Soldi per la cocaina: The Blues Brothers. La lunga e tortuosa strada per arrivare al film

TEMPO DI LETTURA: 18 minuti

Quanto costa un’incidente stradale? Oggi per vederne di belli occorre guardare film dagli altissimi budget come Fast And Furious, James Bond, e, occasionalmente, i film di supereroi tipo Capitan America Il Soldato D’Inverno, altrimenti di sani incidenti fatti come si deve non se ne vedono più. Capite cosa intendo? Quelli con gli inseguimenti a rotta di collo e le macchine che zampillano a destra e a sinistra finendo per accumularsi, una sopra l’altra, come fossero un mostruoso sandwich metallico. Ecco. Di incidenti come quelli lì, adesso: ZERO. Cioè, Zio, qui si preferisce spianare città, distruggere pianeti, spazzare via le montagne piuttosto che fare una degna catena di incidenti stradali con tutti i crismi.
Cos’è cambiato?
È impossibile che alla gente non piacciano più, è come dire che non piace più la pizza!
Io do la colpa al green screen e al fatto che se fai le cose col computer poi spendi meno e nessuno si fa male. Anche se è dura crederlo visto che dopo tutto esistono film come TRON: LEGACY.
Una volta però non era così.
Una volta c’erano film come The Blues Brothers, che piazzavano scene d’inseguimento con decine e decine di automobili lanciate a 180 all’ora per le strade di Chicago, decine e decine di automobili che sfrecciavano e cappottavano all’interno di un centro commerciale. Era tutto troppo bello. Non si faceva male mai nessuno! A favore, molto probabilmente, giocava il fatto che chi stavano inseguendo era in missione per conto di Dio, oppure, strafatto di cocaina.

La storia dei The Blues Brothers e del relativo film inizia da lontano. Inizia, come fanno le cose più interessanti della vita, al bancone di un oscuro bar dall’aspetto antico. Siamo nel novembre del 1973 e il bar, il 505 Club, è a Toronto, di proprietà di un certo Dan Aykroyd. Dan è un bizzarro ventenne con le dita dei piedi palmate, occhi spaiati – uno verde, uno marrone – e un passato burrascoso diviso tra il teppismo da due soldi e lo studiare in seminario.

Và che sguardo

Il bar apre all’una del pomeriggio perché Aykroyd lavora di notte. Da tre anni ormai si esibisce con Second City, una famosa compagnia teatrale con sede a Chicago, ma che ha trovato una buona piazza anche a Toronto.
Aykroyd è al 505, si sta rilassando, quando un baldanzoso giovane di 24 anni irrompe dalla porta sul retro. Quello è John Belushi, che indossa una sciarpa bianca, una giacca di pelle e una coppola che fa tanto anziano. I due si erano già incontrati la sera prima, nel backstage di Second City, ed era stato “amore a prima vista.”
Anche Belushi ha militato due anni in Second City, ma adesso lavora a New York in uno spettacolo radiofonico chiamato “The National Lampoon Radio Hour” ed è lì, a Toronto, per cercare qualche buon talento da reclutare nella trasmissione. Ha giusto messo gli occhi su Aykroyd.
Aykroyd non ha neanche bisogno di pensarci. Dice subito di no. È impegnato contrattualmente con Second City e in Canada, dove è nato e cresciuto (a Ottawa, in particolare), vive benissimo. Inoltre, possiede un suo proprio bar, con un suo proprio jukebox rifornito con la sua propria musica preferita: Rhythm and Blues, Soul e, soprattutto, Blues. Chicago blues. Memphis Blues. Una caterva di blues.
Belushi smette di parlare e inizia ad ascoltare. I suoi gusti musicali variano di poco ma la sua grande passione è soprattutto per il rock e l’hard rock degli anni ’70 (Cream, Bad Company, AC / DC, Deep Purple), e intanto il jukebox suona.
«Questo è un bel disco», dice Belushi. «Che cos’è?»
«Una blues band locale», risponde Aykroyd. «La Downchild Blues Band».
«Blues, eh? Io non ascolto molto il blues. »
Breve silenzio.
«John», dice Aykroyd, «Tu sei di Chicago. Tu DEVI ascoltare il blues.»
Certo, entrambi sono giovani geni comici ma Belushi è un adolescente troppo cresciuto, una celebrazione del caos bonario, un tenero abbraccio alla disorganizzazione. Non può nascondere le proprie emozioni se ci prova, e non ci prova mai. Rifiuta qualsiasi formalità e quando Belushi ti incontra per la prima volta, ti saluta con un: «Ehi, amico!».
Aykroyd invece è preciso, disciplinato. Rivela un geniale distacco canadese, manifesta il rispetto per le formalità anche se non le condivide, e quando Aykroyd ti incontra per la prima volta, ti saluta con un: «Buongiorno, signore».
Aykroyd vive e muore per il blues, la sua padronanza del soggetto cade da qualche parte tra l’enciclopedico e il maniacale. Il suo evangelismo blues fa subito presa su Belushi, e all’improvviso è tutto blues, sempre e comunque. Nel giro di un anno, nell’appartamento di Belushi ci sono centinaia, forse migliaia di nastri e dischi di blues.

