Cinema alla menopeggio : il making of de I Vicini Di Casa

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Negli anni ’80 tutti noi adoravamo John Belushi. Lo avevamo amato in Animal House e The Blues Brothers. Lo avevamo apprezzato nei pochi filmati del Saturday Night Live che passavano casualmente sulla televisione generalista. Lo citavamo all’infinito; una delle nostre battute preferite era : « È forse finita quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbour? ». Anche i critici di film seri cedevano davanti alla sua carica umoristica e lo inserivano tra i grandi della commedia. Per quanto la gente amasse Eddie Murphy, Mel Brooks e gli altri, non credo che nessun altro attore comico sia stato tanto amato come lo è stato Belushi, forse solo Robin Williams. Quando capimmo che era morto per overdose all’età di 33 anni, ci rimanemmo molto male. Doveva godersi gli anni ’80 e i ’90 con noi sbarbati anniottantari, doveva esserci per diventare il personaggio eccentrico e colorato che invece divenne Bill Murray.
Ora il nome di John Belushi non suscita più alcuna reazioni da parte del pubblico. È un impalpabile fantasma degli anni ’70. L’ondata di commedie dopo le sue, per godibili che fossero, vennero considerate come una semplice conseguenza, niente di più. Adesso, i film di Belushi (solo 4 da protagonista) si nascondono in una sorta di cimitero su richiesta. Ma così come le rockstar morte possono continuare ad ispirare i musicisti, Belushi dovrebbe, perlomeno, essere riportato alla ribalta della conversazione di tanto in tanto per i suoi lavori più riusciti, o anche per il suo ultimo film, I VICINI DI CASA, che ha lo stesso problema di un governo di sinistra: c’è poco da ridere e va capito.
Sigla!

Alla fine del 1980 il produttore Richard D. Zanuck è sul punto di prendersi la sua rivincita. Torna finalmente alla 20th Century-Fox, lo studio che suo padre aveva fondato e dal quale lui era stato licenziato dieci anni prima, e ci rientra tra le fanfare in compagnia del suo amico David Brown, il numero due della FOX, dopo che insieme hanno prodotto due grandi blockbuster commerciali come La Stangata e Lo Squalo.
La loro certificazione di prestigio è talmente affidabile che, grazie ad un accordo particolare, gli viene permesso di fare solo i film che desiderano. Sono talmente indipendenti che possono fare anche a meno di chiedere il consenso preventivo al consiglio di amministrazione.
Zanuck vuole esordire nel nuovo corso con qualcosa di particolare. Qualcosa che non si può vedere tutti i giorni. Qualcosa che possa essere d’attualità e polemico allo stesso tempo. È rimasto colpito dal romanzo di Thomas Berger che si intitola I VICINI DI CASA; una dark comedy che tratta la difficile convivenza di due coppie di vicini in un quartiere suburbano. Il protagonista è Earl Keese, un medio borghese (mooolto borghese) quarantanovenne, la cui placida esistenza viene turbata dall’arrivo di una giovane coppia, onnipresente e disturbatrice, nella casa accanto alla sua, la quale lo costringe a prendere atto della propria grigia esistenza e, conseguentemente, liberarsene.
Sì, con un film tratto da quel libro, per la coppia Zanuck/Brown sarebbe stato un ritorno all’ovile perfetto. Quando contattano l’agente di Berger, però, scoprono di essere stati preceduti da un altro produttore, Irvin Lazar, il quale è lì che sta già contrattando per l’acquisizione dei diritti. Decidono di discuterne direttamente con lui e raggiungono un accordo: avrebbero comprato i diritti tutti e tre insieme.

