Psycho: L’arte di terrorizzare una generazione con il film e farne ridere un’altra con il prequel

Chiamato?

Con il grosso budget, il cinema americano abbonda di mezzi ed effetti speciali. Questi ultimi, mai come ora, sono pesantemente presenti in ogni tipologia di film; dal fantascientifico (dove sono indispensabili ) fino ad arrivare al comico più Sandleroso.
Questa è la tendenza; questo e il modo di fare cinema a Hollywood ai giorni nostri.
Bene. Ne prendiamo atto e dedichiamo un minuto di silenzio in memoria del cinema d’autore. Quel cinema dove non contava la velocità dei coprocessori matematici ma le idee vere.
Tu regista avevi un’idea e ci costruivi un film intorno, cucendo i ruoli sui protagonisti. Ti poteva venire più o meno bene, forse anche indecente, ma era onesto. C’era pure la possibilità che fosse perfetto. Perfetto come lo fu Psycho, appunto, del mai abbastanza compianto maestro Alfred Hitchcock, che intorno al concetto di schizofrenia costruì un classico del cinema. Dopo di lui sono venuti tutti gli altri e le docce non sono state più le stesse. Come dimenticarsi di quella tendina strappata che terrorizzò un’intera generazione all’inizio degli anni sessanta? E la faccia ambigua di Anthony Perkins che conobbe il suo momento di massima popolarità prima di retrocedere lentamente al ruolo di posacenere negli studios della Paramount?
Adesso capite perché vi rinfresco un po’ la memoria con Psycho? Lo capite o no? Zin,zin,zin,zin,ziiin,ziiin,ziiinnnn

Nel 1960, da un romanzo di Robert Bloch, il regista Alfred Hitchcock diresse PSYCHO, il suo più grande successo al botteghino.
A quei tempi, con un pubblico molto più “innocente” rispetto ai giorni nostri, Hitchcock giocò perfettamente le sue carte shockandolo in un’epoca in cui un film come “Il silenzio degli innocenti” non sarebbe mai stato proiettato nelle sale, o forse lo sarebbe stato ma vietato ai minori di 80 anni non accompagnati dai genitori.
Psycho, dicevo, fu un successo, e col tempo si consolidò come film di culto. Non soltanto per la sequenza della doccia (i 45 secondi che la fecero fare addosso al mondo), ma anche per il modo in cui venne utilizzato il montaggio e la telecamera.

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Cercare sul manuale sotto la voce: “Spavento”

Ebbe 3 nomination agli Oscar 1960: regia, fotografia, scenografie. E questo è bene. Come controparte bisogna purtroppo ammettere che ebbe, nel tempo, 4 sequel tutti omonimi all’originale e alieni a Hitchcock, di qualità esponenzialmente scadente, e con tanto di un Anthony Perkins regista a dirigere il terzo episodio.
Fu infine rifatto (remake! O yeah), in molti punti fedelissimo all’originale fino a rasentare la clonazione, da Gus Van Sant nel 1998.
Quest’ ultima riedizione è forse, a mio avviso, l’unica pellicola decente e godibile che meriti di portare la parola “Psycho” nei titoli di testa. Gus Van Sant ha voluto ripercorrere fedelmente la via tracciata dal maestro discostandosene raramente, e ne è venuto fuori un film ambientato ai giorni nostri ma con costumi e mood anni 60, dove il succo dell’originale viene riproposto in veste moderna. Nel film di Van Sant c’è anche spazio per un veloce e gustoso cameo del bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, nel ruolo di un commesso inutile che mi ha fatto ripensare con affetto al buon vecchio T-Dog.

Lo Psycho originale è fondamentalmente un film ossessivo e ambiguo, e questa sua ambiguità fu incarnata dal protagonista Anthony Perkins, che da quel momento in poi venne associato alla figura del maniaco omicida nel pensiero popolare. Per rendervi l’idea, vi proporrò un equazione matematica: Anthony Parkins maniaco sta agli anni sessanta come Jack Nicholson maniaco sta agli anni ottanta. Capito? No? Fa lo stesso.

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No, sul serio. Fa lo stesso.

La trama in versione super-compressa è la seguente:
Marion, impiegata di una società immobiliare, fugge dalla città per raggiungere il suo fidanzato Sam con quarantamila dollari sottratti ad un cliente. Prima di raggiungere la casa del ragazzo, si ferma a pernottare in un motel gestito da Norman Bateson (il Bates Motel, uh uh uh) , uno strano giovane oppresso dall’autoritario carattere della madre. Prima di andare a letto, mentre sta facendo la doccia, la ragazza viene uccisa. Da questo momento in poi inizia la quest per Marion, che porterà un detective privato e altri personaggi nel motel di Norman e alla soluzione del mistero.
È da sottolineare il grande impatto che ebbe la scena finale del film, che vede Norman, ormai incarcerato, che parla alternativamente con la sua voce e con quella della madre, mentre un sorriso folle si disegna sulle labbra. Per pochi frames sul suo volto si sovrappone una maschera di morte.

O prova a non cagarti addosso

Si tratta di una sorta di messaggio subliminale visivo al fine di aumentare il senso di orrore nell’ignaro spettatore. Il regista fu il primo a ricorrervi.
Hitchcock fu un pioniere. Questo “trucchetto” venne successivamente utilizzato da molti altri registi , per esempio nel film “L’esorcista”. Con il suo capolavoro Hitchcock dimostrò al mondo che la paura non è legata a ettolitri di sangue ma è una sensazione di gelo molto più sottile dovuta in gran parte anche all’abilità del regista e alla sua capacità di scavare nell’animo umano.
Ovviamente in tempi di commercializazione spinta e rivalutazione dei miti andati, Hollywood non poteva farci mancare un prequel televisivo sulla giovinezza di Norman Bateson. Ecco il trailer e a voi il giudizio.
Per ora è tutto, io devo andare che mamma chiama.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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