Di quando mi accorsi che Man Vs Snake : The Long and Twisted Tale of Nibbler e Rocky Balboa erano lo stesso film

Mi sono deciso a guardare Man Vs Snake soltanto adesso, a più di due mesi da quell’evento di risonanza siderale che è stato “Quelli che i videogiochi“. La colpa è mia, lo so. Faccio ammenda, cari corridori, ma come alcuni di voi si saranno già accorti, I Cugini Del Terribile assorbono quantità sempre maggiori del mio tempo libero e inevitabilmente ne paga le conseguenze questo blog. Ma l’importante è arrivare (disse la tartaruga) e infatti eccomi qua. Ieri pomeriggio ho finalmente visionato questo film documentario che ruota attorno a un record, e dove i nemici non sono gli altri giocatori ma il risultato in sé. C’è una sana sfida, e c’è quel senso di competitività che spinge Tim McVey ad eccellere prima su se stesso e i suoi quarant’anni piuttosto che su Nibbler.
Ma… a proposito. Avete mai sentito parlare di Nibbler? No? Non siete gli unici. Comunque a questa cosa si può facilmente rimediare. Vai col trailer!


Sono due i problemi con i documentari che hanno per argomento un soggetto non mainstream: 1) avere senso per chi non ne sa un cazzo; 2) avere senso per chi sa già tutto.
In particolare, sotto questo “Man vs Snake : the long and twisted tale of Nibbler” si nasconde qualcosa che va ben oltre la meticolosa analisi tecnica per quelli che sanno già tutto, ovvero, quei pochi nostalgici o addetti ai lavori sopravvissuti ai pazzi anni ’80.
C’è di più.
C’è tutto quello che rende interessante una storia, raccontato con cognizione e senza eccessivo sensazionalismo a quelli che non ne sanno un cazzo. C’è il rispetto per la cronologia degli avvenimenti e la pretesa di un punto di vista obiettivo. C’è la citazione di tutti i personaggi coinvolti, da quelli marginali a quelli più importanti, e, soprattutto, non c’è niente che possa far pensare di stare assistendo a una prova minima sindacale di accuratezza, come invece accade in molte produzioni di questo genere.
Infine, forse più importante di tutto, c’è lui: IL FOMENTO. Il fomento ritrovato per un genere di competizione ormai estinta come i luoghi dove la si praticava. Sì, proprio quel fomento lì. Quello che fa pericolosamente assomigliare questo documentario a una versione pazza e senza steroidi di ROCKY VI.

Questo è il MIO record, buffone!

I precisoni potrebbero obiettare, lo so, ma faccio notare con pedante puntigliosità che questo è il mio blog personale e che qui ho sempre ragione io. Quindi, mutismo e rassegnazione cari corridori, e anzi, seguitemi nel mio ragionamento che si comincia.

Dicevo, Man vs Snake come Rocky Balboa, e infatti entrambi i film iniziano e ci mostrano lo stesso tipo di protagonista.

Mentre in Rocky Balboa l’eroe ha ormai appeso i guantoni al chiodo, conduce un’esistenza pacifica forsanche banale gestendo il suo ristorante, e racconta ai clienti le sue vicende pugilistiche dei bei tempi che furono, in Man Vs Snake abbiamo Tim McVey, un omone americano ormai sfatto nel fisico ma non nell’orgoglio che conduce una vita quantomai piatta, vive sempre nella stessa microscopica cittadina di periferia dove è nato, fa un lavoro banale nel quale si sente “ingabbiato” ( chi vedrà il film capirà che la metafora è più che calzante), ed ha come unico pinnacolo di vita quel lontano giorno del 1984 in cui superò il miliardo a Nibbler e il sindaco gli consegnò le chiavi della città istituendo il Tim McVey Day.
In entrambi i casi, quindi, un protagonista compresso, schiacciato da gloriosi ricordi ormai appannati come unico vero motivo d’orgoglio personale, e grazie ai quali riesce a sopportare di vivere una vita grigia che ha progressivamente meno senso di essere vissuta.

Come si suol dire: Entrambi i nostri eroi hanno un luminoso futuro alle spalle.

Congratulazioni Tim!

