Orgoglio e Pregiudizio e Atari: Il regno di Ray Kassar (1978 – 1983)

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raykassarL’altro mese parlo con Emiliano Buttarelli e mi dice: « Vorrei fare un podcast cazzone per celebrare la storia di Atari, però fatto in maniera che lo capisca anche un ubriaco e ci si possa divertire facendo le congetture what if ».
«
Vedi tu il caso, boss », gli dico, « noi siamo mesi che ci dilettiamo con i what if di Atari. Adesso, ad esempio, io sono qui ospite di Nolan Bushnell che bevo un mojito e sto discutendo sulla possibilità di realizzare una console sequel del Jaguar dal nome PlayFava. Lui vuole la retrocompatibilità con i titoli a cartuccia, secondo me invece è meglio metterci un’interfaccia neurale. Che ne dici? Lo facciamo questo podcast su Atari? »
Ed eccoci qua, col podcast sulla storia di Atari, o meglio, sui suoi tre più significativi presidenti (io quello delle sigarette neanche lo considero) Bushnell-Kassar-Tramiel. Adesso è il turno dell’occhialuto piantagrane che ribaltò l’azienda come un calzino e la fece vivere il suo momento più splendente. Quello che molti non sapevano era che nell’inizio era già compresa la fine. Spot!

Il natale del 1978 fu freddo per Atari, molto freddo. Probabilmente contribuì anche l’arrivo di Ray Kassar, che dall’alto della sua esperienza come vice presidente della Burlington Industries ( sì, avete intuito bene. QUELLA Burlington dei calzini per paninari), entrò in azienda accompagnato da pipistrelli, lupi, vampiri, e il vento gelido della strega del Nord.
Kassar non sapeva nulla di videogiochi e computer, ma ne sapeva qualcosa di bilanci societari. Arrivò a Sunnyvale che indossava abiti su misura in tre pezzi, camicie bianche e gemelli. La cravatta aveva il nodo perfetto e portava sempre occhiali scuri alla Henry Kissinger. In cinque anni di presidenza non si prese mai una vacanza, lavorava anche nei fine settimana, ed era in ufficio alle 7,30 per lasciarlo solo dopo le 18.
Tanto per farvi capire il contrasto: Nolan Bushnell spuntava in ufficio non prima del pomeriggio vestito come se fosse appena uscito da un campo da tennis dove, infatti, se non era già stato sarebbe sicuramente andato.

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Bushnell-Alcorn : Finale del torneo aziendale. Bushnell è quello con la sigaretta

Atari in quel momento era in rosso; con le vendite in tiepida ripresa, è vero, ma con vagonate di console VCS ancora nei magazzini, invendute.
La prima cosa che fece Kassar fu quella di tagliare delle teste tra gli ingegneri della Ricerca & Sviluppo e aggiungerne di nuove nel reparto marketing. Da buon venditore proprio non riusciva a capire perché si dovesse continuare a spendere soldi per creare nuovi prodotti quando Atari non riusciva a liberarsi di quelli che già aveva.
Ridusse la manodopera nella produzione, gli stipendi nella programmazione, e, contemporaneamente, lanciò Atari nello sfavillante mondo della pubblicità intensiva. «Marketing» divenne la nuova parola d’ordine per tutti.

Nei primi mesi del 1979, l’azienda subì una feroce razionalizzazione e “militarizzazione”. Venne posto un termine definitivo alle “sessioni strategiche” a suon di birra e canne che tanto avevano caratterizzato la precedente gestione Bushnell. Ma se Bushnell fosse stato l’unica persona ad aver lasciato l’azienda, ad Atari non sarebbe andata poi così male. Il problema era che dopo di lui se ne andarono tutti i migliori programmatori e ingegneri, oppressi dai rigorosi controlli del personale Warner.
La sicurezza negli uffici era stata rafforzata e improvvisamente gli ingegneri dallo spirito libero di un’azienda hippy si ritrovarono ad aver bisogno di un badge di identificazione per spostarsi da un piano all’altro. Anche i nomi dei programmatori divennero top-secret. La ragione ufficiale di tanta segretezza sembrava essere quella di scoraggiare le gelosie tra colleghi, ma in realtà fu per impedire alla concorrenza di identificare e “soffiare” i cervelli migliori.
Dopo l’arrivo di Kassar in Atari diventò più facile stendere un sacco a pelo all’ingresso della Casa Bianca piuttosto che raggiungere la caffetteria dei dipendenti. Un ex responsabile dei servizi segreti di Nixon venne nominato direttore della sicurezza interna e tutto a un tratto i dipendenti dovettero presentarsi al lavoro alle 8 in punto, rispettare un codice di abbigliamento, mostrare cartellini, e tenere promemoria aziendali. Era la fine di un’epoca. Tutte quelle categorie che erano state coccolate sotto la gestione Bushnell si ritrovarono ad essere considerate alla stregua di tutti gli altri: delle scimmiette ammaestrate.