Brown – Spielberg – Zanuck

Quando John G. Avildsen (che aveva già vinto un Oscar nel 1977 per la regia di ROCKY) viene a sapere che i diritti de I Vicini Di Casa sono stati venduti, contatta immediatamente Zanuck e Brown.
I due produttori sono colpiti dall’interesse di quel piccolo regista che, tra le altre cose, ha un curriculum di tutto rispetto. Gli propongono di dirigere il film e si recano nel suo ufficio di New York. Zanuck porta con sé la moglie. L’ufficio di Avildsen è costellato di cartelli con su scritto «NO SMOKING» e per la moglie di Zanuck, fumatrice incallita con la voglia incontrollabile di accendersi una sigaretta ogni 5 minuti, sono due ore di colloquio terribilmente lunghe. Quando risalgono in macchina dopo la riunione, dice al marito: «Cristo, ma sei davvero sicuro che sia il tipo giusto per un film come questo? Non so se mi fiderei di uno così morigerato per dirigere una commedia».
E infatti la carriera di Avildsen, pur essendo un ottimo regista, era piuttosto movimentata: licenziato mentre dirigeva La Febbre Del Sabato Sera perché voleva assolutamente aggiungere un lieto fine edificante. Preso per il collo e minacciato di decapitazione da Burt Reynold durante le riprese di Un Uomo Da Buttare. Cacciato dal set de La Formula perchè si rifiutava di eseguire i cambiamenti richiesti dalla produzione. Insomma, uno bravo, sì, ma con troppi spigoli.
Nonostante tutto, Zanuck e Brown sono convinti della bontà della loro scelta e credono che i meriti di Avildsen superino di gran lunga i difetti. Gli sembra un uomo dal carattere mite, attento e modesto, e a loro piace. C’è bisogno di uno come lui sul set, hanno già assunto lo sceneggiatore di M*A*S*H*, Larry Gelbart; uno dei migliori sulla piazza ma universalmente riconosciuto come una testa calda dalla lingua tagliente. Non sopporta i registi, i produttori e gli attori che vogliono fare di testa loro e reputa la sceneggiatura come la Bibbia: tutti si dovevano attenere a quella altrimenti dovranno bruciare all’inferno (soffrendo moltissimo). Occorre qualcuno che mitighi la sua carica caotica e sappia gestire la situazione con calma, dignità e classe. A loro Avildsen pare proprio quel qualcuno.

John G. Avildsen con calma, dignità e classe

E, ovviamente, Gelbart detesta Avildsen fin dal primo incontro, quando lo sceneggiatore chiede al regista quale fosse secondo lui un esempio di un buon film comico.
«The Blues Brothers!», risponde Avildsen. A Gelbart The Blues Brothers fa cagarissimo. Quando era andato a vederlo era uscito dal cinema disperato. Lo reputava orribile, niente affatto divertente, e colpevole di non avere uno straccio di dialogo decente. Gelbart va di volata da Brown e senza mezzi termini gli dice che Avildsen è la persona sbagliata e non ha la minima esperienza di come si faccia una vera commedia. Brown, però, non si fa convincere. Lui e Zanuck hanno un legame fortissimo e seguono una filosofia comune che gli impone di stabilire una linea di condotta e non mollarla mai a prescindere. La lealtà era un loro vizio e di sicuro, nel loro mondo, uno sceneggiatore non sarebbe mai riuscito a far licenziare un regista.
Ai piani alti, intanto, la 20th Century-Fox si aspetta una regia esperta e un cast brillante. Avildsen sembra aver soddisfatto la prima aspettativa, anche se, oggettivamente, dalle sue opere non si intravede alcun senso dell’umorismo. Quello che stanno cercando è qualcuno capace di tirare fuori dal cilindro una commedia strana, tipo Il Dottor Stranamore. Forse Avildsen ce la potrebbe fare.
La sceneggiatura, comunque, va bene, e il budget per la realizzazione è più che dignitoso: 8 milioni di paperdollari e mezzo. Se i due produttori portassero un buon cast, il semaforo verde sarebbe assicurato. Lo studio vorrebbe almeno uno tra Dustin Hoffman, Richard Pryor, Gene Wilder, Bill Murray, Belushi & Aykroyd.
È il 5 gennaio 1981 quando ci si rende conto che nessuna delle star indicate è disponibile per imbarcarsi nella produzione. Zanuck e Brown non danno peso alla cosa. Non hanno mai pensato al loro film in funzione di una grande star che ci avrebbe potuto recitare dentro. Sono convinti che l’affare sia ormai cosa fatta, ma non è così. Alla fine del mese ricevono la comunicazione ufficiale dalla presidente della 20th, Sherry Lansing: il film non si fa più. «Perché?» chiedono i due produttori. «Non è abbastanza divertente, è senza attori di richiamo, e raramente le dark comedy riescono ad essere commerciali».
Zanuck e Brown sono furiosi. Pensano che a dirigere la Fox ci siano un branco di dilettanti incapaci e la prendono come un’umiliazione personale. Proprio per questo decidono di non mollare l’osso e di presentare il loro progetto ad altri studi di produzione, di fatto trasformandolo in quello che in gergo si definisce come un progetto turnaround.