Ora tu vieni con me ad ascoltare il Blues

Due anni dopo, nella primavera del 1975, Belushi e Aykroyd si uniscono al primo cast originale del Saturday Night Live. Tutti sanno cosa è successo poi, e quale sfolgorante successo hanno conseguito tutti coloro che facevano parte dello show. E i Blues Brothers entrano in quell’equazione, anche se, tecnicamente, sono stati concepiti quella prima notte del ’73 a Toronto, quando John entrò in quel bar e seppe che le passioni di Aykroyd includevano, oltre agli U.F.O. e le armi high-tech, anche il blues e l’armonica.
Belushi vuole sempre suonare. Gli è sempre piaciuto. È stato così fin dal liceo dove era il batterista in una garage band. Aykroyd invece rimugina su un’idea interpretata da due ex-galeotti vestiti di nero e a base di un amore sperticato per la città di Chicago e la musica che è uscita da lì. Ne parla con uno dei suoi amici, Howard Shore, il compositore canadese che avrebbe fieramente vinto 3 oscar quasi 30 anni dopo. Anche a Shore piace l’idea e dice: «Dovreste chiamarvi Blues Brothers!». Il nome è perfetto.
Ma l’idea di Aykroyd non si concretizza fino ai primi giorni del Saturday Night Live , quando lui e Belushi si trasformano completamente in Elwood e in “Joliet” Jake Blues, fratelli di sangue idealmente ispirati a John Lee Hooker ma vestiti come due impresari delle pompe funebri: completi neri, cravatte fini, occhiali da sole Ray-Ban. Aykroyd è Elwood, laconico uomo tutto d’un pezzo suonatore di armonica; Belushi è Jake, lo spaccone che esce dalla prigione di stato di Joliet.
Aykroyd ha piena fiducia in Belushi, la cui voce al canto non è gran cosa ma la cui presenza sul palco è travolgente. Belushi, infatti, non è solo un cantante. È un grandissimo front man. È «Il maschio alfa dell’Illinois», così lo definisce il collega.

I Blues Brothers suonano in città per un po’, poi, l’ideatore del SNL, Lorne Michaels, cede alle richieste e permette al duo di scaldare il pubblico prima dell’inizio dello spettacolo ( il SNL è una trasmissione in diretta con pubblico dal vivo). Trovargli il giusto spazio all’interno dello show si rivela ancora cosa troppo difficile e Michaels non è abbastanza convinto. Il compromesso è quindi quello di far suonare i Blues Brothers in diretta da New York. È il 17 gennaio 1976 e sono vestiti da ape in modo da sfruttare la loro famosa scenetta ricorrente “Killer Bees“. Occorre aspettare altri due anni per rivederli. Solo nel 1978, durante una puntata presentata da Steve Martin, Jake ed Elwood Blues riescono a salire sul palco mostrandosi nel loro pieno splendore e suonando “Hey, Bartender”.

 

Tre mesi dopo, il primo film di Belushi esce nei cinema americani; è Animal House ed è un successo stellare. Belushi, dopo aver recitato nei panni di Bluto Blutarsky, l’anima delirante che spinge i Delta House alla gloria, diventa una star del cinema conosciuta in tutta la nazione.
All’improvviso cambia tutto. Steve Martin si rifà vivo e chiede ai Blues Brothers di aprire il suo show di stand-up comedy per nove notti di fila presso l’Universal Amphitheatre, a Los Angeles. È una grande opportunità, ma c’è un problema: la band non ha una band. Sono solo in due e non possono certo portarsi dietro l’orchestra del SNL.
Si rivolgono a Paul Shaffer, proprio il leader dell’orchestra del SNL, il quale gli passa una lista di possibili candidati. Sono tutti musicisti con due palle così, gente altamente pagata, turnisti difficili da ottenere.
Belushi inizia il reclutamento con un giro di telefonate alle ore più inopportune. «Ciao, sono John Belushi», dice a Steve Cropper, un noto chitarrista. «Stiamo mettendo insieme una banda. Ho bisogno di te qui, domani.»
«Assolutamente no», risponde Cropper. «Sto mixando un album.»
«Devo averti.»
«No. Non posso.»
«Devo averti.»
«No!»
«Devo averti.»
Va avanti così per un’ora prima che Cropper accetti.

In pochi giorni, l’intera band si raduna a New York: Shaffer e Cropper, più il chitarrista Matt “Guitar” Murphy, il bassista Donald “Duck” Dunn, il batterista Steve Jordan e una sezione di fiati composta da Alan Rubin, Lou Marini, Tom Maloney e Tom Scott. Shaffer si occupa delle tastiere. Dopo due settimane di prove, tutti volano a Los Angeles.
Quando suonano spaccano di brutto. Belushi e Aykroyd eseguono coreografie e balletti che catapultano lo spettatore in un luogo che sta a metà tra una cosa seria e un’enorme presa per il culo. Salgono sul palco sulle note di “I Can not Turn You Loose” di Otis Redding; Aykroyd porta una valigetta; Belushi, la chiave che la sblocca. Dentro la valigetta c’è l’armonica di Aykroyd.

