Gli spot forvianti di Atari nel 1982

Siamo nel 1982 e Atari vende videogiochi ai ragazzini. Fermiamoci un attimo a rifletterci su. Se sei un ragazzino nel 1982, deve per forza essere la cosa più figa della storia, no? Guardi le pubblicità e ti vengono di quelle cose in mente… Fai un giro nel negozio che li vende e rimani abbagliato dalle brochure, i poster, i cartonati… Accendi la televisione e vedi di quegli spot… Ma ehi! Chiunque tu sia, caro responsabile del marketing Atari, sappi che sei un grande e quando morirai ( e credo che adesso lo sia di già) andrai nel paradiso dei ragazzini esaltati con la bava alla bocca. Grazie di cuore, responsabile del marketing Atari. Grazie davvero per quei magici momenti.
Peccato che, oltre a essere un colpo di genio, le tue pubblicità siano anche totalmente ingannevoli. Solo guardando le copertine dei giochi ti si formano in testa immagini di un qualcosa che in realtà non esiste. Un qualcosa di bellissimo in cui i nemici cercano di fottere il ragazzino sbagliato, ovviamente, e quei nemici ne avrebbero pagato le amare conseguenze, che è, in effetti, un po’ quello che succede in tutti i videogiochi ma, ahimè, per quanto riguarda quelli Atari, con una resa visiva mooolto più annacquata rispetto all’originale in sala giochi.
Tenetevi forte a me. Facciamo un bel balzo indietro negli anni ’80.

Metto subito le mani avanti, la maggior parte di queste pubblicità, se non tutte, probabilmente non sono mai andate in onda sulla televisione italiana. Un po’ perché in quel preciso momento storico c’era maretta nell’etere, con il Berlusca che fagocitava reti da Rusconi e Mondadori preparandosi a lanciare l’attacco solare definitivo alla nazione tutta nel 1984. Un po’ perché anche in casa Atari c’era maretta, con la casamadre amerrigana ancora poco presente sul territorio, e Melchioni che stava giusto entrando in palla ma che anche lei, ahimè, a fine anno non avrebbe visto rinnovato il contratto di distribuzione dalla stessa Atari.
Insomma, quello che voglio dirvi è che vi metto di fronte a spot pubblicitari prettamente concepiti per far breccia nel cuore del pubblico yankee ma, tutto sommato, rendono bene l’idea delle supercazzole che i pubblicitari si inventavano pur di vendere il prodotto e impennare l’hype nel corso dei primi anni ’80.

Cominciamo con POLE POSITION.

 

Partiamo subito con il piede giusto e con il narratore che si rivolge al capo famiglia di un’allegra famigliola dicendo: «Heeey! Sembri un vero CRETINO!». Normalmente, dalle mie parti, Immortan Joe ricambierebbe una simile offesa con un secco colpo di macete, ma nell’America dei primi anni ’80, se la rivolgevi a uno che non era né fisicato né armato, ricevevi pure una conferma. «Beh, sì. Sono un dirigente aziendale!» Risponde il papi esibendo un paio di occhialoni widescreen e un farfallino ritenuto illegale in più di 16 stati dell’Unione. «Lui ha smesso di fare cose eccitanti!» Infierisce la moglie con un chiaro riferimento alla loro vita sessuale. Il papi spiega ulteriormente ( come se ce ne fosse un reale bisogno ) che stanno tutti facendo una gita domenicale. Questa è l’ultima goccia. L’affronto è imperdonabile e il narratore sbotta: « Non esiste! Devi giocare a POLE POSITION! » E in suo aiuto accorre Dio in persona che fa calare la sua giusta manona sull’auto.

Ricordati di santificare le feste, pagano.

Parte una potentissima canzone rock anni ’80 che non riesco a trovare da nessuna parte su internet, e il Padre celeste scuote violentemente il veicolo. La famiglia ruzzola fuori, ma invece di spalmarsi sull’asfalto si ritrova seduta al volante di automobili da formula 1. Per un attimo, non si sa come, si apre una finestra temporale sul futuro e intravediamo Anakin Skywalker ne La Minaccia Fantasma mentre guida lo sguscio.

salto temporale

Quello che accade dopo è una grande incognita. Durante la corsa subentra alla regia Michael Bay e le esplosioni si sprecano per la maggior parte del tempo, mentre il videogioco vero e proprio viene mostrato, orologio alla mano, per un totale di 9 secondi in uno spot lungo 1 minuto e 31. Nove secondi, per altro, non contigui ma sommatoria di quattro finestre da 2 più l’ultima da 1 secondo.
Lo spot si chiude con la famiglia che sopravvive a un’esplosione rimanendo fusa con i rottami delle proprie macchine da corsa, mentre il narratore informa che Pole Position è un gioco talmente ganzo che «ti lascerà sgommate di cagarola sull’anima»[Thanks to Simone Bregni for translation] Per una roba così, al tempo avevano già i miei soldi.

BERSERK

 

Che bel quadretto. Un ragazzino e la sua nonnina su un dondolo in un placido pomeriggio estivo, ma poi il ragazzino sfida la nonna a Berzerk, e la vecchia si ricorda di colpo tutte le sfide che ha fatto in sala giochi, i pomeriggi passati impugnando il joystick e respirando fumo, i viaggi coast-to-coast con la sua Harley, i tatuaggi della morte nei posti pudicamente proibiti, i tornei di braccio di ferro e il concerto di Woodstock. In quel breve lasso di tempo in cui sconfigge l’alzheimer, nonna salta letteralmente per aria e si incammina verso la locale sala giochi, «Non possiamo giocare a Berserk a casa!». Il nipotino la richiama: «Adesso possiamo» e sfodera la sua brava cartuccia Berserk per 2600. La nonna orgasma in nome di Atari e sfiora l’attacco cardiaco. Forse il ragazzino spera ci resti secca perché ha scoperto di essere nel suo testamento.

