La sacra scuola di menare e sfasciare auto : Mad Max Oltre La Sfera Del Tuono

Il mondo in cui viviamo non è perfetto, siamo tutti d’accordo, ma sicuramente batte dieci a uno un deserto senza fine popolato da gente disperata e cannibale. A tal proposito tengo a precisare che l’unico personaggio post apocalittico che mi sia veramente interessato è stato Kenshiro, il quale nella gloriosa trilogia di Mad Max (recentemente diventata quadrilogia ma senza Mel Gibson) ha pescato infilandoci le braccia fino al gomito. Ma se ci penso bene, quella di Mad Max è una serie di film strana perché non sono neanche dei veri film. Più della metà di essi sono solo scuse divertenti per inseguimenti futuristici in auto nel bel mezzo di un deserto, e per esibire addominali ritenuti illegali in più di sedici stati dell’Unione, ma c’è un film che si erge sopra a tutti e quattro. Uno che, si dica quello che si dica, ha definito il mito di Mad Max ai suoi fan. Sto parlando dell’immortale Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono, che è di gran lunga il più commerciale del franchise ma se lo riguardi adesso lo ritrovi ancora in perfetta salute.

L’altra sera ero da solo in un hotel di Saronno e non disponendo di abbastanza amaretti per stordirmi, comincio a fare zapping. Sbracato sul divano col mio pigiama a righe da vero carcerato della nostalgia mi si para davanti Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono e mi rendo contro di due cose. A) Che l’ultima volta che l’ho visto è stata nel 1985, al cinema. B) Che ha conservato un posto sacro in un angolino del mio cuore per molteplici ragioni. In particolare, ottemperando al punto B, presenta un’arena in cui gli uomini sono legati a elastici giganti e combattono fino alla morte con le armi appese un po’ in giro. In pratica è l’UFC prima dell’UFC e del suo pubblico alimentato a testosterone, e il fatto che vengano usate motoseghe e grandi cartoonistici martelli gli conferisce una dimensione così sopra le righe che difficilmente può inquietare lo spettatore (almeno spero).
Il mondo di Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono sembra caotico, sembra pericoloso, sia nelle cosiddette aree civilizzate che nelle oasi ai margini degli sconfinati deserti, ma alla fine risulta talmente lontano dalla nostra percezione della realtà da non sembrare per niente minaccioso. È un grossissimo giro in giostra in un luna park popolato dai personaggi più strambi che possano esistere, e probabilmente nulla di quello che ci succede dentro potrà mai accadere nel corso di una nostra ipotetica e distopica vita. Il suo godimento è duplice perché con tutti quei personaggi weirdo e quelle situazioni iperboliche trasmette un continuo senso di meraviglia e, contemporaneamente, libera l’animo dello spettatore da qualsiasi tipo di paura tipo: «SANTODDIO© potrebbe succede in futuro! SANTODDIO©!». No, caro corridore, la vedo decisamente dura che ci attenda un futuro come questo, sarebbe troppo clemente con noi.

©=Copyright Roby Rani.

«Eccolo! Lo vedo il futuro! Ma è divertente!»

In questo terzo capitolo ritroviamo Max Rockatansky (Mel Gibson) che sta di nuovo occupandosi dei fatti suoi (come sempre in tutti i film che lo riguardano) quando una canaglia alla guida di un aereo lo colpisce buttandolo giù dal suo veicolo e lasciandolo lì, a seccare nel deserto. Fortunatamente, Max si rialza presto per poi imbattersi in Bartertown, una città in mezzo al nulla dove subito si scontra con la sovrana locale, Aunty Entity ( una Tina Turner con un gloriosissimo mullet di capelli bianchi), e Master Blaster (un energumeno pilotato da un nanetto che gli sta sulle spalle), il gestore della fabbrica di merda di maiale che dà energia a tutta la città.
Max trova un accordo con Aunty per riavere la sua auto rifornita di carburante e di ogni ben di Dio gli possa occorrere se riesce a sbarazzarsi di Master Blaster. Sarebbe più facile per lui farlo se solo si dimenticasse che una volta era un poliziotto, ma non lo fa. Lui non lo fa mai. E lì cominciano i guai.