La primissima band con Paul Shaffer ( il secondo dietro da destra, alle spalle di Belushi)

Firmano con Atlantic Records che vuole registrare subito un album dal vivo durante gli spettacoli all’Amphitheatre. Il loro primo lavoro, “Briefcase Full of Blues“, prende forma proprio lì ed è un successone. La trama dello show è stata perfezionata durante le sessioni di brainstorming a New York, a casa di Belushi, in Morton Street, o al club privato che Belushi e Aykroyd hanno laggiù, il Blues Bar, all’angolo tra Hudson e Dominick.
Mitch Glazer, un giovane giornalista musicale, scrive le note di copertina dell’album e poi un articolo sulla rivista “Crawdaddy”. Entrambi questi scritti espandono la leggenda di Jake ed Elwood: sono stati allevati da Curtis, un bidello che suonava il blues. Hanno bisogno di 5000 dollari per salvare il loro orfanotrofio. Iniziano un’avventura per guadagnarli onestamente.
Briefcase Full of Blues diventa doppio disco di platino quando raggiungere il disco di platino significava ancora qualcosa. Nel frattempo, il 24 gennaio 1979, in occasione del suo trentesimo compleanno, Belushi segna una triplete senza precedenti. L’anno prima ha avuto un album alla posizione numero 1 del billboard, uno spettacolo televisivo alla posizione numero 1 dello share, e un film (Animal House) al numero 1 del box office.
Sia Belushi che Aykroyd cominciano a pensare a un film vero e proprio sui Blues Brothers, e subito in molti fiutano l’affare. Inizia una gara testa a testa fra Universal e Paramount ma Belushi preferisce la prima.
Adesso bisogna trovare un regista e la cosa si dimostra un gioco da ragazzi. John Landis, un barbuto esperto di film comici, ha già diretto Belushi verso uno strepitoso successo in Animal House. John vorrebbe proprio lui. A tarda notte, dopo una puntata particolarmente riuscita del SNL, chiama Landis chiedendogli: «Hai visto lo spettacolo?»
«No», risponde Landis.
«Fottiti» dice Belushi, e gli riattacca in faccia. Landis accetta l’incarico.

John Landis e Ray Charles

Le cose progrediscono rapidamente, forse troppo.
Sean Daniel, il procacciatore che fa scritturare i Blues Brothers da Universal, presenta il progetto ai suoi capi a scatola chiusa, blindato dalla fama che Belushi sta cavalcando in quel momento. Gli basta dire soltanto: «Belushi, Aykroyd, Blues Brothers, che ne pensate?» La risposta dall’altra parte è sempre la stessa: «Fantastico!».
Sulla carta, Belushi guadagnerà 500.000 paperdollari, Aykroyd 250.000, e lo studio ottiene in cambio un successo praticamente blindato e molto probabilmente un franchising di lungo corso coi fratelli Blues.
Alcuni dettagli rimangono irrisolti. Il presidente di Universal, Lew Wasserman, vuole che il film sia fatto con circa 12 milioni. I creativi stanno già pensando a 20 milioni. I dirigenti vogliono le riprese nell’agosto del 1979, a soli sei mesi di distanza dalla firma del contratto. I creativi si chiedono se sia possibile, per non dire desiderabile che ciò accada. La sceneggiatura ancora non c’è.
Intanto Belushi fa ciò che sa fare meglio. Un’altra raffica di telefonate a tarda notte per convocare la band e annunciargli: «O.K. ragazzi, faremo un film. Si chiamerà The Blues Brothers!»
I dubbi della band diventano evidenti. Loro sono musicisti, non attori. Belushi li persuade a fregarsene e mitiga le loro paure con aumenti di stipendio. «Andiamo!» Li implora. «Voglio che tutti voi ne facciate parte!». Recupera tutta la band tranne Paul Shaffer. Paul ha degli obblighi contrattuali con il SNL e non può permettersi di mettere il piede in due staffe. Belushi, impassibile, comunica ufficialmente alla band che Shaffer è fuori e non sarà mai più un fratello blues. Questo, però, rappresenta un’ulteriore crepa nel rapporto già in crisi tra il SNL e Belushi, e adesso che lui è una star di prima grandezza può permettersi anche di mollarli.
La precedente stagione del SNL, la sua quarta, è stata complicata. Ha passato troppo tempo a rimbalzare tra New York e Los Angeles mentre recitava nel film “1941” di Steven Spielberg e, in sostanza, John si è stancato del SNL.
Su tutto questo, l’abuso di droghe non lo aiuta. Ormai i suoi appetiti per il divertimento e l’avventura sono alimentati da barbiturici, mescalina, LSD e anfetamine. E tutte queste droghe insieme non sono niente a confronto del suo viscerale amore per la cocaina. La coca non gli basta mai e alimenta tutte la sue performance. A detta sua, lo aiuta ad essere sé stesso.