Alla Columbia Pictures vengono a sapere la cosa pochi giorni dopo e decidono di approfittarne. Anche se la Fox aveva mollato il colpo, nelle lotterie del mondo cinematografico Zanuck e Brown sono due pezzi grossi. Non tutto quello che avevano fatto si era rivelato un successo, è vero, ma nessuno è perfetto e loro due sono sicuramente tra i migliori in circolazione. Unica condizione: vogliono il film in fretta per distribuirlo a Natale. Zanuck risponde di sì. La sceneggiatura e il regista ci sono già, occorre “solo” definire il cast.
È la fine di febbraio quando il telefono di Belushi squilla, ed è già Marzo quando si reca a trovare Avildsen nel suo ufficio di New York. Il suo agente gli ha parlato di un film dove lui dovrà interpretare la parte di un uomo pestifero che tormenta il suo morigeratissimo vicino di casa, e sembra proprio un ruolo fatto per lui. Quando entra in ufficio, John dà un’occhiata ai cartelli “NO SMOKING” e si accende una sigaretta. Avildsen lo considera subito un infantile ma deve ammettere che è un grande interprete, per questo gli propone una sfida: invece di interpretare il solito personaggio del guastatore già visto nei suoi film precedenti, in questo sarebbe dovuto essere l’uomo mite e perseguitato, il borghesuccio che si irrigidisce ad ogni piccolo eccesso e combatte inutilmente per tenere tutto sotto controllo. Belushi ascolta: «Ci penserò su» risponde, e come esce, porta la sceneggiatura ad Aykroyd convincendolo ( molto facilmente) ad unirsi al cast.
Intanto, Avildsen si informa meglio sul curriculum di Belushi ed è molto preoccupato per quello che ha sentito dire riguardo alla droga. Un uso incontrollato di stupefacenti può costituite un incubo per la produzione di un film e vuole vederci chiaro. Chiama Brown e lo esorta a chiarire il punto. «Dio, abbiamo Belushi; non mandare tutto all’aria» gli risponde il produttore. Nonostante tutto convocano nuovamente l’attore per avere chiarimenti di persona ed è egli stesso a dichiarare la sua dipendenza ma anche l’assicurazione di aver chiuso con quel vizio.
Entrambi trovano Belushi molto convincente non rendendosi conto di quanto sia bravo a recitare.

Smoking Cathy Moriarty

La lavorazione ingrana e lo sceneggiatore Gelbart accetta di andare a New York per incontrarsi con il nucleo portante del film: Avildsen, Belushi e Aykroyd, che avrebbero letto la sceneggiatura in sua presenza. È il 17 marzo e non è ancora stato deciso quale parte John avrebbe interpretato, perciò Avildsen suggerisce ai due comici di leggere due volte il copione scambiandosi i ruoli. Mentre leggono, Gelbart si accorge che sia Belushi che Aykroyd non si attengono a quello che c’è scritto. Improvvisano, impongono nuove idee, cambiano i dialoghi; addirittura vogliono cambiare le scene! Belushi legge malissimo, come uno scolaretto svogliato, e mentre lo fa fuma e offre marijuana a tutti. Un paio di volte esce dalla stanza e ritorna visibilmente stralunato. Gelbart capisce subito l’antifona, per lui è uno spettacolo orribile, ma la cosa peggiore è che Avildsen sembra approvare quella linea di comportamento. Così, quando il giorno dopo Belushi si presenta alla lettura del copione già ubriaco, Gelbart s’incazza come una bestia. Chiama Brown che risponde in vivavoce con Zanuck: «Abbiamo un problema» dice, «Belushi si droga e Avildsen non è divertente» e poi incomincia a lamentarsi con così tanta veemenza e su così tante cose diverse che i due produttori pensano che quello ubriaco e drogato sia Gelbart, non Belushi. Ma lo sceneggiatore ha ragione da vendere, tant’è che Aykroyd non è per niente convinto della bontà della sua sceneggiatura ed ha già cominciato a riscriverla insieme a Belushi ( il quale si limita a dare qualche idea senza fare praticamente un cazzo) e lo stesso Avildsen. È in questa sede che si decide che John avrebbe interpretato Earl Keese e Aykroyd sarebbe stato Vic.

