Sempre insieme, eternamente divisi : Ladyhawke

Nei primi anni ’80, i film fantastici di cappa e spada godono di un discreto successo. Hollywood si dà un bel po’ da fare in quel senso, e tutti ci ricordiamo di Conan Il Barbaro nel 1982, e Krull nel 1983, tanto per citare due dei numerosi titoli. Senza contare che anche noi italiani facciamo uscire in sala la consueta marea di pellicole fotocopia a basso budget che cavalcano l’onda e contribuiscono a prolungare il fenomeno.
Ma quando non sono gli italiani a produrli o interpretarli, quei film vengono spesso girati qui da noi, nei nostri posti belli (che ne abbiamo tanti) poi spacciati per la Francia Carolingia, ché così fa più figo, dice. Ladyhawke è uno di questi. Ha un discreto successo ed è uno dei più atipici del ciclo. Si sceglie di sottostimare violenza ed effetti speciali in favore di una storia classicissima e principalmente rivolta agli adolescenti, ovvero, sangue e magie praticamente inesistenti (l’elemento della stregoneria è rappresentato con le dissolvenze, pensate un po’), ma un grandissimo bagaglio di buoni sentimenti, romanticismo e gag che fanno presa sul giovane pubblico.

Uno dei film fantasy più amati degli anni ’80 e, probabilmente, il miglior film fantasy mai realizzato a memoria di brufoloso anniottantaro è sicuramente Ladyhawke.  Un prodotto che ci arrivò tra capo e collo nel 1985 in mezzo a quella fitta sassaiola di film fantasy che annoverava anche The Dark Crystal, Labyrinth e Willow. Ieri, in un momento di tregua dal lavoro che sto facendo per l’edizione 2017 di QUELLI CHE… I VIDEOGIOCHI me lo sono andato a rivedere (in verità avevo bisogno di spazio nel MySky e LadyHawke l’avevo registrato quando gli stipendi degli italiani si pagavano in sesterzi) e ho realizzato che l’ultima volta che l’avevo visto era circa quando facevo le superiori. Onestamente mi sono sorpreso di quante cose andrebbero riconsiderate oggi. Certo, me lo sono visto in HD e ho potuto finalmente notare alcuni elementi che al tempo mi erano sfuggiti e non sono invecchiati molto bene, tipo l’abuso oltre i limiti di guardia dei filtri ottici (quasi tutte le scene notturne sono girate di giorno ma con un bel filtro blu applicato alla telecamera) e il fatto che i fuochi accesi nel castello del vecchio prete ubriacone siano di colore viola(!), ma è stata la canzone di apertura di Alan Parsons con l’incedere identico a quella di MacGyver a farmi sussultare il cuore, e a farmi dire che, sì cazzo, sono in pieni anni ’80 e da questo film sono disposto a prendere qualsiasi cosa che possa contribuire a mantenerlo nell’olimpo dei film belli basati sulle favole.

 

Ché poi si dice film belli basati sulle favole, ma fino a un certo punto.
Il bello di Ladyhawke è proprio il fatto che il fattore fantasy non sia smaccatamente presente. Almeno inizialmente, sembra una riproposizione storica di un’avventura del ciclo carolingio, e questa discrezione nel gestire gli elementi di magia contribuisce molto a tenere lo spettatore con i piedi ben piantati per terra.
Ma come può un film fantasy riuscire a funzionare con così pochi elementi di fantasia? Come può una torta al cioccolato essere buona con pochissima cioccolata?
Non si può neanche contare sulle sequenze di azione perché in Ladyhawke sono due di numero e Richard Donner le dirige in un modo così scialbo che chiunque guarderebbe altrove per trovare ispirazione e divertimento. E allora?
Beh, anzitutto c’è la location che aiuta.