E quando hai finito chiudi a chiave le ramazze nello stanzino, Tim

Tim McVey ricorda quindi l’epoca d’oro dei videogames, quando le sale giochi erano il centro del mondo in tutto il blocco anti-sovietico, e se mettevi un record a uno di quei giochini lì poi diventavi più famoso di Gesù Cristo ( ma non dei Beatles, quello mai. Ci tengo a specificarlo). Adesso invece è merda a grappoli. Le sale giochi sono estinte, lui gioca alla PlayStation, e da quando ci sei tu tutto questo non c’è più (acqua azzurra, acqua chiara).

Dopo l’introduzione dei protagonisti, entrambi i film mettono in moto realmente la trama presentando IL PRETESTO©.
Se in Rocky l’ormai stantio orgoglio del protagonista viene finalmente smosso da una simulazione virtuale che lo vede vincitore contro l’attuale campione del mondo, in Man Vs Snake è uno dei nostri a fare da Deus Ex Machina: Enrico Zanetti.
Succede, infatti, che a distanza di 25 anni il record di Zanetti sia sulla buona strada per essere finalmente riconosciuto, il che significa che di colpo, così, da dietro (altro metaforone della vita), il buon Tim McVey rischi seriamente di cedere la corona che detiene da tutto quel tempo, perdendo quell’unico, solo, superpotere che aveva acquisito: l’essere campione del mondo di Nibbler.

Enrico mentre si ubriaca di cedrata Tassoni

Enrico mentre esibisce una rivistucola che ci piaceva tanto a tutti

Enrico Now che mena come un fabbro

Grazie a Enrico e al suo record, Tim ritrova di botto tutto il suo orgoglio così come Rocky lo ritrova grazie a un gioco su Playstation, e sembra seriamente intenzionato a ristabilire la gerarchia sfidando nuovamente Nibbler e il suo personale processo di invecchiamento. Sì, perché per battere il record di Enrico Zanetti occorre fare una maratona di 40 ore di gioco ininterrotto, e un conto è farla quando si ha 16 anni, un’altro è farla adesso che si ha quarant’anni sul groppone, tutto quell’adipe addosso, e le giunture che scricchiolano.
È qui che i due film letteralmente si sovrappongono.
Inizia il training montage per i protagonisti. Sia Rocky che Tim sono entrambi gravati dall’età e dagli acciacchi. Entrambi fuori tempo massimo. Entrambi che fanno quello che fanno non tanto per vincere un premio o una borsa, ma per se stessi. Per dimostrare, ancora una volta, di valere qualcosa, di essere in grado di fare la differenza rispetto a quel grigiore che li circonda e che si fa ogni giorno più opprimente. Entrambi, poi, in una disciplina ormai passata di moda che rivede i suoi fasti aurei solo attraverso un binocolo puntato sugli anni ’80.

Daje Tim! Fagliela vedere, diobè.

Quello che poi accade in Man Vs Snake diverge leggermente da quanto vediamo in ROCKY BALBOA. Se in quest’ultimo IL PRETESTO© (la simulazione virtuale) porta con sè anche l’antagonista (il campione del mondo Mason Dixon), in Man Vs Snake questo non accade. Pretesto e antagonista sono completamente slegati e autonomi tra di loro. Il primo resta saldamente Enrico Zanetti, il quale proitterà la sua ombra lunga sui due competitor per tutta la durata del film, stimolandoli a distanza a fare del loro meglio per batterlo, e il secondo, l’antagonista, come nel migliore dei tradizionali colpi di scena, è Dwayne Richard.

E chi cazzo è Dwayne Richard?

È L’antipatico e presuntuoso Dwayne Richard. Il pregiudicato Dwayne Richard. Il drogatone perché c’ha i dreadlocks Dwayne Richard. Antico rivale di Tim dai tempi delle sale giochi, anche lui venuto a conoscenza dell’imminente riconoscimento del record di Zanetti e bisognoso di ritrovare un po’ di conferme.
Sia Tim che Dwayne, suonati quarantenni, sono disposti a sottoporsi ad una estenuante e fisicamente dannosa maratona di gioco al fine di dimostrare a un mondo ormai andato oltre, e generalmente disinteressato, una qualche tipo di supremazia personale.