Lunedì 6 Aprile iniziano le prove e l’atmosfera è stupenda. Il cast sembra avere una buon intesa reciproca, e tutti i nefasti avvertimenti di Gelbart paiono infondati. Brown telefona a quest’ultimo per assicurarsi che fosse al corrente della riscrittura del copione. Gelbart risponde borbottando che tanto lo sapeva già. Avildsen ed Aykroyd, infatti, stanno facendo progressi con le modifiche e lo fanno con talmente tanta disinvoltura che segnano i loro nomi come co-autori in prima pagina. Brown se ne accorge e strappa il frontespizio della sceneggiatura, registrandola presso il sindacato degli scrittori come “senza autore”. A quel punto tocca proprio a Brown informare l’autore originale di quanto accaduto. Gelbart, ovviamente, si offende tantissimo perché in quel modo rischia seriamente di perdere qualsiasi diritto sul suo lavoro, e da quel momento in avanti comincia a tenere un diario molto dettagliato del progetto, nel caso dovesse decidere di sporgere denuncia alla Writers Guild (cosa che effettivamente farà).
Qualche sera dopo, Brown riceve una telefonata da Belushi, vuole assolutamente parlare con lui, ci sarà anche Aykroyd. Si incontrano in un ristorante del Greenwich Village e John è molto agitato.
«Dobbiamo trovare un nuovo regista», dice. Le prove non erano andate bene e Avildsen era troppo rigido, non li lasciava improvvisare, «un piccolo Hitler» viene definito. Parla solo Belushi. Aykroyd sta zitto e annuisce a quello che dice l’amico, si vede che non è altrettanto convinto. Forse non è neppure d’accordo. Difficile a dirsi. Belushi continua: Avildsen non capisce il loro senso dell’umorismo, pensa solo in termini tecnici, non ha idea di come dirigere una commedia. Va sostituito.
Brown parte al contrattacco e fa delle considerazioni pratiche: Il film andava consegnato entro Natale e Avildsen ci aveva lavorato per mesi, un nuovo regista non ce l’avrebbe mai fatta a rimettersi al passo, e inoltre licenziarlo sarebbe costato centinaia di migliaia di dollari perché la produzione lo avrebbe dovuto pagare comunque. Stiamo calmi e sopportiamo.
Brown torna a casa e l’ultima cosa che vuole è farsi sfuggire il film dalle mani. Telefona a Zanuck: «I ragazzi vogliono licenziare Avildsen.» «Cosa?» dice Zanuck. «Dov’è andata a finire l’atmosfera idilliaca dei primi giorni?» Volatilizzata.
Le riprese ufficiali sarebbero cominciate la settimana successiva.

Il 20 Aprile è il primo giorno delle riprese de I Vicini Di Casa. C’è una certa tensione nell’aria ma succedeva sempre così all’inizio.
Durante una delle prime scene, Avildsen non è convinto dei capelli di Belushi, li vuole più grigi: «Non ci casca nessuno», dice.  Aykroyd aveva suggerito che diventassero progressivamente bianchi durante le diciotto ore in cui si svolge la storia del film, ma Belushi aveva bocciato l’idea perché lo infastidiva sembrare troppo vecchio. Avildsen è molto determinato sulla questione capelli e per tutta risposta Belushi si rinchiude dentro la sua roulotte ad ascoltare musica a tutto volume. Tocca al regista andarlo a snidare e impiegare venti minuti per convincerlo a tornare in scena, e ogni minuto costa allo studio centinaia di dollari.
Al contrario, Aykroyd è flessibile e ama sperimentare nuove soluzioni. Si è ossigenato i capelli, ha messo lenti a contatto azzurre per cambiare il colore degli occhi, perfino un dente d’argento per sembrare più sinistro e inquietante. Vuole dare al suo personaggio una parvenza da gerarca nazista.


