1976. Ahiahi Martin, questi errori non si devono fare quando si scrive un libro nel 1982.

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Và dietro a baffino c’è LOTAR, l’aiutante di Mandrake.

La terza e ultima parte riguarda l’avvento delle console casalinghe e i videogiochi portatili a led e LCD. Anche qui sono più che altro schede con giudizi personali su quel tipo di portatile piuttosto che l’altro. Il libro poi si chiude con la conta delle pagine che arriva a 194.

GIUDIZIO

Si, ma allora che ne pensi di questo libro?
Beh, secondo me il giudizio varia radicalmente a seconda del bagaglio di esperienza che si porta dietro il singolo lettore. Qui conta molto il target. Mi spiego meglio:
Se sei uno come me, che hai vissuto sulla tua pelle la rivoluzione dei videogiochi negli anni ’80, hai fatto vita da sala giochi, sei passato attraverso le prime console per poi approdare agli home computer e infine al PC, in questo caso il libro ha un forte valore iconico, non tanto per quello che racconta (che per te non è per niente una sorpresa) ma per quello che condivide. Lo apprezzi anche solo per le fotografie che contiene e per le schede dei singoli giochi arcade che ti fanno scendere la lacrimuccia.
Se sei un lettore giovane che ha cominciato la sua esperienza video ludica con la pleistescio, le sale giochi ai tuoi tempi erano ormai in declino e non le hai mai frequentate, allora caro mio, questo libro non ti darà assolutamente niente se non un aiuto per scrivere la tua tesi di laurea sui vari tipi di dipendenza che affliggono l’umanità.
In più, da lettore elettronico quale ormai sono, devo dire che un prezzo di 25 euro per un libro del genere è decisamente troppo alto. Vabbè che è disponibile solo in versione cartacea in brossura, e il suo costo lo si può provare a giustificare per la presenza delle numerose fotografie, ma resta il fatto che per una prima edizione come questa, con refusi sparsi qua e là ed errori di traduzione dovuti all’inesperienza nel retrogaming (in Donkey Kong, Mario non era ancora Mario bensì Jumpman. Non me lo puoi tradurre ogni volta come «L’uomo che salta ha fatto qui…l’uomo che salta sale le scale di là») il costo è largamente ingiustificato.

Voto finale:

MEH

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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