Orgoglio e Pregiudizio e Atari ReLOAD : Il regno di James Morgan (1983 – 1984)

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James MorganE dunque siamo di nuovo qui, a spulciare la storia di Atari.
L’inizio del 1983 vedeva El Ray caduto malamente, scivolato su una buccia di insider trading, e l’azienda da lui diretta fondamentalmente allo sbando. In Luglio Kassar venne CALDAMENTE consigliato a rassegnare le dimissioni e il suo successore fu velocemente identificato in James Morgan, vice presidente della Philip Morris fin dal 1978. Sì, avete capito bene, QUELLA Philip Morris delle sigarette. Ma perché si decise di rimpiazzare un presidente che vendeva calzini con un altro che vendeva fumo?
Non si sa di preciso, in Atari, come sapete, succedevano cose strane.

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Uuuh quante cose strane succedevano…

Quello che si può dire è che Manny Gerard, colui che si occupò dell’acquisizione di Atari nel gruppo Warner fin dai tempi di Bushnell, scelse il nome di James Morgan da una cospicua rosa di alti manager per il semplice motivo che, in quel momento, era un nome caldamente raccomandato nell’ambiente, tutti ne parlavano un gran bene e dicevano che ci sapesse fare, e poi sapeva vendere forte, o almeno di sigarette ne aveva vendute tante, quindi, se era bravo a vendere fumo era giusto quello che ci voleva per risollevare il bilancio di Atari.

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Amministrazione controllata

Così, Steve Ross e Manny Gerard fecero velatamente capire a Kassar che sarebbe stato il caso di dimettersi a Settembre perché il pirata Morgan, prima di entrare in Atari, voleva farsi una bella vacanza ritemprante alle Fiji (true story), ché tanto la situazione era tranquilla, sotto controllo, e dopo se gli mettevano fretta lavorava male, ma il buon Ray, essendo un uomo tutto d’un pezzo, gli rispose «%&#!». Se proprio doveva andarsene, se ne sarebbe andato quando gli pareva a lui, a spegio. Così quel dispettoso di Ray Kassar si dimise in Luglio lasciando la poltrona scoperta e costringendo Manny Gerard a ricoprire il ruolo pro tempore (ebbene sì, anche lui è stato presidente) fintantoché Morgan non si fosse abbronzato per bene e avesse smaltito i Margaritas.

Laggiù, sulla sinistra, si sta abbronzando James Morgan

In realtà questa decisione non meravigliò più di tanto gli esperti del settore. Era una tendenza ormai comune quella di prediligere dirigenti con esperienza di marketing piuttosto che competenza tecnica. Giusto qualche mese prima Apple aveva nominato John Scully amministratore delegato, e lui era uno che era diventato qualcuno vendendo acqua zuccherata, come ebbe modo di dire qualcun’altro che poi ne sarebbe stato trombato.
Alla fine, nonostante i buoni propositi e gli annunci strombazzati, la presidenza di James Morgan durò meno di un anno, 10 mesi per l’esattezza, e fu di gran lunga la meno incisiva e significativa della storia di Atari. Diciamo che Morgan fu più che altro un curatore fallimentare piuttosto che un presidente a tutti gli effetti, ma del resto cos’altro rimaneva da fare?
Senza un vero timoniere che potesse indicare la rotta, Atari navigava a vista con mille dubbi e pochissime certezze per il suo futuro. Una di queste certezze era che il mercato delle console e dei relativi giochi fosse in caduta libera. L’Atari VCS, adesso ribattezzato 2600 per via del suo numero di progetto e per distinguerlo meglio dal 5200, si era trasformato da principale locomotiva dell’azienda a stivale di cemento che trascinava tutto sul fondo.
A discapito di questo, la divisione coin-op continuava a cavarsela bene come aveva sempre fatto. Per la verità non aveva mai avuto dei grossissimi problemi e, nonostante il periodo di crisi, i cabinati delle sale giochi continuavano a garantire un discreto margine di guadagno. Guadagno, ovviamente, che non era minimamente sufficiente per ripianare il debito contratto dalla divisione console.
Grandi speranze, invece, venivano riposte nella divisione Home Computer. Il Natale 1982 era andato molto bene per gli 8 bit di casa Atari. Contrariamente alle console, il Nord America aveva identificato nell’Apple II e nell’Atari 800 i veri protagonisti del mercato, e i due computer si erano scontrati all’ultimo sangue per accaparrarsi il maggior numero di vendite. Atari ne era uscita alla grande, facendo ben sperare per il futuro.