Dentro casa, la vecchia impugna il joystick e blasta robot come non ci fosse un domani: «Prendi questo, tacchino!» apostrofa bonariamente. Poi, lo spot finisce perché dura solo 30 secondi, ma durante i quali abbiamo visto il gioco vero e proprio per tipo 9. Mi sembra un ottimo risultato considerando che si tratta di quasi un terzo della durata complessiva. Comunque, quella di Berserk rimane una delle pochissime pubblicità Atari in cui il gioco è meglio dello spot.

CENTIPEDE

 

Con lo spot di Centipede si battono tutti i record di non-pubblicità mai registrati prima. Il videogioco in sé, quello per Atari 2600 al quale è dedicato l’annuncio, non appare mai. Sì, avete capito bene: MAI. Vediamo invece la versione arcade del gioco per ben 2 secondi totali su uno spot che dura poco più di 1 minuto. Ce ne viene regalato un secondo giusto all’inizio, dopodiché è il delirio.
Un giocatore viene tirato dentro la sua televisione da quello che sembra essere una zampa di centopiedi. I giornali ci informano che i centopiedi ci invadono, un mostro entra in un vicolo e incontra un barbone(?).
Finalmente la bestia si rivela e, ad essere onesti, è proprio un mascherone del carnevale di Viareggio. Un mascherone che stalkera gente fino a quando un giornale ci informa che gli americani si sono incazzati.

Coriandoli!

Da qui la storia prende una svolta drammatica: i navy seals stanno combattendo il mostro. Gli tirano addosso di tutto: missili, cannonate, fiondate, bestemmie, ma nessuno riesce a colpire il bastardo. I nostri ragazzi si stanno facendo in quattro ma la loro mira non è delle migliori. Nel corso del conflitto il centopiedi riesce a infilarsi nel letto di una tipa e poi scappa lasciando dietro di sé solo una copia del gioco depositandolo su un Atari 2600. L’Atari dell’ammore.
Lo spot termina col tizio visto all’inizio che esce dal televisore e torna nel suo salotto, ma ha subito una mutazione, si è centipedizzato.
A questo punto il narratore annuncia la tagline: «Centipede di Atari. Potrebbe cambiare la tua vita» mentre in sottofondo il tipo di prima urla che ha bisogno di uno sterminatore, ergo, giocare a Centipede può indurre al suicidio assistito.

E.T.

 

Ed eccoci arrivati allo spot in cui Atari tentava di fare l’impossibile. Molto prima di diventare roba da leggenda urbana e discarica, E.T. – L’Extra-Terrestre era la speranza videoludica di Atari per il Natale 1982. Come tutti già sappiamo, non andò esattamente in quella maniera, ma questo non impedì ai commerciali di Sunnyvale di ingaggiare E.T. stesso per recapitare ogni singola copia venduta direttamente nei salotti delle famiglie americane, e testarla di persona, perché, lo sapete, ad Atari sono persone precise.

Controllo qualità

Qui si giocava facile. L’intero spot è stato costruito con l’intento di cavalcare due onde emotive molto forti in quel preciso momento: il Natale e la popolarità del film. Con una pubblicità del genere si vince a mani basse anche mostrando il videogioco da vicino per 4 secondi totali nell’economia di uno spot lungo poco più di un minuto. Ma del resto non faceva lo stesso anche Coca-cola? L’unica cosa che differenziava Atari da Coca-cola era che quest’ultima non aveva timore di mostrare il proprio prodotto.

Eccolo là. Immaginati quanto potrebbe essere bello.

PAC-MAN

 

Eccoci di fronte a un altro elemento che contribuì alla morte di Atari: Pac-Man. Insieme a E.T. e alla sfortunata console 5200, è una delle cause che ha innescato la disaffezione dei consumatori verso la nostra azienda del cuore.
Pac-man, nell’anno del signore 1982, era il porting casalingo più atteso del secolo, riuscire a cannare l’affare sarebbe stata cosa ardua, ma come ben sanno gli appassionati, Atari è azienda dalle mille sorprese, ed ecco che l’incarico venne affidato a Tod Frye, uno dei suoi principali programmatori.
Il buon Tod si rimboccò le maniche e si mise subito all’opera, dopo poco andò ai piani alti e anticipò un prototipo tanto per far vedere a tutti di essere entrato in situazione ma, ahi-ahi, dal dipartimento marketing arrivò l’imperativo: «IL GIOCO DEVE ESSERE PRONTO SUBITO!» Voilà. Il prototipo incompiuto divenne prodotto finale da vendere ai brufolosi e tanti cari saluti alla qualità.

Diversivi

Ovviamente, nel reparto marketing erano ben consapevoli di quello che avevano fatto, quindi, oltre alla consueta famigliola istericamente felice mentre gioca al porting, si decise di ammortizzare la cosa tramite l’inserimento di un cartone animato e il supporto del tema musicale di Buckner & Garcia che stava ben piantato nella top 10 americana. Di mostrare il gioco, beh, forse 6 secondi scarsi erano più che sufficienti.
Il piano funzionò. Pac-man divenne la cartuccia best seller di Atari con 7 milioni di copie vendute, ma qualcosa nel cuore dei giocatori inevitabilmente si ruppe, e le conseguenze arrivarono a stretto giro.
Ben conscia di quanto era accaduto con il titolo principale e desiderosa di riguadagnere punti fiducia col porting successivo, Atari adottò una strategia diametralmente opposta per la conversione di Ms. Pac-man.

Più qualità, più videogioco

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