Sempre e comunque, Belushi è il capo dei Blues Brothers. Su questo sono d’accordo tutti i membri della band e non viene messo mai in discussione.
Durante la pre-produzione del film, Belushi e Aykroyd si trasferiscono a Hollywood. Aykroyd vive letteralmente in ufficio, in un bungalow nel lotto di proprietà della Universal. È gratis. È tranquillo. È vicino al set del film “Frankenstein”. Di notte, Dan “prende in prestito” un auto dal parco macchine della Universal e, da solo o con Belushi, guida fino alla cima della Cittadella per fumarsi una canna.
Finalmente, a marzo, il produttore del film, Bob Weiss, riceve una chiamata da Aykroyd. «È a casa tua stasera», e riattacca.
Weiss torna a casa e trova un inquietante pacchetto all’ingresso di casa, avvolto nelle pagine di un elenco telefonico. È la sceneggiatura di Aykroyd, intitolata “The Return of the Blues Brothers”. I crediti recitano che è stata scritta da un certo “Scriptatron GL-9000” ed è lunga 324 pagine.
La sceneggiatura contiene scene fantastiche e idee ispirate, ma è scritta troppo liberamente. Comprende lunghe interpretazioni del cattolicesimo in puro stile Aykroydiano. A un certo punto diventa pure meta, con linee narrative separate che dettagliano il reclutamento di tutti e otto i musicisti del gruppo. Resta, comunque, troppo lunga, e così com’è non funziona davvero. Questo ad appena due mesi dall’inizio delle riprese.
Per rimediare, Landis, con la sceneggiatura in mano, si rinchiude nel suo ufficio da solo. La taglia, ne modifica toni e forme. Tre settimane più tardi, ne emerge con una sceneggiatura che è brutalmente ridimensionata e, più o meno, filmabile.
Conseguentemente, Landis e Aykroyd discutono su argomenti che quest’ultimo vuole ripristinare in sceneggiatura o addirittura cambiare. Aykroyd rivuole la scena che spiega perché la macchina di Elwood, la Bluesmobile, ha tutte quelle qualità quasi magiche. Landis non è d’accordo, ma accetta di filmarla, tanto la taglierà più tardi, in fase di montaggio.

La Bluesmobile si ricarica di energia ogni notte, quando Elwood la parcheggia accanto ai generatori della Metro

Le riprese iniziano a Chicago nel luglio 1979, e procedono senza intoppi.
Aykroyd trascorre il suo tempo libero gironzolando in periferia e stringendo amicizia con i coroner. Belushi, essendo il figlio preferito di Chicago, fa tutto ciò che vuole. Tutto di lui, dal suo fascino tipico del mascalzone, alla sua assoluta mancanza di finzione, fanno di Belushi una figura di una popolarità locale così clamorosa che Aykroyd lo definisce «Il sindaco non ufficiale della città».
Vanno a vedere una partita di baseball allo stadio Wrigley Field, la casa dei Chicago Cubs, e Landis rimane basito di ciò che vede: «Come stare con Mussolini a Roma», ricorda. Belushi, si può tranquillamente permettere di entrare nei bagni affollati dello stadio, sorridere e gridare: «O.K., state indietro!» e tutti si ritirano dagli orinatoi senza dire una parola. Lui fa i suoi bisogni e poi, chiudendo la cerniera lampo e sorridendo, dice: «O.K., adesso venite pure!». A Chicago, Belushi è talmente famoso che può permettersi di fermare le auto della polizia per strada come fossero taxi. I poliziotti lo salutano con un: «Ehi, Belushi!» Poi se lo caricano dietro e lo portano dove dice lui.

Naturalmente, Belushi e Aykroyd aprono anche qui un loro bar privato, chiamandolo similmente a quello di NY, il Blues Club. Qui gli amici si mescolano con il cast e la troupe, tra cui Carrie Fisher, che nel film interpreta la ex fidanzata di Jake. In realtà, la Fisher è la vera fidanzata di Aykroyd. È stato Belushi a farli incontrare. Un giorno decise che potevano essere una bella coppia e… voilà.

Per un mese, la produzione continua tranquilla. Landis vuole il Belushi che ha già visto in Animal House, quello che poi è uguale a com’è nella vita reale: uno scapestrato fuoriclasse, un geniale guastatore unico nel suo genere, l’equivalente di una star del cinema muto in un mondo parlato. Di tanto in tanto riprende Aykroyd, spingendolo a smorzare la sua interpretazione e rimanere nel ruolo di personaggio totalmente impassibile.
Intanto il budget del film lievita a 17 milioni e mezzo, una cifra decisamente costosa se si pensa che è per una commedia. Ma il punto è che nessuno sa esattamente cosa sia The Blues Brothers. C’è molta commedia, ed è OK, ma ci sono anche un sacco di incidenti d’auto e inseguimenti con tutti i mezzi possibili, e tutto quanto poggia sopra a quattro grandi numeri musicali in cui si canta e si balla insieme a un gigante della musica: Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown e Cab Calloway. Per non parlare, poi, delle esibizioni di Jake ed Elwood.

