Il rispetto per gli anziani: ricorda Mazinga Z mentre aspetti Mazinga Z Infinity

L’avrò scritto mille volte: Se vi intrattenete sulle pagine di questo blog, nella maggior parte dei casi è perché leggete roba di quando eravate bambini. È indubbiamente così. Non ci piove. Io e voi, cari corridori, siamo cresciuti in un periodo in cui la nostra merenda a base di pane e nutella – il pasto più importante della giornata – era accompagnata da una scarica di cartoni animati giapponesi tra i più belli mai creati da mente umana. Goldrake, Il Grande Mazinga, Daitarn 3, Gundam, Jeeg Robot d’Acciaio, Mazinga Z, Supercar Gattiger e basta, che se no mi metto a piangere. Poi, grazie alla inesauribile fame di soldi della Toei Animation, il 31 Ottobre andremo al cinema a vedere un film di Mazinga Z tutto nuovo, che sembra uscito proprio da uno di quei pomeriggi passati in salotto davanti al televisore. Robottoni contro mostri. Figatona! E a noi scende la lacrimuccia facile, chiaro. Ma quello che ci chiediamo è: e i bambini di oggi? Coloro che sono cresciuti senza la guida spirituale della Toei Animation, cosa se ne fanno di un film del genere? Probabilmente niente. E allora, visto che noi siamo gli unici a cui interessa, mi rinfresco la memoria con una veloce retrospettiva.

È difficile pensare a un mondo senza robottoni, soprattutto adesso che il franchising dei Transformer è arrivato al quinto film e Pacific Rim tornerà con un sequel che già dal trailer si presenta come una poverata tremenda. Per i giovani di adesso i robot sono quelli. Per i giovani italiani cresciuti negli anni ’80 e ’90, anche no.
Per quella generazione lì, i robottoni veri sono Goldrake, Il Grande Mazinga, Jeeg Robot d’Acciaio, Mazinga Z, e più tardi, forse troppo più tardi, Gundam, Robotech ed Evangelion. Certo, gli ultimi tre che ho citato sono già classificabili nel filone più puramente Mecha, ma il punto resta sempre lo stesso. Com’è possibile immaginarsi un mondo senza il contributo dei robottoni? No. È inconcepibile. Non potete, non dovete, non si fa.

La poverata
In verità, però, i robottoni erano già in giro da un bel po’ di tempo prima che il pubblico italiano li scoprisse e apprezzasse negli anni ’80. In Giappone vissero il loro periodo splendente durante gli anni ’70, una decade prima, e quello che potremmo definire come il capostipide di un certo stile è sicuramente Mazinga Z.
Già, Mazinga Z. Quello che fu il primo di tutti, qui da noi arriva in coda dopo gli altri, e proprio per questo motivo, paragonato alla maggior cura del dettaglio dei suoi successori (ma predecessori in Italia), sembra una poverata.  Quello che in pochi sanno è che in Nippolandia Mazinga Z partì come un manga dalla pubblicazione abbastanza confusa. Partorito dalla fervida mente di Go Nagai, il fumetto debutta nel 1972 in un mercato i cui lettori sono già stati abbagliati, nel decennio precedente, da robot come Gigantor (Tetsujin 28) e Astro Boy.

Gigantor (T28)

Astro Boy

Ma sia Gigantor che Astro Boy, pur riscuotendo un notevole successo, non riescono a colpire esattamente nel segno come fa Mazinga Z. Gigantor è un robottone radiocomandato da un ragazzino, mentre Astro Boy è una versione robotica di Pinocchio con il protagonista che vorrebbe tanto diventare un bambino vero. Mazinga Z, no. Mazinga Z piazza il protagonista adolescente all’interno della cabina di pilotaggio di un robot gigante, e glielo fa guidare come fosse un’automobile equipaggiata di optional altamente distruttivi.
Il concetto è diretto e vincente, così la serie animata della Toei arriva a pochi mesi dalla pubblicazione del manga, nel dicembre 1972, e diventata un grande successo nazionale, sia in termini di rating che di merchandising. Da lì comincia la rivoluzione dei robottoni.

La serie manga segue le avventure di Koji Kabuto, un sedicenne motociclista testa calda che si ritrova, a soli 16 anni, alla guida del robottone omonimo della serie.
Mazinga Z è infatti progettato da suo nonno, Juzo Kabuto, e forgiato usando la Super Lega Z (il cui ingrediente segreto che la rende indistruttibile si può trovare solo in Giappone, alla base del Monte Fuji, e si chiama, guarda caso, JAPANIUM). La storia in generale ruota intorno a Koji che combatte i mostri meccanici del giorno inviati dal Dr. Inferno, e il Dr. Inferno, che è il cattivo della serie, è uno scienziato nazista che ha trovato un’armata di questi antichi robot sottorrata sull’isola di Bardos, in Grecia, costruiti da una civiltà antichissima e misteriosamente scomparsa che rispondeva al nome di Micenea. Fin qui tutto bene, no? Troppa roba? No, dai. Potete gestirla.