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Quello sotto è Kassar

Ma quando in molti ormai si erano diretti verso la porta, il totalmente inaspettato accadde: il mondo scoprì i videogiochi, e le vendite per il 1979 si impennarono del 300 per cento, il tutto grazie a un unico, singolo videogioco: SPACE INVADERS.
Nei primi mesi del 1979, la dirigenza Atari, probabilmente lo stesso Kassar, ebbe l’idea folgorante di acquistare la licenza di Space Invaders, un gioco arcade prodotto dalla giapponese Taito, così popolare in patria da causare una penuria di moneta spicciola costringendo la zecca nazionale a triplicare la produzione di monete da 100 yen.

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Proprio come aveva fatto in Giappone, Space Invaders diventò il gioco arcade più popolare negli Stati Uniti, e la relativa cartuccia il gioco più popolare di Atari, la quale, con una sapiente mossa, la allegò direttamente alla vendita della console VCS. Atari imparò moltissimo da questa eperienza, e continuò il trend licenziando altri arcade di successo negli anni a venire. L’anno dopo, nel 1980, Atari monopolizzava il 75% del mercato dei videogiochi casalighi, tutto grazie all’impennata delle vendite del sistema VCS dovuta a Space Invaders.
Il fatturato annuo di Atari passò da 75 milioni di dollari annui nel 1977, a più di 2 miliardi nel 1980, facendone l’azienda in più rapida crescita nella storia degli Stati Uniti, ma, soprattutto, fecendone l’azienda che aveva trasformato i videogiochi da un prodotto natalizio a una voce di vendita per tutto l’anno. Tutto questo, però, non sarebbe durato a lungo.

Mentre Atari guadagnava milioni, la Warner sottopagava i programmatori, non condivideva con loro i profitti, e non gli permetteva neanche di rivendicare pubblicamente la paternità dei giochi. In pratica nessuno, al di fuori della società, sapeva chi fosse il programmatore del proprio gioco preferito; Warner aveva paura che se l’informazione fosse diventata di dominio pubblico i programmatori avrebbero ricevuto offerte più allettanti da altre società concorrenti.
Fu così che un gruppo dei migliori programmatori di Atari (Miller, Crane, Whitehead, e Kaplan) rivendicò i propri diritti nell’ufficio di El Ray, ma quest’ultimo, come da prassi, li fece uscire direttamente dallo scarico rifiuti aprendo il botolone nascosto sotto il tappeto. Per tutta risposta, il gruppetto se ne andò per formare la propria azienda di videogiochi chiamandola Activision, poi iniziò a vendere videogiochi compatibili con il VCS in diretta concorrenza con i titoli Atari. E sapete quale fu la morale di questa storia? Ve la dico subito. Activision sferrò due durissimi colpi ad Atari, e non solo perché i suoi giochi erano migliori.

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Molto migliori

Il primo colpo lo assestò fecendo saltare la sua intera strategia di marketing, che era basata sul vendere la console VCS al prezzo più economico possibile (199$) per poi trarre enormi profitti dalla vendita delle costose cartucce. Ora che i migliori giochi erano di Activision, i profitti andavano dirattemente ad essa bypassando Sunnyvale. Per cercare di bloccare i suoi giochi, Atari citò in giudizio Activision più volte ma perse sempre, e Activision continuò a sfornare hit dopo hit. Alla fine, nel 1982, Activision dominava il mercato delle cartucce e aveva sostituito Atari come azienda in più rapida crescita negli Stati Uniti.

Il secondo colpo Activision lo piazzò indirettamente quando, alla luce del suo spettacolare successo, incoraggiò altri programmatori Atari a fuoriuscire formando le proprie società di videogiochi (vedi IMAGIC), e spinse decine di altre aziende software a buttarsi nel lucroso mercato dei giochi per VCS. Molte di queste aziende erano improvvisate e i loro giochi terribili, di conseguenza fallirono subito, ma la loro uscita dal mercato non fece altro che peggiorare le cose per Atari in quanto, cessando l’attività, le loro cartucce gioco vennero liquidate sul mercato a prezzi minimi (9,99$). Indi per cui se la gente voleva buoni giochi, li acquistava da Activision. Se voleva giochi a basso costo, li pescava dal cestone dello scontato del Kmart. La morale della favola era che sempre meno persone acquistavano giochi originali Atari, e quando i consumatori si resero conto che tutti quei godzillioni di giochi a buon mercato erano deludenti, accusarono immancabilmente Atari.

Tutto questo ci porta al primo WHAT IF:

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Se Ray Kassar non fosse stato quel braccio nel sedere che era, e avesse accolto le richieste dei programmatori Atari concedendogli aumenti e diritto di essere rockstar, cosa sarebbe successo? Forse Activision non sarebbe mai nata? Forse, di conseguenza, il mercato non sarebbe stato saturato dai brutti giochi dei loro emuli? Forse Il crash dei videogiochi non si sarebbe mai verificato? Lo scoprirete solo ascoltado il podcast (ah,ah,ah!)

