Non si esce vivi dagli anni ’80 : La rece senza spoiler di Ready Player One

Credo si possa tranquillamente dire che ultimamente (gli ultimi 10 anni) Spielberg abbia un po’ perso lo smalto. The Post sarà stato pure bello, sarà stato pure nominato per sacco di premi Oscar, ma a noi regaz non è che ci abbia esaltato più di tanto. Il Grande Gigante Gentile avrebbe dovuto essere magico e straziante, ma invece è stato lungo e noioso. Tintin era… Boh? Com’era Tintin? Io ancora non l’ho capito. Lincoln urlava “AMERICAAA” da lontano un chilometro. War Horse era melenso, e non voglio parlare di Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo perché tutti sappiamo che non è mai esistito.
Il Ponte Delle Spie? Beh. Il Ponte Delle Spie è un bel filmone di spie, un po’ polpettone, certo, ma non è esattamente quello per cui eravamo entrati quando abbiamo letto  il nome di Steven Spielberg sul poster appeso fuori dal cinema. Ready Player One, invece, lo è. È un film perfettamente Spielberghiano, e dopo averlo visto posso dirvi che non riesco a immaginare qualcun’altro che sarebbe stato in grado di farlo così bene come ha fatto lui.

 

Se, come me, credete che il cortocircuito sia la figura retorica centrale per descrivere il nostro tempo, non potete sottrarvi al richiamo di Ready Player One. Un film che segna il ritorno al primigenio genere dei teen movie di uno dei più leggendari leoni del cinema Hollywoodiano: Steven Spielberg. Produttore ( quando non regista ) di una sfilza di titoli eterni come E.T., Indiana Jones, Poltergeist, Ritorno Al Futuro, Gremlins, and many others.
Non vi sto a dire che per uno come me, che viene dagli anni Ottanta e da lontano come Willy Signori, Steven Spielberg è forse mitico quanto i suoi film. Ero troppo piccolo quando Lo Squalo e Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo diventavano fenomeni. Ero proprio lì quando, inanellando una serie di successi senza precedenti, Spielberg dirigeva I Predatori Dell’Arca Perduta ed E.T. – Spero di esserci ancora quando in futuro molte delle sue idee si saranno trasformate in realtà partendo dai suoi modelli di riferimento, e in quel caso potrò dire: « Sì, cazzo. Io c’ero anche quando uscì nelle sale Ready Player One!» Un film che forse non si avvicina troppo alla grandezza delle sue opere migliori, ma non sarebbe mai esistito senza di esse.

Dopo aver letto il romanzo originale di Ernest Cline e averlo adorato al limite dell’abuso sessuale, con una buona dose di ragionevolezza mi chiedevo come ( non SE – proprio COME ) la sua straordinaria visione potesse essere riprodotta sul grande schermo. Il romanzo non è certo alto in termini di prosa, anzi, è scritto in maniera molto semplice, ma questa sua carenza è più che compensata dalla fantasia che c’è dentro e dal suo ritmo serrato.
Per farne un film c’era bisogno di un regista che capisse proprio questo. Qualcuno che potesse comprendere in pieno quel mondo a livello elementale, qualcuno che potesse scavare sotto l’apparenza e cogliere gli aspetti della cultura nerd che i suoi depositari spesso preferiscono rimangano nascosti, sepolti in qualche posto che nessuno può trovare.
E con un colpo di fortuna incredibile, non solo si è riusciti a ottenere qualcuno che nel profondo del mio cuore nero e agro ha una poltroncina riservata con su scritto “uno dei migliori cineasti viventi del mondo“, ma che è anche quel qualcuno che ha inventato la tipologia di film che gli si addice di più: il teen movie. È come avere Kenshiro ad occuparsi del servizio d’ordine all’interno di uno stadio. L’uomo giusto nel posto giusto. Una garanzia.

Il fatto è che Ready Player One non è semplicemente la storia di un futuro distopico in cui il popolo della Terra si è autorecluso in una realtà virtuale. È un’avventura ispirata da un vecchio videogioco Atari e modellata, tra mille altre cose, su “Charlie e la fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl.  Una specie di “Willy Wonka incontra Matrix e si amano alla follia”.
Sotto questo aspetto, avere Ernest Cline come co-sceneggiatore insieme a Zak Penn è stato di grande aiuto. La storia, anche se inciampa in diversi buchi abbastanza evidenti è stata ridotta all’osso, e la sua essenza spremuta il più possibile.
Ready Player One il libro, è saturo, quasi intasato di dettagliate citazioni, e un tale volume di fuoco semplicemente non poteva essere riportato sul grande schermo senza far durare la pellicola 6 ore e indurre la platea al suicidio. La storia è stata quindi asciugata moltissimo, mantenendo alcuni punti fondamentali e allo stesso tempo sacrificando molti momenti euforici del romanzo. Questo probabilmente non significherà molto per coloro che non l’hanno letto, ma, ecco, al cinema funziona così, e non c’è persona migliore di Steven Spielberg per spiegarcelo.