I giorni passano e la tensione si intensifica. Un giorno John corre da Brown dicendogli: «Ehi! Non va bene! Quel figlio di puttana vuole fare il regista!»  Sul set in molti ormai scommettono che Belushi arriverà alle mani con Avildsen. Belushi stesso accetta una scommessa da 1000 dollari. Il punto è che non perde mai occasione per fare commenti sprezzanti nei confronti di Avildsen, parlando del film come se fosse suo e come se fosse lui a prendere le decisioni.
Una notte telefona a John Landis. «Vieni a fare questo film.» gli dice.
«Aspetta», lo interrompe Landis. «Ma non state già girando?» «Si», confessa Belushi. «Allora non posso venire». «Vaffanculo!» replica John, e riaggancia.
Il consumo di droghe di John incrementa di pari passo con il livello di scontro con Avildsen, o viceversa, chi può dirlo? La notte del 21 Maggio sono previste le riprese della scena in cui Earl Keese cade nella palude e viene tirato giù dalle sabbie mobili. Belushi dice di volere dei sacchetti di sabbia legati alle caviglie per rendere meglio l’effetto. Avildsen non approva e dice che è troppo pericoloso. Sarebbe potuto affogare! John si mostra combattivo e si fa dare del nastro adesivo da otto centimetri con cui si attacca da solo i sacchetti alle gambe. Mentre prova a camminarci mette un piede in fallo e cade nel serbatoio dell’acqua che nella scena fa funzione di palude. Fortunatamente, prima che possa affogare, viene afferrato dalla sua controfigura che lo salva appena in tempo.

Le riprese de I Vicini Di Casa terminano il 29 giugno, e solo ad Agosto Avildsen presenta il primo raw-cut ai dirigenti della Columbia. Mentre lo guardano, ridono talmente forte che a volte nessuno riesce più a sentire il dialogo. Certamente il film non è quel disastro annunciato da Belushi, su questo sono tutti d’accordo. Okey, sì. L’atmosfera è lugubre ma principalmente a causa delle musiche che ammazzano le risate, ma non sono quelle definitive. La colonna sonora originale è stata affidata a un amico di Belushi, il sassofonista Tom Scott, che ci sta ancora lavorando e la terminerà in tempo per l’anteprima pubblica. Qualcuno che è stato presente sul set durante i lavori si chiede perché manchino alcune scene molto divertenti, ma non viene dato troppo peso alla cosa. Il montaggio deve essere ancora terminato e i film possono cambiare moltissimo in quella fase.
Bisogna aspettare il 15 settembre perché la situazione precipiti. Quella sera viene organizzata una proiezione dell’ultimo montaggio de I Vicini Di Casa. Avildsen vuole mostrare i progressi fatti dal mese di agosto. Ci sono Belushi, Aykroyd, Zanuck e Brown con le rispettive consorti, e i dirigenti della Columbia. Zanuck capisce subito che Belushi è di pessimo umore quando, non riuscendo a stare fermo sulla sedia, spara una battuta di pessimo gusto a voce alta su Avildsen. In molti si girano a guardarlo, ma il peggio arriva quando si abbassano le luci e il film comincia. È una sequela ininterrotta di critiche sulla scelte di ripresa e il montaggio. I due produttori cercano di calmare Belushi che abbassa la voce, ma comincia a battere il pugno sul bracciolo tutte le volte che vede qualcosa che non gli piace, scuotendo l’intera fila di poltrone. È impossibile tenerlo sotto controllo, e verso la fine del film, si toglie una scarpa e prende a batterla sul bracciolo tipo Krushev alle Nazioni Unite: « Non è la ripresa giusta, questa!» grida.
Quando si accendono le luci non c’è nessun applauso, al contrario, in sala ci sono diversi sguardi duri che si affrettano verso l’uscita.
Zanuck sente aria di disastro. Durante il film, aveva visto e sentito cose divertenti, ma deve ammettere che Belushi aveva ragione: il ritmo è sbagliato, le scene sono troppo lunghe, il passo è lento, e mancano molte delle scene migliori che aveva già visto in precedenza. Avildsen aveva combinato un bel casino, il problema ora era riuscire ad aggiustarlo in modo discreto. Era il caso di parlare con Belushi e Aykroyd da soli, senza Avildsen, altrimenti sarebbe finita a cazzotti. Quella sera a cena, l’aria è pesantissima. Aykroyd tenta di stemperare dicendo a John che in fondo il film non è così male, ma l’altro insiste nel voler estromettere Avildsen e rimontare il film con il collega. Purtroppo non è possibile farlo, il sindacato degli autori avrebbe fatto il culo a tutti e garantiva ad Avildsen il controllo sul film almeno fino alla prima anteprima pubblica. Dopo quella, il film sarebbe passato nelle mani dello studio, e solo in quel momento si sarebbe potuti intervenire.