Nel frattempo, proprio come Bushnell aveva temuto e predetto, nel corso degli anni nuove console gioco come Intellivision di Mattel e ColecoVision di Coleco erano entrate sul mercato e avevano cominciato a erodere la quota di Atari. Questi nuovi sistemi di gioco avevano la grafica migliore e offrivano animazioni e suono molto più vicini alle loro controparti arcade; in ogni caso erano di gran lunga superiori al VCS. Oltre al danno arrecato della loro superiorità tecnica, si andò ad aggiungere anche la beffa del software scippato; sia ColecoVision che Intellivision offrivano ai loro clienti degli speciali adattatori che li rendevano compatibili con l’intera libreria giochi del VCS, il che significava che se i consumatori volevano abbandonare la nave di Atari, si potevano portare dietro tutti i loro vecchi giochi e ciao.

ColecoVision

Gnam!

Ma ciò che veramente affossò Atari, nell’anno domini 1982, fu Pac-Man e la console 5200. Nel mese di aprile di quell’anno, Atari rilasciò quella che probabilmente era la conversione più attesa nella storia dei videogiochi domestici: Pac-Man. A quel tempo c’erano circa 10 milioni di sistemi VCS già piazzati sul mercato, ma Atari scelse di produrre 12 milioni di cartucce, partendo dal presupposto che nuovi consumatori avrebbero comprato il VCS solo per giocare a Pac-Man. Grave errore. Il Pac-man di Atari non sopravvisse alla sua massiccia campagna pubblicitaria. Sviluppata in fretta e furia, la conversione risultò essere pessima, a distanze siderali dall’originale arcade, e Atari finì per venderne “solo” 7 milioni di copie contro le 12 prodotte.

Altro grave errore fu la commercializzazione del successore del VCS, l’Atari 5200, che invece si dimostrò essere un home computer Atari 400 riconfezionato. Rispetto al VCS la nuova macchina era molto più veloce, con maggiore memoria e grafica migliorata. Ma tutti questi vantaggi sfumarono quando il 5200 risultò essere INCOMPATIBILE con i più redditizi software gioco sviluppati per la console precedente. Il successo del VCS aveva avuto poco a che fare con il VCS stesso, ma molto a che fare con i suoi giochi. La gente lo aveva acquistato per poterli giocare. Quando Coleco e Mattel resero compatibili le loro console con le cartucce Atari, non esisteva più un motivo vincolante per acquistare un 5200 piuttosto che un Colecovision o un Intellivision.

Complimenti vivissimi

Complimenti vivissimi

Per concludere l’anno in bellezza, il Natale 1982 vide il palesarsi del più grande EPIC FAIL della storia dei videogiochi. Il suo nome era E.T., l’Extra-Terrestre. Atari pagò a Steven Spielberg una royalty di ben 22 milioni di dollari per assicurarsi il diritto di produrre la trasposizione videoludica del film, poi ebbe l’ardire di sputarla sugli scaffali dei negozi dopo sole 5 settimane di lavorazione per riuscire a non padellare il Natale (normalmente i videogiochi per VCS necessitavano di almeno sei mesi). Oltretutto produssero quattro milioni e mezzo di cartucce, convinti che i consumatori avrebbero preso il gioco a scatola chiusa cavalcando l’euforia del film. Beh, non lo fecero. E.T. fu probabilmente uno dei peggiori prodotti mai fatti da Atari, forse anche peggio di Pac-Man. Moltissime cartucce vennero restituite al produttore da consumatori e rivenditori delusi. La storia dello scavo di Alamogordo è poi un fatto recente.

Sempre nello stesso mese di dicembre i nodi vennero al pettine con la pubblicazione del bilancio societario e la rendicontazione di un buco di circa mezzo miliardo di dollari. La nave stava decisamente affondando e, da perfetto capitano italiano, El Ray decise di vendere una quota delle sue azioni Atari giusto 23 minuti prima che i risultati fossero resi pubblici a Wall Street. Per la commissione di vigilanza non ci furono dubbi: era insider trading. Fu come se di colpo mille luci si fossero accese sul CEO della società che, preso dal panico, cominciò a rilasciare dichiarazioni compromettenti a mezzo stampa dove, praticamente, sputtanava il presidente di Warner, Steve Ross, additandolo come il principale responsabile di tutte le cose che erano andate storte in Atari fino a quel momento.
Fu ovviamente un suicidio professionale, e lo stesso presidente Ross lo costrinse a dimettersi nel Luglio 1983.

Termina così malamente il regno di Ray Kassar. Tra accuse infamanti e voli di stracci bagnati in daa fazza. Più avanti El Ray verrà assolto dalle accuse di insider trading non tanto perché non le avesse commesse, ma perché l’importo in ballo era obiettivamente minuscolo rispetto a quello che il CEO di una grande compagnia come Atari avrebbe potuto vendere: solamente 5000 azioni. Il che suona un po’ come se un ladro venisse assolto perché ha rubato solo una mela nel caveau di una banca.
Re Jack era ormai prossimo a venire e anche in quel frangente sarebbero stati volatili per diabetici.

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Una sonda di Jack Tramiel alla riunione sindacale Atari

Fonti consultate: The Rise and Fall of Atari di Scott Choen, l’internet.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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