Venti minuti nel futuro: la fulminante parabola di Max Headroom

Se negli anni ’80 non eravate vivi; Ok. Ci sta. È un problema vostro.
Se negli anni ’80 non eravate neanche abbastanza vecchi per ricordare cosa vi stava accadendo intorno; Ok. Bene. Forse è meglio così.
Negli anni ’80, comunque siano andate le cose per voi, c’era Max Headroom, e il punto non è se ve lo ricordiate o no, il punto è che impersonava e allo stesso tempo TRASCENDEVA il decennio in cui era stato creato.
Quando poi si ricavò il suo spazio fisso in TV, Max Headroom diventò una sorta di celebrità strisciante, un personaggio che faceva figo citare e mostrare, ma creava imbarazzo spiegare e giustificare. Il suo mezzobusto comparve sulle copertine delle riviste, fece da testimonial per la Coca-cola, innescò discussioni da un continente all’altro. Ma al di là del folklore, della sua pseudo-CGI posticcia, c’è un aspetto di lui forse meno ricordato ma altrettanto interessante: raccontava di un mondo futuro in cui il ruolo dei media sarebbe diventato preoccupante e, col senno di poi, tremendamente attuale.
Vai Max! Facci ballare!

Quelli che hanno anche solo intravisto Max Headroom negli anni ’80 non dovrebbero avere alcun problema a ricordarselo, non necessariamente per la serie televisiva a lui ispirata che la ABC produsse in quegli anni, quanto per la sua stringente attinenza con il neanche tanto nostrano ZED il robot.  Quel signore truccato da Ken che impazzava nel salotto della Raffa nazionale facendo un po’ il breakdancer e un po’ il coglione.

 

Ma a coloro che sono troppo giovani per aver visto Max Headroom ai tempi, come lo si può descrivere? Grazie per la domanda, lettore attento. Provo a spiegartelo io: immaginate uno sfondo grafico animato da un Amiga che ruota cambiando colore, poi, di fronte a quello sfondo metteteci un mezzo busto parlante. Fatto? Bene. No braccia, no gambe, solo un busto con una testa che sembra quella di un manichino dell’OVS, ma che riesce a esprimere espressioni come se fosse umana. Fatto? Cominciate a farvi un’idea? Adesso aggiungete la balbuzie sia vocale che visiva. Fatto? Bravi! Quello è Max Headroom!

Bravi. Eccoli lí

Primi mesi del 1984 – In un Pub di Londra
George Stone, Annabel Jankel e Rocky Morton (quest’ultimo impegnato in un torneo di freccette) discutono dello show business televisivo e, in particolare, di questa nuova emittente americana, MTV, che trasmette ininterrottamente video musicali dalla mattina alla sera riscuotendo un clamoroso successo oltre oceano. Tra una birretta e una freccetta, e una freccetta e una birretta, il discorso si sposta sui vee-jay, i video jockey: questa nuova figura dell’intrattenimento nata proprio con MTV, e consistente in un artista-performer che lancia o mixa dei video musicali proprio come i dee-jay fanno coi dischi.

«Questi cazzo di yankee, ne inventano sempre una nuova. Mio cugino è tornato da New York e mi ha detto che sono tutti pazzi per MTV! » dice Morton lanciando una freccetta e cogliendo un gagliardetto appeso accanto al bersaglio.
«Si, l’ho sentito dire anch’io. Sarà una rivoluzione quando sbarcherà in Europa. Ci pensi? Avremo le strade di Londra infestate da orde di ragazzini che aspirano a diventare vee-jay. Adesso va forte questa cosa qui» sostiene George Stone.
Morton recupera la freccetta e si rimette in posizione in cima alla pedana: «Che poi cosa ci vorrà mai a presentare due video in croce? Chiunque sarebbe capace. Due frasi introduttive, la battuta, e via andare, ecco fatto. Bah, dove andremo a finire? Sempre il solito schema. Sembra di giocare a un videogioco.»
«Scusate, ragazzi, ma non sarebbe possibile realizzare un presentatore con il computer? Voglio dire; di questi tempi riescono a fare di tutto col computer!» esclama Annabel Jankel di ritorno con la sua birra.
Morton e Stone si guardano e scoppiano a ridere. «Ma dai, Annabel! Col computer?! Ma cosa credi? L’hai visto l’ultimo video dei Dire Straits? Ecco. Quello oggi è lo stato dell’arte. Ti sembra sufficiente? Sei proprio una donna…» e continuano a sghignazzare.