L’ingrediente segreto della Super Lega Z

Come ho detto qualche riga più su, lo stile dei disegni è più spartano e cartoonesco rispetto all’anime de Il Grande Mazinga (suo diretto sequel) e di Goldrake (per certi versi suo spin-off); ma diventa decisamente elementare se paragonato a opere tipo Gundam o Macross/Robotech. Del resto l’età c’è tutta e sarebbe come far competere un 286 con un Pentium. La cosa figa, se non fighissima, è il fatto che Koji piloti il Mazinga Z dalla cabina del suo “Aliante Slittante”, un piccolo hovercraft che piega le ali per incastrarsi perfettamente nella testa del robot. A tal proposito lancio un contributo video:

 

E mentre lo spettacolo fa un grande passo in avanti sul fronte della parità fra i generi con una notevole presenza di robot femminili nei principali ruoli di supporto, ne fa qualcuno indietro quando, proprio a questi robot femminili, fa sparare i missili a forma di tetta. Non so voi, ma io da piccolo li chiamavo: i missili “pupporonici”. LOL

C’è da dire che il buon Go Nagai ha sempre sostenuto di aver preso la sua idea dei robot pilotabili guardando la gente imbottigliata negli ingorghi stradali, e immaginando di poter costruire un’automobile capace di tirar fuori braccia e gambe e andarsene via dalla colonna per i fatti suoi. Decisamente una bella immagine, non credete? Camminarsene via con la propria vettura e magari passeggiare sopra ai veicoli dei conducenti che non ci stanno simpatici. Aaah, che meraviglia. Qui a Lucca sarebbe un infinto campo di battaglia, per dire.
La cosa chiara è che fin dall’origine Nagai ha concepito i suoi robot come strumenti per potenziare il pilota e permettergli di fare qualcosa, qualsiasi cosa, che era incapace di fare prima. I robot di Nagai non sono armi nel senso stretto del termine, non sono strumenti da usare all’occorrenza per poi essere abbandonati una volta terminata la necessità, sono protesi del pilota, estensioni del suo corpo, sono essi stessi il pilota. Se vengono colpiti, lo è anche il pilota. Se vengono distrutti, non sono sostituibili tanto facilmente e il pilota si adatterà a un nuovo robot con grande difficoltà.

Negli ultimi 45 anni, le opere di Go Nagai si sono moltiplicate. Mazinger Z è stato il punto di partenza dal quale sono poi scaturiti Il Grande Mazinga, Atlas Ufo Robot, Getter Robot, e molto altro dello stesso autore. Più tardi, altre serie come Mobile Suit Gundam e Neon Genesis Evangelion avrebbero seguito il solco, perfezionando la formula e rendendo i robot giganti molto più realistici con l’introduzione di ovvie limitazioni come il numero delle munizioni a disposizione e la necessità di riparazioni dopo una battaglia particolarmente difficile.

Al contrario, il realismo non è mai stato in cima all’elenco delle priorità di Nagai.
Ha cercato di rendere i suoi personaggi più sovrumani possibile, e ha sempre evitato di scrivere archi narrativi lunghi, preferendo risolvere le storie nell’economia di un solo episodio. Forse è proprio questo il segreto del suo successo. Pertanto, a mio parere, tutto questo dimostra solo che Mazinger Z merita di essere riconosciuto come il nonno del genere dei Super Robot.

La Crisi d’identità di Koji Kabuto in Italia

Nonostante il grandissimo successo nell’allegra penisola italica, in pochi sanno che i cartoni animati di Mazinga Z, Il Grande Mazinga, e Goldrake, fanno parte di una trilogia che condivide lo stesso universo e gli stessi personaggi. A confondere le idee dei giovani spettatori contribuì molto l’indolenza dei doppiatori e, soprattutto, l’ordine di trasmissione dei prodotti i quali arrivarono sugli schermi televisivi esattamente nell’ordine inverso rispetto a quello di produzione. Quindi, i ragazzini videro per prima la serie dedicata a Goldrake (qui rinominata Atlas Ufo Robot) e per ultima quella di Mazinga Z.
In mezzo a questo marasma di trasmissioni televisive, l’identità di Koji Kabuto è andata smarrita, annichilendo l’unico personaggio comune a tutte e tre le serie. In Italia, infatti, la serie Atlas UFO Robot (Goldrake) arrivò importata dalla Francia e il doppiaggio francese aveva cambiato il nome di Koji in un più stellare Alcor. Successivamente Koji Kabuto ricomparve col suo vero nome negli ultimi episodi de Il Grande Mazinga, e infine col nome di Ryo Kabuto nel primo doppiaggio della serie di Mazinga Z, il capitolo iniziale della saga trasmesso per ultimo in Italia. Il nome venne cambiato dai dialoghisti per motivi mai chiariti.

 

MAZINGER Z INFINITY

Il film verrà presentato il 28 ottobre alla festa del cinema di Roma 2017, e sarà nei cinema italiani dal 31.
Mazinga Z Infinity, diretto da Junji Shimizu e prodotto dalla solita Toei Animation, sarà un’anteprima tutta italiana, tipo come avvenne per la sciagurata serie di Lupin III con la giacca blu che tanto mi fece avvilire due anni fa. In Giappone lo vedranno solo da gennaio 2018.
La trama:
Dieci anni dopo la fine dalle avventure di Mazinga Z, quando nella durissima battaglia contro i mostri scatenati dal Dottor Inferno il robot aveva subito gravissimi danni e a salvarlo era intervenuto Il Grande Mazinga introducendosi per la nuova serie, Koji Kabuto è ancora a studiare in America e sotto il monte Fuji vengono rilevati strani segni di vita.

La pellicola cade in un momento di grandi celebrazioni per la creatura ideata da Go Nagai perché quest’anno è il 45esimo anniversario dalla sua prima avventura manga.

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