Sono tre i consigli della Columbia per metterci una toppa. Innanzitutto, la musica va cambiata. Ci vuole qualcosa di più allegro e adatto a una commedia. Come seconda cosa, si deve condurre dei test di controllo con del pubblico scelto, possibilmente fan di Belushi e Aykroyd, per scoprire cosa pensano del film così com’è montato al momento. Ovviamente, si parla di test altamente riservati che non si sarebbero svolti in un cinema pubblico per evitare qualsiasi tipo di pubblicità negativa. Infine, l’uscita del film sarebbe stata posticipata di qualche settimana, al 18 dicembre, in modo da catturare il massimo del pubblico possibile sotto le feste di Natale e non dare il tempo al passaparola di rovinare l’incasso.
In merito al primo punto, domenica 27 settembre, Belushi va a casa di Tom Scott e gli tempesta la porta di pugni. Vuole parlare con lui per essere sicuro che Avildsen non stia influenzando la musica. «Non ascoltare quello che ti dice. Fai quello che ti pare giusto» lo esorta. Scott sapeva che la musica era soltanto uno degli ultimi stadi della lavorazione di un film; l’autore non aveva il minimo potere, e quando un film era nei guai ( e questo lo sembrava senz’altro) la musica diventava un comodo capro espiatorio.
Tre giorni dopo Scott viene convocato d’urgenza negli studi di registrazione, ad attenderlo c’è Belushi insieme al gruppo punk dei FEAR che stanno componendo la versione punk della colonna sonora de I Vicini Di Casa che proprio lo stesso Scott ha scritto. Il compositore non riesce a capacitarsi di quello che accade. John ha preso quell’iniziativa di testa sua, contro il parere del regista e dei produttori, e adesso è lì, davanti a lui, che gli sta chiedendo di contribuire con un assolo di sassofono. Gli sembra di essere in un brutto sogno. In risposta ai suoi dubbi e e le sue esitazioni, Belushi gli impartisce ordini con arroganza. Scott non ci sta e se ne torna a casa. Per i giorni successivi si rifiuterà di rispondergli al telefono.

 

 

Per quanto riguarda il secondo punto, la sera del 3 Ottobre, la Columbia organizza una proiezione per un gruppo di fan di Belushi e Aykroyd in due sale private. L’ingresso è gratuito e ad ognuno degli spettatori viene consegnata una scheda di valutazione con 5 possibilità di voto: Eccellente, Buono, Sufficiente, Mediocre, Scarso. Sono presenti gli stessi che c’erano all’ultima proiezione del 15 settembre, più molti pezzi grossi dello studio e il compositore Tom Scott. Belushi non c’è. È stato bandito per evitare che combinasse casini, e per essere sicuri che non potesse entrare con una delle sue azioni da commando, chiudono a chiave le porte.
I fan di Belushi e Aykroyd sarebbero stati il loro miglior test ma l’esito finale è un disastro. Sembravano tutti disorientati, poche risate, la musica non piace e il finale non funziona. Quando si accendono le luci in sala regna il silenzio totale.
Due giorni dopo, arrivano le statistiche dell’anteprima. Sono drammatiche. I peggiori risultati mai visti da un dirigente della Columbia fino a quel momento. Solo per l’1% degli spattatori il film è eccellente. In una delle due sale, addirittura, il 56% lo aveva considerato Scarso. Alla Columbia sono tutti angosciati. Quella gente era entrata gratis ed erano tutti fan, figuriamoci come lo avrebbe giudicato un pubblico vero.
È il momento di prendere le decisioni difficili e una nuova colonna sonora viene commissionata al compositore Bill Conti che aveva già lavorato con Avildsen in Rocky. Il finale deve essere rigirato ( nel libro, Earl Keese alla fine muore) in modo da non relegare il personaggio di Belushi a perenne vittima. Il controllo creativo passa in toto nelle mani della Columbia che convince Avildsen (con molta difficoltà) a non rivalersi contro lo studio tramite il sindacato. L’uscita del film viene confermata per il 18 dicembre ma nel doppio delle sale (circa 1500), in modo da sfruttare il richiamo dei nomi in cartellone e spremere ogni singolo dollaro il più in fretta possibile, prima che la pessima fama si sparga. In ambiente cinematografico questa strategia viene definita “prendi e scappa“.