 

Annabel non raccoglie la provocazione ma, anzi, rilancia: « Allora potremmo far finta che sia generato da un computer. Prendiamo un attore in carne e ossa e gli mettiamo addosso uno stampo lucido in fibra di vetro abbinato a un bel paio di Ray-Ban. Mostriamo solo la sua faccia con un pesante trucco prostetico, e sullo sfondo facciamo muovere un disegno che sembri fatto da un computer. Se vogliamo possiamo anche incasinargli il modo di parlare usando un campionatore! »

Morton e Stone, immediatamente dopo

1985 – L’anno successivo
Su Channel 4, emittente inglese fresca aperta da appena due anni, arriva il film TV “Max Headroom: 20 minutes into the future”, dove Max, un’entità generata dal computer, è interpretato dall’attore canadese Matt Frewer opportunamente truccato, e nel quale vengono raccontate le origini del personaggio tramite una storia cyberpunk in cui in un prossimo futuro distopico dominato dalla televisione e dalle grandi aziende, Max Headroom viene creato dalla mente in coma del giornalista Edison Carter.

Il suo nome, Max Headroom, deriva dall’ultima cosa che Carter vede durante l’incidente che lo spedisce in coma, ovvero, la sbarra di un parcheggio interrato sulla quale c’è indicata l’altezza massima del parcheggio stesso e contro la quale sbatte violentemente la testa: MAX. HEADROOM: 2.3 M.

 

Dopo quel film, il fenomeno Max Headroom esplode.
Channel 4 ne intuisce le enormi potenzialità e, nello stesso anno, lo usa come ariete per contrastare la crescente minaccia di MTV e del suo prossimo sbarco in Europa. Gli dedica una trasmissione musicale tutta sua, il “Max Headroom Show”, dove il nostro è il vee-jay presentatore che introduce videoclip e intervista le star musicali e cinematografiche più in voga del momento.

Max Headroom intervista Sting!
 

In un batter d’occhio Max è un fenomeno di massa. Chiunque sotto i 25 anni impazzisce per lui, chiunque sopra i 25 anni semplicemente non lo capisce, e in molti intuiscono che quel mezzo busto caustico e rincheccante può far guadagnare un sacco di soldi. Il suo merchandising inonda il mercato e vende tantissimo. Due libri, trading cards, orologi, magliette, skate boards, un disco con gli Art Of Noise, un videogioco e una legione di altri prodotti legati al suo nome sono disponibili sugli scaffali dei negozi. Max è ovunque, e ogni singolo articolo venduto fa guadagnare ai suoi creatori una percentuale. Fino a che, dato che Coca-Cola sta nelle peste per via di quel passo falso che è la “New Coke”, qualcuno decide che a rilanciare la Coca-Cola nella sua formula più classica debba essere proprio lui: Max Headroom, e diretto da Ridley Scott, per giunta.

 

L’onda si fa sempre più grossa e diventa quella della tempesta del cinquantennio. Anche la ABC americana prova a cavalcarla e nel 1987 dedica a Max una serie televisiva tutta sua che si riallaccia direttamente al film TV del 1985, come se quest’ultimo fosse idealmente il primo episodio pilota. Max passa sulla grande emittente mainstream USA per ben due anni, diventando, per chi non lo avesse ancora capito, un’icona imprescindibile degli anni ’80.

Il cast

 

Niente sembra poter scalfire l’inarrestabile ascesa del fenomenale Max Headroom. È un personaggio moderno, fico, alla moda. Il 1987 lo incorona reggente della pop-culture americana dedicandogli una copertina su Newsweek. Più in alto di così non può andare.