Ready Player One è un’avventura spielbergiana come non se ne vedevano da anni. Incredibilmente audace nelle sua messa in scena, è un grande ritorno del registra a tutto quello che ce lo ha fatto amare, come le azioni straordinariamente coreografate e un solido, puro nodo emotivo che lega tutti gli elementi insieme.
Inconsapevolmente o meno, si capisce tutto alla fine e Ready Player One, da semplice film di rivolta contro le regole che una spietata multinazionale vuole imporre in un mondo virtuale, diventa una storia di intensa amicizia conquistata, perduta, e di nuovo perduta per essere riconquistata. Amicizia tra i protagonisti, amicizia tra i due fondatori di OASIS, amicizia tra tutta la gente di una terra che ha scelto l’isolamento e l’individualismo invece della lotta per un ideale e la condivisione con il prossimo.
È anche un film sulle regole e sulle paure. Regole come quelle che lo stesso James Halliday, il creatore di OASIS ( interpretato dalla nuova musa di Spielberg, un magnifico Mark Rylance) si rifiuta di applicare alla sua creazione in una splendida metafora del rifiuto di crescere, di evolversi da bambino sognatore a uomo affarista.
Anche se Halliday è la più grande mente del suo tempo, teme di crescere, ha difficoltà a comunicare con gli altri, ha paura di dare un bacio alla ragazza che ama, è in questo estremo paradosso che Halliday crea Oasis. Un enorme MMO globale sotto steroidi che unisce tutte le persone del mondo in una realtà virtuale dove ci sono pochissime regole, si può dire, fare, essere qualunque cosa o persona si desideri e non avere più paura di niente e nessuno.

Dopo aver visto un film come questo uno spettatore può porsi delle domande: perché ci piace evadere con soggetti fantasy e di fantascienza? Ve lo siete mai chiesti?
Se vivessimo in un mondo perfetto ci sarebbe bisogno di simili storie?
L’arte della narrazione è nata con l’uomo stesso. È cominciata dipingendo la parete di una caverna e poi si è evoluta nel tempo fino ai giorni nostri presumibilmente perché, come specie, non riusciamo a fare a meno di immaginarci qualcosa che sia meglio della realtà in cui viviamo. Disegnamo, scriviamo parole, suoniamo note, recitiamo parti su un palcoscenico. Attraverso tutto questo fuggiamo in altri mondi, familiari o sconosciuti che siano. Fuggiamo altrove perché è quello che sappiamo fare meglio, è quello che ci riesce bene e, tranquilli, Steven Spielberg sa dove portarci.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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3 Responses

  1. Sam ha detto:

    Visto ieri, e che dire ?
    Spielberg è un grande regista, e da un alto tecnico e di foram, difficilmente creerà qualcosa di brutto: infatti is uoi film brutti riguardano sempre la sceneggiatura, e questo RPO non fa eccezione: stipare la trama del libro in un film era cosa ardua a meno di qualche colpo di genio che qui ovviamente non c’è stato.
    Ora, capisco cambiare le prove per avere le chiavi,che sono quasi tutte bruttie e ridicole nel romanzo ma proprio la prima , quella con Accerack, l’unica davvero bella ed emozionante del libro , dovevi eliminarmi ?
    E poi troppi personaggi, troppe cose che accadono, se non hai letto il libro o non sei avvezzo ai giochi online e simili, non ci capisci una mazza, come accaduto a un mio conoscente di 50 anni che appunto i morpg non sa manco cosa sono.
    Poi vabbè, il film in se è carino, ma scorre via così veloce che non ti lascia molto dentro.
    E’ poi un film per ragazzini, vietato il sangue, le nudità , i riferimenti lesbici su quel personaggio, anche se viene lasciato intuire nella scena ambientata all’ Overlok Hotel.
    Ecco, forse le prove avrebbero dovuto farle tutte così ; ognuna basata su un qualche film , VG e cartone animato riprodotto fedelmente nelle musiche , location ecc…. perché la prova dell’ EGG di Shining è l’unica che cattura nello spirito la filosia nerd di RPO.
    Però lì Spilbergo giocava in casa, citando un film dell’ amico e collega Kubrik.
    Se si tratta di giochi o altro, Spilberg, complice l’età, non ne capisce una mazza e infatti se ne tiene fuori, col risultato di un sacco di comparse messe un pò a casaccio.
    Pure protagonisti come Daito e Shoto sono lì giusto perché ci devono essere , e per arruffianarsi i mercati asiatici ( oltre al fatto, credo, che i nipponici non avrebbero mai concesso i diritti di Gundam se a pilotarlo non fosse stato un giapponese).
    Non starò lì a menarla coi buchi di sceneggiatura, le ingenuità ( tipo la IOI dove possono entrare cani e porci, le password dimenticate sulla sedia, i soldati che non sparono al furgoncino di Aech che si allonatana lentissimo ecc…) e balle varie.
    Gli do un 6, giusto perché visivamente spettacolare, ma è un occasione sprecata, un film che non diventerà mai un “cult” e verrà dimenticato in fretta.

  2. Lorenzo ha detto:

    Alla fine l’ho guardato, non era male, pensavo molto peggio. Visto che viene citato nel film, a quando la recensione di “Silent Running”? 😀

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