«Si potrebbe dire che c’era confusione», dice Landis nei contenuti speciali del Blu-ray. «Dissi ad alcuni membri della troupe che il film era un musical. Erano così confusi! Non sapevano cosa cazzo stavano facendo.»
Ad agosto, però, tutti sanno una cosa. La produzione è in ritardo, e di molto, la causa è in gran parte attribuibile a Belushi che si rende irreperibile a tutte le ore. Di solito può essere trovato al suo bar. A volte non può essere trovato affatto. Solo la cocaina lo trova ovunque. Amici, fan e conoscenti gliela rovesciano letteralmente addosso. Gli infilano le bustine nelle tasche quando non vede. «Ogni cameriere vuole la sua storia con John Belushi», dice Smokey Wendell, che presto diventerà la guardia del corpo di Belushi con l’impossibile compito di tenerlo lontano dalle droghe. «Ognuno di quei ragazzi vuole dire ai suoi amici, ‘Ho sniffato con Belushi!’ »
È il 1979 ed è raro trovare un attore che non sniffa o abusa di un qualche tipo di droga. Landis, un astemio, è un caso più unico che raro. «Nel film, avevamo un budget per la cocaina da usare durante le riprese notturne», dice Aykroyd. «Tutti lo facevano, incluso me. Mai in eccesso, e mai più di quanta potevamo comprarne, ma John amava farlo. Lo riportava in vita di notte  e gli donava quella sensazione di superpotenza che ti faceva credere di poter risolvere tutti i problemi del mondo.»
Belushi, nei panni di Jake, recita sempre più congestionato. A volte si presenta con qualche ora di ritardo, oppure si presenta ma passa la maggior parte del tempo nella sua roulotte, dormendo.
Lo studio cinematografico non aiuta le cose. Vuole cantanti “freschi”, contemporanei. Reputa il Blues un genere sorpassato, fuori moda, e teme che il pubblico non lo gradisca al tempo della disco music. Al posto di Aretha Franklin vorrebbe i Rose Royce, la band che sta cantando la canzone di successo “Car Wash“. I creativi, ovviamente, rifiutano. I dirigenti vorrebbero che Jake ed Elwood rivelassero i loro occhi più spesso. I creativi, ovviamente, rifiutano anche quello. (Jake rivela i suoi occhi solo una volta, alla fine, ed è un colpo da maestro).
Tutte queste richieste impallidiscono al confronto del budget sforato che aumenta vertiginosamente ogni giorno di più. Tuttavia, le riprese continuano nonostante la preoccupazione collettiva. Alla fine arriva la comunicazione ufficiale: il film dovrà costare 12 milioni. Landis si rende conto di averli già spesi tutti da mo’.
Con Belushi in caduta libera, Landis capisce che la battaglia vera non è quella di farlo recitare ma bensì quella di tenerlo in vita. Quando Carrie Fisher arriva sul set, Landis le chiede di fare la stessa cosa che ha già chiesto di fare a tutti: «Per l’amor di Dio. Se vedi John farsi, fermalo.»

Solo due persone al mondo possono avere l’attenzione di Belushi, o almeno provare a parlargli. La prima è sua moglie Judy, ma John la considera più come un approdo sicuro dove ormeggiare, aspettare che la tempesta passi, e poi ripartire più fiero e baldanzoso di prima. La seconda è Dan Aykroyd. Ogni tanto Belushi mette a dura prova la sua pazienza, ma alla fine lui lo protegge sempre e non lo giudica mai.
Una notte, alle tre, mentre le riprese sono in corso in un terreno sperduto ad Harvey, nell’Illinois, Belushi scompare. A volte lo faceva ma in quel momento c’era bisogno di lui. Fidandosi del suo istinto, Aykroyd segue un sentiero erboso finché non scopre una casa con una luce accesa. Dan va alla porta e suona. Gli apre il proprietario della casa: «Buongiorno, stiamo girando un film qui vicino e stiamo cercando uno dei nostri attori.» dice Aykroyd.
«Oh, vuoi dire Belushi?» Risponde l’uomo. «È entrato qui un’ora fa ed ha svuotato il mio frigo. Adesso sta dormendo sul divano.»
Solo Belushi poteva riuscire a fare una cosa simile. «È l’ospite d’America!», così lo chiamava Aykroyd.
«John», gli dice svegliandolo, «dobbiamo tornare al lavoro». Belushi annuisce, si alza, e tornano entrambi sul set come se nulla fosse accaduto.
Più di questo, Aykroyd non sapeva fare.

Ormai le spese di produzione volano altissime, e il budget di 17 milioni e mezzo, se pur già gonfiato, è un sogno lontano. Le riprese a Chicago si dovrebbero concludere a metà settembre (prima di continuare a Los Angeles) ma, ahimè, sforano a ottobre.
Landis, pressato dai produttori e frustrato dal comportamento della sua star principale, sbotta. Entra nella roulotte di Belushi e sul tavolo vede una montagna di cocaina. Non ci vede più dalla rabbia. Raccoglie tutto e lo scarica nel water. Sono veramente un sacco di soldi che se ne vanno giù dal tubo di scarico. Quando sta uscendo dalla roulotte, arriva John che grida disperato: «Che cosa hai fatto?» e poi si lancia all’interno per vedere se c’è ancora qualcosa da salvare. Ne nasce una breve zuffa tra Landis e Belushi che si conclude dopo appena 15 secondi. John abbraccia Landis singhiozzando e scusandosi. Rimangono entrambi seduti lì, sugli scalini della roulotte. Entrambi piangendo, uno perché si rende conto di essere un tossico all’ultimo stadio, l’altro perché portato alla crisi di nervi dai produttori imbufaliti e dall’incapacità di interrompere la discesa all’inferno di un grande comico e amico.
La situazione è disperata. Non c’è modo di sostituire Belushi con un sosia per terminare le riprese. Nessuno è in grado di sostituirlo, e il suo ruolo è fondamentale. Non si può neanche interrompere i lavori per aspettare che Belushi passi attraverso un percorso di riabilitazione. John stesso non accetterebbe mai di andarci, e anche se lo facesse, i costi e gli squali dei media distruggerebbero il film.