Castello di Torrechiara [Parma]

Rocca sforzesca di Soncino [Cremona]

Rocca Viscontea di Castell’Arquato [Piacenza]

Rocca di Calascio [L’Aquila]

Basilica di San Pietro di Tuscania [Viterbo]


Ladyhawke è fondamentalmente impostato nell’Italia tardo medievale. Anche se l’intenzione della produzione è far credere allo spettatore di essere in Francia, il film è stato girato in località rurali dello stivalone. I nomi delle persone e dei luoghi suonano francesi ma vennero francofonizzati perché faceva figo con il pubblico americano, e, guarda caso, la chiesa è l’organizzazione più potente del film, una roba questa che noi italiani siamo storicamente abituati a gestire.
Non ci sono draghi, orfani prescelti o boschi incantati, non c’è nessuna brutta copia di Gandalf in giro neanche per sbaglio. L’unica magia che si trova in Ladyhawke è una singola, malvagissima maledizione, e che maledizione ragazzi…

Posti belli con Rutger Hauer: tela tardo medievale

Cosa offre la casa? Sul menù abbiamo due amanti, Isabeau e Navarre, per sempre divisi da un incantesimo malvagio che trasforma uno in un lupo di notte, e l’altra in un falco durante il giorno. La maledizione è opera del vescovo della città di Aquila, che per i motivi di francesizzazione sopra elencati diviene la città di Aguillon.
Il vescovo non è propriamente un devoto al Cristo, anzi, è un discreto peperino, tant’è che evoca le forze del male per punire Isabeau e il suo amante quando lei respinge le di lui avance perché, si dice, egli sia vecchio e brutto da tutti i punti di vista lo si possa osservare e anche solo percepire.
Il pubblico apprende tutta la storia attraverso le avventure di Matthew Broderick, che in questo film dismette i panni di giovane hacker conosciuto ai bei tempi di WarGames, e diventa Philippe Gaston, un giovane ladro appena scampato proprio dalle prigioni di Aguillon e divenuto scudiero di Navarre.

Che ne pensate? Vi sembra brutta questa trama? Direi di no. Classica, sì. Banale, anche. Ma brutta, mai.
Richard Donner, regista che nello stesso anno avrebbe girato anche un film di cui non avrebbe fregato niente a nessuno tipo I Goonies, aveva inutilmente tentato di ottenere i finanziamenti per fare Ladyhawke da diversi anni, e si avvicinò a farlo due volte: una volta era lì per girarlo in Inghilterra, e un’altra in Cecoslovacchia ( perché a quel tempo insieme alla SIP esisteva anche la Cecoslovacchia). Alla fine il progetto si concretizzò in Italia, e fu un bene per tutti, credo.
Anche Kurt Russell era stato coinvolto nel progetto ma alla fine se ne si tirò fuori durante le prove, e Rutger Hauer fu scelto per sostituirlo. Rutger ringraziò e inanellò il suo terzo film memorabile dopo I Falchi Della Notte e Blade Runner. The Hitcher lo avrebbe fatto l’anno dopo.

Rutger Hauer fighissimo: pittura a tempera e olio

Riguardare Ladyhawke adesso mi fa uno strano effetto. È indubbiamente un film pieno di difetti: le scene action malamente coreografate, i costumi figo-kitsch dai colori sgargianti, le comparse umarells che osservano immobili sullo sfondo, la colonna sonora col synth di Alan Parsons che ti lascia un po’ così, il ruolo a dir poco minimale di Michelle Pfiffer che mai come in questo film è la classica bella damigella CRETINA da salvare, la trama che ha dei risvolti decisamente idioti e molto-troppo anni ’80. Non posso negare tutti questi difetti. Ci sono, è evidente, però è anche innegabile che era il 1985 e lo stato dell’arte, tranne poche eccezioni, era quello.

Un’attrice che ha donato carattere al suo personaggio in compagnia di Michelle Pfiffer

Al netto di quanto scritto, troverò sempre Ladyhawke molto divertente ed epico. Guardando un film così, talmente affollato di romanticismo, fiaba e drammone, quasi non mi capacito di come mai là fuori non esistano più film fantasy basati su storie originali. Sarà perché a me non piace sforzarmi troppo e le trame dove ci sono le divisioni nette con i buoni in bianco contro i cattivi in nero mi mettono troppo a mio agio, non so. Alla fine Ladyhawke è un film che riesce ad essere fantasy anche senza troppa magia, e adolescenziale raccontando di un giovane ladro che trova uno scopo più alto, ma è anche la storia di un cavaliere impetuoso che salva la sua donzella, e del bene divino che sconfigge il male satanico. Ladyhawke riesce a essere tutte queste cose insieme. E a me piace ancora.

Per maggiori informazioni sui luoghi dove è stato girato Ladyhawke, visitate questa pagina del blog: LA CINETURISTA. Giulia ha fatto un gran bel lavoro.

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