Quando eravamo Re: Storia di un’ordinaria rissa nella giungla

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Se potessi rinascere vorrei essere lui, vorrei avere il suo carattere determinato e la sua tempra d’acciaio. Se con una DeLorean potessi tornare indietro di 40 anni vorrei incontrarlo, riuscire a parlargli senza che il Parkinson si frapponga tra noi. Gli esprimerei tutta la mia ammirazione anche se so già che lo annoierei. Se potessi, se solo potessi. E invece non posso e non mi resta altro che venerarlo da lontano e prenderlo ad esempio. È uno degli eroi che popolano il mio olimpo e la mia videoteca personale. Mi ha ispirato così tanto nella vita che alla fine l’ho infilato anche in un racconto. Con quel racconto poi mi sono guadagnato anche una menzione speciale per l’originalità al trofeo RILL 2003. 
Quando gli uomini erano ancora uomini ne esisteva uno che lo era più di tutti. Aveva la pelle nera e la lingua tagliente come un rasoio. Signore e signori mi accingo ad introdurvi Mr. Muhammad Alì.

WARNINGIl film che vado a presentarvi non è assolutamente quello con Will Smith gonfio di steroidi tipo tacchino di Natale. Quindi non è neanche un americanata dove alla fine il protagonista si redime e bacia la bandiera.

Questo è un documentario serio, indi per cui è pure sottotitolato e di conseguenza ostico ad un buon 80% del pubblico italiano. Nel nostro paese qualsiasi cosa provenga dall’estero viene accuratamente tradotta e addirittura siamo maestri in questa che ormai è diventata l’arte del doppiaggio. Per carità, niente di male, anzi, sono il primo ad usufruire di questo privilegio che altre popolazioni non hanno sviluppato altrettanto bene, però mi rendo anche conto che è una grossa comodità, e troppa comodità talvolta può diventare pigrizia.
Proprio a causa di questa pigrizia, questa pellicola ha avuto vita breve nei nostri cinema, nonostante abbia collezionato in bacheca numerosi premi e riconoscimenti, primo fra tutti il premio oscar quale miglior documentario nel 1996 e la vittoria al Sundance Festival dello stesso anno.
Il regista Leon Gast ha recuperato materiali di repertorio girati da lui stesso più di 40 anni fa e li ha splendidamente rimontati ricavandone un lungometraggio di 80 minuti che racconta il famoso incontro di boxe per antonomasia, quello tra Cassius Clay/Mohammad Ali e George Foreman ( quest’ultimo allora detentore del titolo di campione dei pesi massimi ) che si tenne a Kinshasa, Zaire, nel 1974.
Ma oltre a dare un resoconto dettagliato degli eventi questo film ha un altro grande merito, e cioè quello di mettere in risalto la storia di un grande uomo (anche pugile) che ha cambiato lo stile della comunicazione, trasformandosi da campione dello sport a icona dell’orgoglio nero e del mondo africano. Un mito di cui fanno parte, oltre la sua straordinaria abilità tecnica, un istrionismo verbale che ha fatto sí che dopo di lui la boxe non sia stata più la stessa.

“Get up and fight! Get up!” Alì invitava con cortesia Liston a rialzarsi dopo avergli assestato il famigerato “Pugno fantasma”

Oltre ad essere stato pugile, Muhammad Alì fu di fatto un politico, un leader da seguire, un autentico paladino di tutti i cittadini del terzo mondo. Alì era un uomo che accettò la galera all’età di 22 anni rinunciando al titolo mondiale che aveva già fatto suo, e dicendo «Nessun Vietcong mi ha mai chiamato sporco negro» si rifiutava di andare a combattere entrando orgoglioso in prigione. Alcune sue scelte di vita, se pur discutibili come i suoi controversi rapporti con Malcom X e la sua adesione all’organizzazione denominata Nazione dell’Islam che comportarono il cambio di nome da Cassius Clay a Muhammad Alì, contribuirono a svegliare dal torpore i neri americani, a ridare loro dignità.

Alì contro i Beatles

La sua lingua era al fulmicotone e colpiva più profondamente dei suoi pugni. Alcune battute sui suoi sfidanti sono delle autentiche perle di ironia e fine umorismo miste a spacconaggine pura: «venite a vedermi stasera perché assisterete al lancio di un satellite umano: Sonny Liston», oppure, «Foreman è troppo brutto per essere campione del mondo. Io sono infinitamente più leggiadro e carino» sono solo due delle migliaia di esternazioni che Alì ha fatto durante la sua carriera.
Quando arrivò in Zaire per combattere il mondiale contro Foreman divenne subito l’idolo di milioni di africani che videro in questo gigante coraggioso e logorroico il più agguerrito difensore della loro causa. Contrariamente, Foreman era un nero perfettamente integrato nei meccanismi dello star-system sportivo e della società dominante bianca.  Vestito alla moda, taciturno, scese dall’aereo all’aeroporto di Kinshasa accompagnato dal suo pastore tedesco. Non sapeva che i pastori tedeschi erano stati usati dai dominatori Belgi (lo Zaire, adesso Repubblica democratica del Congo, era una colonia belga) come cani poliziotto. Gli africani lo odiarono da subito.

Al minuto 4:40 c’è l’essenza di Alì
Ciò che colpisce e commuove infatti non è tanto l’impresa di questo mostro sacro del pugilato quanto, piuttosto, gli sguardi e i sorrisi dei tanti uomini e bambini africani felici per la presenza nella loro terra di un nero che ebbe la forza morale di indicare loro la strada verso la liberazione. In questo film ci sono tutti coloro che ebbero anche un ben che minimo ruolo in quel momento storico. C’è Mobutu, dittatore sanguinario dello Zaire che, allettato dalla proposta di Don King, mise in palio una borsa di dieci milioni di dollari per «rimettere lo Zaire sulla carta geografica» ed effettuò una furba operazione d’immagine. C’è lo stesso Don King, giovane sfruttatore di fenomeni (quindici anni dopo diventerà anche il manager di Tyson) che organizza il tutto con il suo viscido stile. C’è uno dei più grandi concerti di musica nera mai organizzato al quale parteciparono alcuni tra i più importanti musicisti di quegli anni fra cui James Brown, Miriam Makeba e B.B. King. Lo stesso titolo “Quando eravamo re” è quello di una canzone che viene cantata da Brian McKnight a Diana King. Ma il vero protagonista era uno solo: il grande Muhammad Alì. “Il più grande Ego d’America”, che ergendosi a campione del popolo africano annientò con l’intelligenza la forza di un gigantesco nero americano come Foreman.
Sempre con stile e sempre con decisione, fino in fondo, da uomo libero.

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Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.