Le riprese si spostano a Los Angeles e lì termineranno. Si svolgono principalmente dentro e intorno alla cittadella della Universal, dove Aykroyd riprende la sua vecchia residenza.
Il cambiamento d’aria giova a Belushi che, in confronto a quanto accadeva a Chicago, adesso riesce a lavorare nei tempi previsti e si presenta abbastanza lucido, questo nonostante la città di Los Angeles offra numerose opportunità di svago come le feste alla Playboy Mansion, e i party a casa di De Niro, Jack Nicholson e, soprattutto, Keith Richards.
Inaspettatamente, Belushi intraprende un periodo di sobrietà. Ormai ha alle costole Smokey Wendell, una ex-militare che gli fa da guardia del corpo con il compito specifico di tenerlo lontano dalle droghe, e quando incontra le altre star del film ( Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown e Cab Calloway ) è in ottima forma. Anche gli altri sono in ottima forma. Perfino Ray Charles, il più coraggioso del gruppo ride e ride, di solito raccontando sempre la stessa barzelletta sporca. Il fatto è che The Blues Brothers rappresenta una vera opportunità per tutti loro, dato che tutti ne possono trarre giovamento rivitalizzando le loro carriere commerciali passate in secondo piano con l’avvento della disco-music, ma c’è un’ulteriore difficoltà: data la loro età, alcuni non sono per niente avvezzi a cantare in playback, e si rifiutano di farlo. Mentre John Lee Hooker non ne vuole proprio sapere, James Brown raggiunge un compromesso con Landis: canterà dal vivo sul set della chiesa con in sottofondo la base pre-registrata.

 

Il concerto finale del film, quello prima del mega-inseguimento, richiede che i due fratelli Blues ballino sul palco dell’Hollywood Palladium, e Belushi esegua le sue tipiche ruote ginniche che tanto contraddistinguono il personaggio di Jake.
Poco prima dell’inizio delle riprese, un ragazzino su uno skateboard passa accanto a John e lui gli chiede se può provarlo. Quello che ne segue è una dolorosa caduta e il ginocchio di Belushi si gonfia come una zampogna. Inutile dire che l’attore è dolorante e incapace di eseguire qualsiasi tipo di performance atletica.
Viene chiamato il migliore ortopedico della città. «È il fine settimana del Ringraziamento», dice il dottore. «Sto andando a Palm Springs.»
«Non ancora», gli rispondono dalla produzione. Trenta minuti dopo, l’ortopedico siringa e medica il ginocchio di Belushi dandogli l’opportunità di girare l’ultima scena. Fine della storia, e fine delle riprese.

 

Nelle settimane precedenti alla data di uscita cinematografica (il 20 giugno 1980), Landis effettua delle proiezioni di prova di The Blues Brothers per i principali proprietari di cinema americani.
I proprietari dei cinema sono quelli che mettono a disposizione le sale ed hanno il destino di un film nelle loro mani. La maggior parte di loro sostiene che The Blues Brothers sia un film troppo nero e la gente bianca non lo vorrà mai vedere, di conseguenza, la maggior parte dei distributori si rifiuteranno di averci a che fare. In più, il precedente film di Belushi, “1941” di Steven Spielberg, è stato un fiasco, facendo guadagnare al film il nuovo titolo di “The Blues Brothers 1942”. Non gioca a suo favore neanche la durata di oltre due ore e mezza, escluso l’intervallo. Landis corre ai ripari e taglia via 20 minuti. Nel frattempo, un’altra bomba esplode: il principale proprietario di cinema d’America, Ted Mann, chiama la Universal e avverte che non proietterà il film in tutti i suoi cinema ma solo in alcune sale “mirate”.
« E Perché?» domanda Landis. «Perché The Blues Brothers è un film nero che attirerà in sala i neri. E in certi quartieri i neri non sono graditi».
Incalzato da Landis, Mann spiega anche perché i bianchi non vedranno The Blues Brothers: «Principalmente a causa degli artisti musicali che ha. Non solo sono neri. Sono anche fuori moda.»
Il tipico film ad alto budget viene prenotato in circa 1.400 cinema. The Blues Brothers riceve 600 prenotazioni. Questo, insieme alle recensioni spesso critiche degli esperti del settore, presagisce un epico disastro.
Alla fine, The Blues Brothers risulta essere un film da 27 milioni e mezzo di budget. Forse è troppo lungo, ha dei difetti evidenti e sicuramente non è perfetto, ma viene proiettato nei cinema.
A New York, Belushi guida di cinema in cinema, entra in ognuno e guarda come si comporta il pubblico. Aykroyd lo va a vedere in un cinema a Times Square. Entrambi sentono la gente che ride.
The Blues Brothers finirà la sua corsa intorno al mondo guadagnando 115 milioni di paperdollari, e diventando uno dei più duraturi successi della Universal e di gran lunga la sua più grande commedia.