AtariVSAppleMa eccoci adesso al Giugno 1983, quando al CES Estivo Atari ebbe quella che, a posteriori, possiamo tranquillamente definire come la possibilità di ribaltare la sua condizione e rivivere i fasti dei bei tempi andati.
Nintendo, la casa giapponese che aveva dato i natali a Donkey Kong, decise di vendere la sua nuova console Famicom (anni dopo ribattezzata NES) negli Stati Uniti. Il Famicom rappresentava per Nintendo anche il primo tentativo in assoluto di entrare sul mercato americano dei videogiochi casalinghi e, piuttosto che provarci da sola, ritenne opportuno farsi supportare da un’azienda già presente e con una conoscenza pratica del settore. La scelta ricadde su Atari. Nintendo offrì ad Atari la licenza del Famicom, non solo per venderlo in tutti i paesi del mondo tranne che sul mercato Giapponese, ma anche per MARCHIARLO. Con il Fuji logo in bella vista i consumatori non avrebbe mai saputo che la console era di Nintendo. In cambio, Nintendo avrebbe ricevuto una royalty per ogni unità venduta, e avrebbe avuto diritti illimitati per creare giochi per il sistema. Tuttavia, come voi mi insegnate, il destino è nelle mani delle parche e, proprio durante il CES, i dirigenti Atari scoprirono che lo stand del loro feroce concorrente COLECO stava esponendo illegalmente una copia di Donkey Kong che girava sul suo nuovo home computer ADAM. Questa cosa rappresentava un’aperta violazione del contratto di licenza esclusiva che Atari aveva stipulato con Nintendo per pubblicare Donkey Kong sugli home computer. L’episodio fece adirare moltissimo la dirigenza Atari che reputò Nintendo non più credibile come partner commerciale. Le trattative (quasi concluse) vennero quindi sospese in attesa di chiarimenti ma purtroppo lì rimasero in quanto il CEO di Atari, Ray Kassar, venne costretto a dimettersi il mese successivo e l’affare sostanzialemente si insabbiò. Nintendo, avendo premura di procedere, decise infine di commercializzare il proprio sistema da sola, e fu la decisione migliore (per lei).

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Accarezzando sogni dorati

E qui ci troviamo di fronte ad un’altro WHAT IF non da poco.
Cosa sarebbe successo se Atari avesse firmato quel benedetto contratto? Come sarebbe cambiato lo scacchiere e che direzione avrebbe preso il destino della nostra azienda giocosa del cuore? Lo saprete solo vivendo ( e ascoltando il podcast, ahahah!)

Che sagoma che sarò

Che sagoma che sarò

Mentre Kassar intascava la sua faraonica buonuscita e si dedicava a fare l’inventore collezionista per il resto della vita, un’altra cosa ben più importante stava accadendo. COMMODORE BUSINESS MACHINE guadagnava quote del mercato americano con i suoi computers a prezzo stracciato. In particolar modo Atari era impensierita dal modello CBM 64 che si era andato a posizionare in diretta concorrenza con i suoi 8 bit, soprattutto con la nuova linea di computer XL, annunciata fresca-fresca proprio quell’estate e in uscita a Natale. Che fare allora? Niente, per vincere la sanguinosa guerra dei prezzi con Tramiel si scelse di spostare l’intera produzione a Taiwan, chiudendo le linee americane. L’operazione di trasloco fu lenta e complicata ed ebbe un esito nefasto: Natale arrivò e non c’erano abbastanza computer Atari sugli scaffali dei negozi.
Quel Natale il nuovo modello 800XL vendette bene, ma non abbastanza per ripagare tutte le spese che Atari aveva sostenuto per produrlo e conquistarsi una dignitosa fetta di mercato. La guerra degli 8 bit fu vinta da Commodore, la quale inferse un colpo mortale alla divisione computer Atari che, di fatto, non si riprese più, e passò da essere speranza per il futuro a ulteriore fardello di cui sbarazzarsi.

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E questo ci porta direttamente al secondo WHAT IF: cosa sarebbe successo se quel Natale Atari avesse potuto disporre di tutto il suo volume di fuoco? Se i suoi 800XL fossero stati reperibili per l’acquisto quanto il C64? Il C64 ne avrebbe prese di santa ragione come aveva fatto l’Apple II l’anno prima? Non sarebbe cambiato niente? Il podcast è sempre lì che vi aspetta.

Mentre il venditore di fumo si insediava a Sunnyvale nel Settembre del 1983, cosa succedeva qui da noi? Nell’italico regno tutte queste funeste notizie riguardo all’assetto economico di Atari erano appannaggio dei soli addetti ai lavori, il grande pubblico dei consumatori non percepiva ancora il terremoto che si stava verificando in USA, e anzi, le campagne pubblicitarie di MELCHIONI prima e ATARI ITALIA poi, impazzavano sulle reti nazionali, riviste specializzate e fumetti come TOPOLINO, dando l’illusione che Atari fosse ancora un’azienda dinamica e in buona salute. Niente di più falso. A tal proposito rimando i lettori all’ottimo articolo di un blog che, in quanto serio e professionale, non somiglia per niente a questo qui. È il blog QUATTRO BIT di Andrea Pachetti e l’articolo su Atari Italia e Melchioni lo trovate lì.

Alla fine del 1983 i giochi erano fatti, il mercato aveva tumulato videogiochi e console, mentre la piazza home computer era quasi interamente in mano a Commodore con il suo CBM 64. Sopravvissero solo gli operatori che orientarono i loro prodotti su quest’ultima piattaforma.
Nel consiglio di amministrazione della Warner Communication si guardarono negli occhi e si arresero all’idea di avere tra le mani una compagnia dove l’unica cosa che sembrava tenere botta era la produzione dei coin-op, mentre tutto il resto non faceva che generare debiti senza soluzione di continuità. Fu così che venne deciso di sbarazzarsi di Atari, diventata ormai un fardello insostenibile per l’intero gruppo Warner. La compagnia venne smembrata e la divisione coin-op ribattezza ATARI GAMES; quella sarebbe stata la good company da vendere al miglior offerente, mentre le altre due divisioni, quella dei videogiochi e home computer, vennero fuse e nominate come ATARI CORP., quella era la bad company da svendere a chiunque avesse avuto il coraggio di fare uno straccio di offerta.

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SDRAAA!

Fonti: Atari Inc. – Business is Fun, Il cervello di Emiliano Buttarelli, l’internet.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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