«Fermi ragazzi. Prima ammirate il mio gloriosissimo mullet»

Come regista, George Miller è sempre stato avantissimo rispetto ai suoi tempi. Già in questo film ritroviamo tutto quello che avrebbe esaltato all’estremo nel capitolo successivo, Mad Max: Fury Road, ovvero: i temi femministi.
Certo, Aunty Entity indossa un ridicolo abitino da amazzone del deserto e piomba giù dal suo covo seduta su un trapezio, illuminata da fari che neanche il circo Orfei, ma il personaggio è rivoluzionario per il suo tempo. Aunty è un vero leader per i suoi uomini e sa come gestire il potere. Ha una visione, nervi saldi e, cosa più importante, un cuore. Molti archetipi femminili costruiti da uomini sono donne che scimmiottano quello che farebbe un uomo al loro posto, ma rari sono i personaggi femminili che si elevano al di sopra degli uomini conservando i loro attributi femminili come l’uso della psicologia e della persuasione (allo sfinimento). Aunty è un gran personaggio perché è una donna che sa usare il suo essere donna per prende il sopravvento sugli uomini. Il suo modo di fare non contempla il cercare di superare gli uomini nelle rozzaggini che fanno, non ne ha bisogno per raggiungere i suoi scopi. Questo è il motivo per cui credo che lei sia uno dei personaggi femminili più importante della serie.

 

I primi due film di Mad Max sono “fatti in casa”; scritti, diretti, e finanziati da australiani come, appunto, il suo regista George Miller e, oltre che in patria, hanno un buon successo anche all’estero. Miller fa entrambi i film con il produttore Byron Kennedy e non si sogna neanche lontanamente di farne un altro senza di lui. Tuttavia, Kennedy muore tragicamente in un incidente aereo proprio mentre sta facendo scouting per le locations del terzo, futuro film.
È il 1983, e Miller ci rimane malissimo. Tanto male che decide di abbandonare il personaggio di Mad Max e rinunciare a girare il film, ma le pressioni della Warner Bros sono enormi e gli interessi in ballo con troppi zeri, così lo costringono a procedere a colpi di clausole contrattuali. Come compromesso per continuare, Miller chiede e ottiene di dirigere solo le scene d’azione, mentre il resto del film, con tutti i dialoghi, passa nelle mani di George Ogilvie, amico di Miller con cui ha già lavorato in precedenza.
Mad Max : Oltre La Sfera Del Tuono esce nei cinema nel 1985 ed è un buon successo, non ottimo come sperato in virtù del grosso budget investito, ma buono. Di fatto, però, il personaggio di Mad Max muore lì, abbandonato dal suo creatore per motivi sentimentali almeno per un paio di decadi.  Due anni dopo, la fama di Mel Gibson esplode nel mondo con il ruolo del matto mattissimo in Arma Letale, mentre Tina Turner viene scelta come co-protagonista probabilmente perché già sotto contratto con Warner e capace di piazzare due buone canzoni per la colonna sonora.

Now with more Permanente

Mad Max: Oltre la Sfera Del Tuono è un film molto diverso dai due precedenti. Tanto per cominciare il propulsore della storia non è né la vendetta né il carburante, ma l’Interceptor, l’auto che Max vuole riottenere indietro nelle condizioni migliori possibili. Poi, a livello di trama appare ben diviso di tre differenti blocchi. Il primo è quello relativo a Bartertown quando il menarsi con Master Blaster nel Thunderdome segna l’immaginario collettivo di una generazione di brufolosi.
Il secondo blocco inizia quando Max viene mollato nel deserto, legato e bendato con una maschera brutta in faccia, e quasi muore. Lì viene salvato dalla tribù dei bambini e portato nell’ultima area boscosa e fertile di tipo… il mondo intero!
Il terzo brevissimo blocco inizia quando Max e i bambini fuggono dalla città a bordo del treno, causando morti ed esplosioni lungo la strada ferrata. Ecco. Lì è di nuovo il buon vecchio Mad Max che tutti abbiamo imparato ad amare, e la mano ferma di Miller in quelle scene è evidente.

La mano del regista

Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono forse mostra qualche ruga di troppo, ma ho il fondato sospetto che rivederlo ora sia ugualmente surreale e cinetico come quando lo avete visto nel 1985. È un film d’avventura pazzissimo su un solitario taciturno con un vago senso di giustizia che gironzola in cerca di qualcosa tra le dune di un deserto senza fine. Non è male, ma non impressiona come i due film precedenti. Se ci pensate bene, uno guarda i film di Mad Max per gli inseguimenti in macchina in mezzo alla desolazione, ma qui questo non accade fino agli ultimi 15 minuti del film. Nonostante tutto, fatevi un favore, riguardatelo con rispetto anche solo per apprezzare l’arte di George Miller adesso che è ancora qui con noi.

Avercene di settantenni così

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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