Faccio uscire questo articolo oggi, nel giorno dell’anniversario della morte di Belushi. Non mi sono inventato niente di quello che ho scritto, anzi, è il frutto di una lunga ricerca che mi ha fatto saltare tra numerosi siti internet (compreso quello di Vanity Fair), rileggere parte della sua biografia scritta da Bob Woodward (Chi tocca muore), saccheggiare i contenuti speciali del blu-ray, riascoltare a manetta i dischi dei Blues Brothers in macchina. È il mio modo per ringraziarlo di tutto quello che ha fatto per me, e ha fatto tanto. Non si è più visto un personaggio del genere su questa palla di fango. Gesù, ma quando lo rivediamo?

 

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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9 Responses

  1. vik ha detto:

    Non hai saputo resistere, eh? 😉
    Come dice SK “certe abitudini sono dure a morire”.

    • Simone Guidi ha detto:

      Hai ragione, Vik, ma ci sono cose a cui voglio troppo bene e in certe occasioni non riesco proprio a stare zitto. 😉

      • vik ha detto:

        E’ sempre un piacere leggerti.
        Ai Blues Brothers (che ho in BD) poi sono particolarmente affezionato anche io, nonchè ad Aykroyd e Belushi in particolare.
        Ai tempi (eighties) mi ero letto la sua biografia “Chi tocca muore”: devastante (erano i tempi dei cannoni a go-go).
        Lo avevo scoperto con Animal House, nel 1980, un film mitico ed avantissimo, di cui ho avuto tra le mani l’LP della colonna sonora che sentivo a nastro.
        Entrambi mi facevano impazzire ne “I vicini di casa”, e che te lo dico a fare.
        Un grande, anzi due grandissimi.
        Aykroyd mi è continuato a piacere anche dopo, anche se, senza Belushi, era ormai come senza una gamba: non è più stato lo stesso e non ha mai più toccato quei picchi.

        PS: 1941 per me è tuttora un film pazzesco (BD anche di questo) e Belushi è semplicemente geniale e spettacolare.

        • Simone Guidi ha detto:

          Hai trovato la definizione giusta per “Chi tocca muore”: DEVASTANTE. È proprio una discesa all’inferno, e dispiace doppiamente se si pensa che tutto quello che viene raccontato corrisponde a verità ( Woodward è un doppio premio Pulitzer, non credo che si sia inventato niente). “I vicini di Casa” lo trovo un film avantissimo per il periodo in cui venne rilasciato, e anche lì Belushi fece un ottimo lavoro uscendo dal suo tradizionale personaggio di caotico votato al bene ( lo fece anche in “Chiamami Aquila, veramente). “1941”, invece, preso nella sua interezza è un po’ troppo barocco. Sembra uno di quei piatti troppo ricchi che non riesci a finire e poi la notte ti tengono sveglio per farsi digerire, però, anche lì, il personaggio di Belushi è azzeccatissimo e forse è l’unico che non rischia neanache lontanamente una sola volta di stonare. «MENTE LA RADIO!» è stato un tormentone tra i miei amici ai bei tempi. Ogni tanto lo facevamo saltare fuori quando ci rendevamo conto che qualcuno stava sparando cazzate. 🙂

          • vik ha detto:

            Ricordo distintamente ancora ora la sofferenza con cui al tempo (16 forse 17 anni) lessi, un po’ alla volta, “Chi tocca muore”: un misto tra nausea, ansia, ammirazione perversa, fascinazione da grandissimo fan e necessità di continuare a leggere per capire, per sapere.
            Tutto il tempo con un retrogusto in bocca come di morboso, come quando ci si ferma a guardare un incidente particolarmente brutto e in fondo si vorrebbe solo andar via ma non ci si riesce, si deve guardare, e alla fine si tira un sospiro di sollievo quando finalmente gli si volge le spalle e ci si allontana tentando solo di dimenticarlo, ringraziando, al tempo stesso, che non sia successo a te, che la tua vita sia ancora intatta ma con una consapevolezza in più che non sei sicuro del tutto di voler avere.
            Ero incapace di capire come un genio del calibro di Belushi avesso potuto andare così completamente fuori controllo quasi a voler fare della propria vita il simbolo stesso di quell’anticonformismo estremo che gli era stato alla fine, prevedibilmente, fatale.
            Non riuscivo a farmene una ragione ed al tempo stesso sapevo e accettavo che la vita è così, una tale contraddizione che mi dava mentalmente la nausea.
            Concordo pienamente con la tua azzeccatissima opinione su 1941, lo vedo anche io nello stesso modo: un film troppo grande e troppo satirico per riuscire a digerirlo tutto in una botta sola ed in cui lui era l’unica cosa davvero impeccabile e sempre completamente a fuoco.
            Il nostro tormentone allora era, nelle situazioni che avevano un che di surreale, “hanno preso il bar, anche il bar!!!” da Animal House (ho il BD anche di quello ovviamente), la cui copertina dell’LP (l’hai mai vista?) ha popolato a volte i miei sogni: a volte ci stavo minuti interi a fissarla, ogni volta scoprivo un nuovo dettaglio, un altro incredibile particolare; mai più vista dopo una cosa così.
            Il mio periodo blues post Blues Brothers l’ho avuto allora, negli eighties: sentivo a ripetizione l’LP (eh, i 33 giri, meno pratici ma molto più ricchi di sonorità rispetto agli mp3) della colonna sonora; l’ho fatto per mesi.
            E’ da quello e da alcuni altri films, come ad es. “Appuntamento al Buio” in cui brevemente si vedeva un grandissimo Stanley Jordan mentre suonava in sala di registrazione “Treasures”, o “Crossroads” che oltre al blues mostrava un altro mio grande amore, Steve Vai, etc etc, che mi è venuta la passione per il blues che suono tuttora ogni volta che mi capita di prendere la chitarra in mano.
            A differenza di Ste io i capelli lunghi ce li ho ancora, mezzi imbiancati a più di 50 anni suonati, ma ancora lì 😉
            Il metal invece, preponderante allora, me lo sono perso per strada, e non ne sento la mancanza.
            Avrò visto “Chiamami Aquila” forse 4 volte; tutti questi films allora ce li avevo su VHS (che conservo ancora oggi), doppiati da cassette prese in videoteca o, il più delle volte, registrati dalla tv religiosamente togliendo le pubblicità man mano che vedevo il film, su Italia1 o Rete4 di solito.
            Non è mai stato il mio preferito; allora il suo personaggio e la storia mi apparivano come i meno credbili rispetto al resto della sua produzione, ma c’era Belushi e tanto mi bastava.
            Forse dovrei rivederlo oggi, anzi lo farò come posso.
            Chiudo questo lungo commento dicendoti solo che tra me e i miei due migliori amici di allora “I vicini di casa” era diventata materia di studio e discussione comune.
            Bei tempi.
            Mi ha fatto molto piacere leggere il tuo articolo su questi temi e fatto trovare cose e considerazioni in comune.
            In bocca al lupo per il tuo nuovo progeto qualunque esso sia, dati i compagni di viaggio suona sicuramente interessante.

  2. Ste84 ha detto:

    Interessanti e divertenti retroscena che non conoscevo di uno dei miei film preferiti di sempre. Il bello è che mi piace sempre di più a ogni visione, sarà che forse è uno di quei film il cui umorismo geniale è maggiormente apprezzabile con una certa maturità dello spettatore. E a proposito dei Blues Brothers musicisti, io faccio ascoltare molta musica a mia figlia di 7 mesi e ho una piccola lista di canzoni che la divertono in modo evidente e particolare… credo che il primo posto se lo contendono Cuban Pete versione Jim Carrey e Rubber Biscuit dei Blues Brothers. Già solo per questo varrebbe un grazie sincero, ovviamente in più c’è molto altro ma direi che hai già detto tutto tu in maniera impeccabile. Ottimo lavoro Simo e… bentornato! 😉

    • Simone Guidi ha detto:

      Allora ho fatto sentire “Think” di Areta Franklin & BB a mia figlia di 8 anni e mezzo e, non ci avrei mai scommesso, LE È PIACIUTA! Mi ha chiesto di comprarle un poster dei Blus Brothers da appendere in camera. Non ti nascondo che questa cosa mi riempie di orgoglio ma sono altrettanto sicuro che tra 2 mesi quel poster sarà sostituito da qualcos’altro.
      In compenso non riesco a smettere di ascoltare la “Complete collection” in macchina. Sono ritornato nel tunnel del Blues e credo che ne uscirò solo tra un paio di mesi anch’io. 😉

      • Ste84 ha detto:

        Non ti sorprendere, certe canzoni non hanno età! Si, è probabile che magari tra qualche mese quel poster possa essere sostituito da uno di qualche boyband insulsa ma è normale e forse anche giusto. Il bello però è che certe cose ti si piantano dentro come un seme, rimangono latenti per anni e poi a un certo punto sbocciano. A me successe con la cover di Spirit in the Sky dei Doctor & the medics. Quando avevo 7 o 8 anni il video di questa canzone era stato registrato involontariamente su una vhs alla fine di un film e io la guardavo in continuazione facendo finta di suonare la chitarra. Questa cosa mi si depositò dentro e uscì fuori che avevo 15 anni, mi feci regalare una chitarra elettrica, iniziai ad ascoltare rock e metal e a portare i capelli lunghi. Ora che ne ho 34 di anni non ho più i capelli lunghi ma suono ancora e il metal è rimasto la mia più grande passione. Magari Think sarà la Spirit in the Sky di tua figlia, io glielo auguro!

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