Si discute di rigirare un nuovo finale, e la Columbia costringe (se non proprio minaccia) Avildsen di girarne uno che rappresentasse una specie di catarsi del protagonista. Questa volta Earl Keese se ne sarebbe dovuto andare in bellezza, con un enorme “vaffanculo” alla moglie e alla sua vecchia vita borghese. Ovviamente ad Avildsen non piace l’idea ma è costretto a piegarsi se non vuole rinunciare a qualsiasi possibilità di girare un film per la Columbia Pictures in futuro. Il problema vero è convincere Belushi a tornare per le nuove scene.
John non ne vuole più sapere di Avildsen e tanto meno desidera farsi dirigere nuovamente da lui. Chiede di essere diretto da Aykroyd, ma lo stesso Dan rifiuta. Chiede di dirigersi da solo, ma lo Studio rifiuta. Alla fine accetta di tornare sul set ma solo se Aykroyd lo accompagnerà e starà con lui per tutto il tempo nonostante non comparisse nel finale.
Appena arrivato sul set, John litiga immediatamente con Avildsen. Nel finale deve scagliare un televisore contro la parete e i due non si trovano d’accordo su cosa doveva esserci alla TV quando questo accade. Avildsen vuole un dibattito politico in cui si discute di quanto è terribile e spaventosa la società. Belushi vuole un grattacielo che esplode e cade a pezzi. Decidono di girare entrambe le soluzioni ma in fase di montaggio il regista cederà alla versione di John.
Come da programma, il 18 dicembre I Vicini Di Casa appare contemporanemante in 1384 cinematografi americani. Le prime rilevazioni dicono che solo il 9 per cento degli spettatori lo considera eccellente e il 43 per cento lo giudica scarso. È sicuramente un risultato migliore di quelli visti in precedenza ma pare ovvio che il film morirà in fretta, nonostante tutto, quel week-end incassa quasi 6 milioni di paperdollari e mezzo, molto più delle più rosee aspettative. Va bene anche la settimana seguente, poi le vendite dei biglietti crollano inesorabilmente a causa del passaparola. Le recensioni della critica sono contrastanti, c’è chi lo apprezza e chi lo aborra ma la Columbia riesce inaspettatamente a coprire le spese e perfino a guadagnarci.
I Vicini Di Casa terminerà la sua breve corsa al cinema e non sarà ricordato come un successo commerciale, bensì come un film strano dalla storia molto interessante il cui protagonista troverà la morte poco meno di tre mesi dopo la premiere.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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3 Responses

  1. vik ha detto:

    Non è un film facile perchè a dispetto di una comicità che scade facilmente nel grottesco e di pochi momenti veramente esilaranti, ha in realtà atmosfere tetre e costringe, a mio parere, a delle riflessioni più profonde di quanto ci si possa aspettare, questo soprattutto data la natura degli interpreti, mostri sacri della comicità.
    Nonostante mi abbia sempre lasciato con sentimenti ambivalenti, ha sempre esercitato su di me un fascino particolare che ne ha fatto, inaspettatamente, il mio film preferito di Belushi.
    Volendo essere brevi e mantenendosi all’essenziale, da ragazzi, insieme ai due miei, di allora (oltre 30 anni fà), migliori amici, ne abbiamo più volte parlato, colpiti da come mettesse in evidenza le piccole crepe di una vita solo apparentemente perfetta e di quanto ciò che potesse essere facilmente e con leggerezza giudicato come inappropriato, scorretto, scomodo, folle ed irriverente (i comportamenti e la filosofia di vita dei due nuovi vicini) avesse avuto invece il potere di dilatare quelle crepe fino a far esplodere tutta la noia, l’ipocrisia, il malcontento e la disperazione che quella stessa vita “perfetta” invece celava quiescenti.
    Un’esplosione liberatoria e catartica, più vera di quel che invece, per convenzione e conformismo, è generalmente accettato e considerato vero, giusto ed appropriato.
    Più di una volta ci siamo allora ripromessi che a noi non sarebbe successo, per poi invece diventare, tutto sommato, più o meno così (ognuno a modo suo).
    Quel che mi stupisce è il rendermi conto, a posteriori, di quanto e di quali sforzi abbia profuso per diventarlo ed di quanto allo stesso tempo questo processo sia stato inconsapevole, vissuto addirittura nella convinzione di mantenere una mia identità e di rimanere fedele a quei principi che mi sono stati tanto cari in gioventù.
    Per questo il film, per quanto travagliato nella sua produzione, è a mio parere geniale in quanto si risolve nel finale con una speranza, la speranza di avere le palle di cambiar tutto e a qualunque costo se lo si dovesse davvero volere.
    Quella speranza è la carota che ti fa andare avanti quando le cose si mettono male.
    Ma in fondo è solo una carota… no!?
    Quanti di noi, sotto sotto, cullano l’idea di mollar tutto e ritirarsi a condurre un improbabile baretto su una qualche ancor più improbabile spiaggia tropicale, finalmente liberi da tutto?
    E quanti lo faranno poi davvero?
    Per quello, credo, il film lasci un senso di disagio, ed è stato facilmente bollato dai più con un giudizio scarso.
    In fondo parla di realtà sgradevoli che non tutti sono disposti ad accettare, specialmente se si erano approcciati ad esso aspettandosi un film comico, leggero.
    Fine dello sproloquio 😉
    Grazie per la belle rece.

    • Simone Guidi ha detto:

      Sai una cosa Vik? Mi rendo conto che anch’io ho condiviso con te esattamente le stesse sensazioni: “da ragazzi, insieme ai due miei, di allora (oltre 30 anni fà), migliori amici, ne abbiamo più volte parlato”, anche per me è stato lo stesso! Questo film era argomento di conversazione tra noi che al tempo eravamo “soltanto” amici, e lo vedevamo dal nostro punto di vista “GIOVANE”, ovvero, il vecchio Belushi che incarna tutti i vecchi, tutti i padri, tutti i marescialli, il sistema, la borghesia che alla fine attende (quasi) tutti noi. Scherzavamo sul fatto che mai e poi mai ci saremmo ritrovati a vestire i panni di Earl Keese, «PIUTTOSO LA MORTE!» dicevamo. E godevamo anche noi quando finalmente Belushi rompeva a merda e cominciava a fare il BELUSHI, dando fuoco a tutto e andando allegramente nel culo alle convenzioni sociali.
      Tu dici giustamente: “Quel che mi stupisce è il rendermi conto, a posteriori, di quanto e di quali sforzi abbia profuso per diventarlo ed di quanto allo stesso tempo questo processo sia stato inconsapevole, vissuto addirittura nella convinzione di mantenere una mia identità e di rimanere fedele a quei principi che mi sono stati tanto cari in gioventù.” e qui io ti do un bel 10 e lode perché, sinceramente, almeno per me, se dovessi ritrovare per strada il me stesso di quando avevo 18 anni, mi vergognerei come un ladro e sono sicuro che lui mi sputerebbe in un occhio. Quante cazzate avevamo in testa a quel tempo lo sa solo DIO, ma non era solo “colpa” del fatto che eravamo giovani ed energetici, quanto che proprio il mondo aveva orizzonti più larghi, più ottimismo e speranza per tutti. In fondo ai nostri cuori VERAMENTE credevamo che da qualche parte, in qualche posto del mondo, potesse esistere la possibilità per un ubriacone completamente inconsapevole di diventare senatore degli Stati Uniti, per dire. I Vicini Di Casa, per quanto raffazzonato e traballante che sia, è un film che ho sempre portato nel cuore. È un film che va cercato e capito, va accettato per il casino che è e per il fatto che tutti paiono recitarci con il freno a mano tirato, e lo sai una cosa? Nella filmografia di Belushi pare quello in cui appare più lucido e posato, invece era tutto il contrario. Era stato fatto nel momento di massimo caos della sua vita personale. Mi fa piacere che apprezzi la rece, Vik. In fondo questo blogghino non è altro che un surrogato del divanetto di uno strizzacervelli ( almeno per me). Danke

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