E infatti, così velocemente come è arrivato in vetta, altrettanto velocemente Max Headroom precipita nel baratro per poi scomparire.
All’inizio dell’anno successivo, il 1988, con la fine della seconda stagione il consiglio di amministrazione della ABC interrompe la serie a lui dedicata. La decisione è controversa ma estremamente efficace. Le motivazioni sono poco chiare e non completamente giustificate.
Per la dirigenza ABC, Max Headroom è ritenuto già sorpassato; «i giovani hanno bisogno di altro» dicono. La decisione si ripercuote immediatamente a livello commerciale e di colpo, magicamente, nessuno crede più in lui. È l’equivalente di staccargli la spina. La pop-culture dell’epoca è sotto shock.

 

THE MAX HEADROOM SIGNAL INTRUSION
Un mese dopo la cancellazione della serie, nel novembre del 1987, gli spettatori televisivi di Chicago vengono colpiti da un’intrusione nel broadcast televisivo locale. Un attacco hacking in pieno stile che permette a dei pirati televisivi di irrompere sulle frequenze di due emittenti in due momenti diversi ( la prima volta si scopre essere una specie di prova per testare la vulnerabilità della rete) e lanciare il loro messaggio celebrante caos e disordine.
Il filmato che viene trasmesso, interpretato da una persona con indosso una maschera di Max Headroom, passa proprio durante un episodio di Doctor Who, ed è un delirio dove trovano posto insulti a commentatori sportivi, slogan pubblicitari, e la sigla di Clutch Cargo.
Il tutto accade dopo le 23, e vista l’ora tarda passa un bel po’ di tempo prima che qualcuno se ne accorga e possa intervenire, per cui l’anonymous Headroom ha anche il tempo di calarsi le braghe e farsi sculacciare.
È il 1987, e niente di simile si è mai visto prima. È un hacking unico nel suo genere. I fan di Doctor Who nella zona di Chicago vivono una notte unica e decisamente spiazzante.
I colpevoli non sono mai stati trovati.

 

Ma se Max Headroom è il top e in un lampo non c’è più, sono ancora in molti che se ne ricordano, traendone ispirazione e omaggiandolo in mille modi, come accade l’anno successivo nel film: Ritorno Al Futuro Parte II.

Max Headroom è morto. Viva Max Headroom!
Per quasi vent’anni se ne perde memoria e tracce, finché accade l’imprevedibile nel 2007.  Channel 4, la sua emittente originaria, deve effettuare lo switch over da analogico a digitale, e per avvisare il suo pubblico ripensa proprio a lui: il buon vecchio Max Headroom, il perfetto portavoce per un annuncio di portata così epocale. L’idea è di riproporlo con un aspetto da vecchietto rincartapecorito dedito a rimpiangere acidamente i bei tempi andati dell’analogico. Una specie di Ciccio Bastardo in versione tecnologica a cui il digitale sta troppo sulle palle.

 

Questo è veramente tutto. Non c’è altro da dire su Max Headroom. È partito portandoci per 20 minuti nel futuro e poi, alla fine, eccoci qua. Nel futuro ci stiamo vivendo.

IL VIDEOGIOCO
Creato dagli sviluppatori di Binary Design e rilasciato da Quicksilva, il videogioco ufficilae di Max Headroom era una licenza basata sul suo film dell’85, “20 minutes into the future”, e in quanto tale partiva sotto i peggiori auspici come qualsiasi titolo su licenza che veniva prodotto in quegli anni. Non ha aiutato neanche il fatto che venisse sviluppato in pochi mesi e convertito in altrettante poche settimane sulle piattaforme Commodore 64, ZX Spectrum ed Amstrad.  Insomma, i segnali non erano buoni. E infatti ne uscì un gioco abbastanza modesto e molto noioso, disseminato di puzzle games ripetitivi e con un fattore di risalita molto basso.
Il gioco segue la trama dal film, e il giocatore comanda il reporter Edison Carter nel tentativo di liberare Max imprigionato all’esimo piano di un edificio. Niente di memorabile, comunque.

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