Cheers

Anche se nel sesto capitolo di Rocky non c’è, la moglie di Tim McVey assolve al ruolo di Adriana, cioè colei che incondizionatamente sostiene il suo uomo mentre cerca di migliorare se stesso tramite una caparbia dedizione, e questo miglioramento prevede sia la conquista della forma fisica sia la maturazione umana. Dato che la materia prima su cui lavorare per la forma fisica manca irrimediabilmente, la moglie di McVey può solo concentrasi sulla cura del lato umano del suo corpulento marito, e il suo dovere lo espleta egregiamente.

Dopo tutti questi passaggi ci si avvia finalmente al confronto finale, o presunto tale, e anche in questo caso le stesse cose vengono affrontate con diverse filosofie. Mentre in Man Vs Snake la sfida al MAGfest viene mostrata con moderato entusiasmo, ROCKY ne fa un’occasione di chiassoso spettacolo con il grande ingresso di Mason Dixon e ciò che ne consegue. Entrambi i momenti devono creare tensione ma è evidente che ROCKY, vista la diversa entità della disciplina, riesce a crearla meglio di quanto non faccia Man Vs Snake che, per sua stessa natura, punta sul luogo, l’atmosfera, e gli sguardi dei giocatori.

MagFest: Fighe a cui piace il pitone

A questo punto i due film si discostano. ROCKY BALBOA procede dritto dritto al finale. L’incontro finisce e viene decretato il vincitore che, ovviamente, non può essere Rocky per sopraggiunti limiti di età, mentre Man Vs Snake prende un’altra via, più tortuosa e fors’anche più intrigante, per poi giungere alla conclusione. Durante questa deviazione Tim McVey cerca inutilmente di battere il record più volte fallendone altrettante, vivendo alterne fasi di frustazione, sgomento, dubbio, e Man Vs Snake diventa l’essenza stessa della saga di Rocky, praticando, secondo manuale, tutte le rituali cadute a tappeto, le rialzate, gli attacchi a testa bassa, le tonnellate di mazzate sul grugno, e nuovamente le cadute che Sylvester Stallone ci ha abituato a vedere in tutti questi anni, in tutti quei film, e che si posso facilmente riassumere in questo memorabile discorso qui sotto.

 

Il finale, come anticipato prima, è il medesimo per tutti e due, Man Vs Snake e Rocky Balboa. I due protagonisti, alla fine, sia vincendo l’uno che perdendo l’altro, non hanno vinto niente se non l’unica battaglia che contava, quella con se stessi per cambiare la propria vita. Non era perdere ai punti a importare, né la cima dello scoreboard di Twin Galaxies ad essere vitale, ma la resa dei conti personale per trovare la forza di cambiare nonostante l’età, nonostante i tempi siano radicalmente cambiati, nonostante che alla fine importi solo a pochi o a nessuno.

E come da tradizione ci attende un lieto fine, con Tim McVey rinfrancato dalla sua impresa che trova il coraggio di cambiare lavoro e affrontare la vita a testa alta. Il cattivo Dwayne Richard che si taglia i Dreadlocks e si prodiga in opere caritatevoli. Il gestore di Twin Galaxies, Walter Day, che ascende direttamente al piano esistenziale di santone indiano. Enrico Zanetti che festeggia il meritato riconoscimento del suo record menando uno che passava di lì per caso (scherzo, Enrico. Lo sai che ti voglio bene). E lo spettatore è contento. IO SONO CONTENTO, tanto contento, perchè questo film, nella versione DVD autografata che ho, oltre ad essere ben fatto è finemente rifinito con eccellenti musiche, intermezzi cartoon divertentissimi, menù retro pixellosi da sbavo. Questa, in fondo, è la magia del cinema, ed è giusto che sia così.

Grande Enrico. Siamo tutti con te! Tu guarda il casino che hai combinato…

 

Una piccola chicca per completisti. Vi ricordate il gestore della sala giochi nel film Ralph Spaccatutto? Il Signor Stan Litwak? Sapete a chi si sono ispirati quelli della Disney quando l’hanno creato? Ma a Walter Day, obiously! Così come la sua sala giochi, la LITWAK’S ARCADE, è chiaramente ispirata a Twin Galaxies.

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