Messo insieme con lo scotch: la rece di The Cloverfield Paradox

Nel corso degli ultimi dieci anni è capitato un sacco di volte. Nelle sue produzioni, Jeffrey Jacob Abrams ci racconta una storia, durante la storia accade un incidente clamoroso che getta i protagonisti in una situazione precaria e molto, molto pericolosa, ci si imbatte in un mostro, si scopre un piano malefico estremamente arzigogolato che era lì pronto da tipo 40 anni, o si piomba direttamente in un ambiente che se non è proprio alieno, è totalmente assurdo. Poi, così, di colpo, la trama sfugge di mano e assume dei risvolti incomprensibili. Si eleva a un livello di interpretazione che sconfina nel filosofico e lascia lo spettatore basito, in un limbo strano in cui non si capisce se il problema è suo che non è intelligente abbastanza per comprenderne la complessità, oppure lo stanno prendendo ferocemente per il culo. Alla fine, se è una serie televisiva, bisogna aspettare un’altra settimana con la speranza di capire. Se è un film che non appartiene a un franchise famoso, qualcuno mette in piedi un diversivo suicida il cui scopo è mascherare il fatto che la trama sia andata completamente in vacca. The Cloverfield Paradox è un film prodotto da Jeffrey Jacob Abrams, vedete voi cosa può essere.

Ma questo è un malocchio?!

Qualcuno di voialtri potrebbe non avere mai visto un film della serie “Cloverfield”. Nel caso, questo The Cloverfield Paradox è ufficialmente il terzo di una trilogia/continuum/ presunto universo condiviso iniziata nel 2008 e che, da allora, ci regala molta “eccitazione perplessa”, ovvero, quel tipo di cosa di cui parlavo in testata dove lo spettatore si sente inadeguato e perculato allo stesso momento.
I film della serie Cloverfield non sono esattamente produzioni indipendenti, non sono veramente dei puri film di mostri, non sono neanche film di fantascienza solo perché accadono nello spazio o si vedono le astronavi aliene. Sono film così; fatti con di tutto un po’ mixato e shakerato, e concepiti col cliffhangerone alla fine per lasciarti in merda sul finale.
Questo film qui, in particolare, si doveva chiamare “God Particle” (la particella di Dio) ed uscire al cinema, se non che ne abbiamo visto il trailer a sorpresa durante lo scorso Super Bowl per scoprire immediatamente dopo che era stato caricato su Netfilx seduta stante (si dice che la piattaforma abbia sborsato 50 milioni di paperdollari per averlo in libreria). Dopo averlo visto capisco a pieno le ragioni di questa scelta.


Teoricamente collocato poco prima degli evvenimenti del primo film di Cloverfield ( anche se della crisi energetica nel film originale non v’è traccia), The Cloverfield Paradox tenta, molto posticciamente, di spiegare da dove provengano tutti quei mostri che si aggirano negli altri film. In pratica abbiamo una crisi energetica globale che trascina il pianeta verso la guerra e la fame; per risolvere la questione, gli scienziati del mondo costruiscono un enorme acceleratore di particelle su una stazione spaziale orbitale. La speranza è che, frantumando i bosoni di Higgs come se non ci fosse un domani, un rifornimento di energia inesauribile emergerà spontaneamente. Quando arriva il giorno dell’accensione, durante una trasmissione televisiva un faccione marginale ci avverte che tutte le particelle distrutte in quella brutta maniera potrebbero strappare il continuum spazio-temporale facendo piovere sulla terra un sacco di mostri e demoni. Un roba tipo DOOM.

Da quel momento in avanti, lo spettatore sa esattamente come i mostri di Cloverfield finiscono sulla Terra, ed è tutto. Cioè, oh. Questo, e l’ultima scena finale di circa 2-3 secondi, è tutto ciò che lega questo film ai suoi predecessori. Nonostante dei tagli occasionali dedicati a un personaggio sulla Terra (il marito di uno degli scienziati della stazione) che si occupa di contemplare varie distruzioni senza mai spiegare come e perché avvengano, il “fattore mostro” si esaurisce lì, ergo, questo NON È un film di mostri. È un film forse tangenziale all’origine dei mostri giganti, ma siamo più dalle parti del body horror Cronemberghiano meets La Casa Dei Fantasmi che altro.

Batti 5 alla mano della Famiglia Addams

Ovviamente, dopo che il team accende l’acceleratore iniziano a succedere cose strane e lo spazio-tempo s’incasina. Gli oggetti che una volta erano nei cassetti ora finiscono dentro le persone. Le persone che una volta erano in altre dimensioni ora le ritrovi dentro le pareti della nave. Le pareti che prima erano solide e inanimate ora hanno fame di carne umana. Cose semplici come l’acqua, i vermi, e il magnetismo adesso sono preda della magia del male e cominciano a nuocere agli scienziati. Perché succede tutto ciò? Boh? Non c’è nessuna logica ragione apparente. Succede perché fa figo farlo accadere. Perché stiamo giocando nel cortile di J.J Abrams, presumo.

Mmmh…Lì c’è un altro buco logico.

Trovare i buchi nella logica di un film di fantascienza è un lavoro tedioso e, soprattutto, inutile. Già per sua definizione di genere un film di fantascienza può permetterseli quasi tutti, e io, generalmente, odio cercarli, ma The Cloverfield Paradox è un film veramente sfacciato sotto questo punto di vista, ed è impossibile non farci caso. Prima di tutto, l’idea stessa di questo film come prequel di Cloverfield collassa su sé stessa entro i primi minuti di visione. Impariamo abbastanza rapidamente che questo è un pianeta in crisi, sull’orlo dell’abisso. Non è decisamente il mondo che abbiamo visto nel film originale del 2008, che, anzi, almeno all’inizio è permeato da uno spirito di spensieratezza giovanile molto precrisi Goldman Sachs.

«E allora mi sono detto: quale momento migliore per accendere un mutuo?»

Una volta che lo spazio-tempo va in vacca, il film si firma da solo un assegno in bianco per le stanezze che ci accadono dentro. Succedono cose al limite del paranormale, eppure, anche se lo si volesse intendere in questi termini, nulla di quello che ci fa vedere riesce ad essere veramente credibile, e tutto le assurdità finiscono per sabotare i suoi veri punti di forza. Ci sono occhi che si muovono come gli pare, bracci mozzati che scrivono messaggi e se ne vanno in giro per i fatti loro, acqua che prende iniziative e ragiona da sé. Insomma, è più un “Alice nel Paese delle Meraviglie” in salsa space piuttosto che un thriller fantascientifico vero e proprio.

«BASTA CAZZATEEE!»

Come con un’altra produzione di J.J.Abrams, cioè LOST, arriva il momento in cui uno si chiede se sia il caso o meno di continuare a sperare in qualcosa di migliore. Per me, con Lost, quel momento giunse non molto tempo dopo l’inizio della terza stagione. The Cloverfield Paradox fa lo stesso identico effetto: non c’è mai una vera, gloriosa rivelazione, solo eventi sempre più folli che si accatastano e non chiariscono mai nulla. L’impressione finale è che il film sia proprio nato male. Gli sceneggiatori si siano persi per strada (come in LOST!) e per rimediarla si sia voluto aggiustarlo in sala montaggio trasformandolo alla bell’e meglio nel terzo film della serie Cloverfield.  Beh, se così fosse, il meglio l’avete già visto nei film precedenti e potete tranquillamente rinunciare a questo.

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