The Dallas Quest: L’avventura che convertiva Dallas nel simulatore di San Francesco

243299_v1Non ero un fan di “Dallas” ma negli anni ’80 questa serie televisiva divenne un inevitabile fenomeno pop, onnipresente nella vita delle casalinghe di Voghera e, per decantazione, nella vita dei loro brufolosi figli.
“Dallas” in sé non era altro che una soap opera interminabile su un gruppo di persone ricche sfondate dedite agli intrighi, le manipolazioni, e a trombarsi a vicenda da qualche parte nello stato del Texas  (non mi è mai stato chiaro in quale città). Nel 1984, il telefilm era diventato talmente popolare da meritarsi il successivo passo logico: essere trasformato in un videogames, possibilmente per Commodore 64, ma anche Atari 8bit, Apple II e Tandy non è che facessero schifo.
Comunque nel 1984, dicevo, tutti stavano a domandarsi chi avesse sparato a J.R. (geiar) ma io, nel profondo della mia genuina ignoranza in materia, già pensavo che in fondo Larry Hagman un pochino se la fosse cercata quella cazzo di pistolettata. E siccome di questa avventura grafica cominciarono a parlarne tutti, appena “The Dallas Quest” venne resa disponibile per Atari 800XL dalla sempre amata Datasoft ho dovuto averla e giocarla. Solo allora ho capito: erano stati i giocatori indispettiti a sparare a Geiar.

dallas_quest_datasoftSebbene la schermata del titolo (per quei tempi impressionante) di The Dallas Quest sembri promettere un trip acido Geiar-centrico, una resa del tema di Dallas che suona piuttosto bene introduce il giocatore al fatto che non controlla né lui né qualsiasi altro personaggio di “Dallas” durante lo svolgersi dell’avventura. Il giocatore è un banalissimo detective privato con il compito di trovare una mappa che conduce ad un ricco campo petrolifero in Sud America.

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Il gioco si apre con noi nel salotto buono del mignottone Sue Ellen, dove, da gran detective quali siamo, abbiamo appena accettato di aiutarla per una questione di una certa importanza. Una ricerca nella quale J.R. Ewing farà di tutto per interferire. Ed è tutto qui. Cioè, raga. Il gioco è questo! Ci siamo noi che cerchiamo a destra e a manca questa cosa (la mappa) con l’intima certezza che l’intrigo o il mistero non stanno di casa nella nostra avventura.
Per la Scontentezza di tutti gli appassionati del telefilm, The Dallas Quest è soltanto una caccia al tesoro/puzzle-solving in cui si esplora, si casca nelle trappole, si riesplora, si evitano le trappole di prima per cadere in nuove trappole, e soprattutto, lo scopo viene raggiunto riuscendo a intendersela con una serie di animali bizzarri e assolutamente fuori contesto.

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Tipo questo topone mutante alto quasi un metro

Che ci fa un topone del genere in casa degli Ewing? Boh? Non si sa. Fatto sta che a noi serve la pala che gli sta appesa dietro, e allora che fare? Purtroppo, digitare “PLAY A BETTER GAME”  non fa ottenere alcun risultato e il topone ci salta al collo terminandoci sul posto.

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Quindi come si ottiene la pala? Semplicissimo. Si mettono gli occhiali da sole a un gufo e lo si lascia libero nella stanza del topo. Il gufo afferra il roditore e se lo porta via. Un gufo…con gli occhiali da sole…si porta via un topo alto come un bimbo di 4 anni. Duh!

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Facepalm

Il gioco è zeppo di interazioni a dir poco inspiegabili con animali di ogni tipo, come quella di dare del tabacco da masticare a una scimmia per farsi districare il paracadute da un albero, che potrà essere anche una grande idea, per carità, ma che cazzo di culo abbiamo avuto a trovare una scimmia redneck che mastica tabacco e ascolta gli ZZtop? E soprattutto, che c’azzecca tutto questo con “Dallas”?

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Altra cosa veramente strana: mentre galleggiamo su un battello si apre un buco sul fondo. Dando altro tabacco alla nostra scimmietta accompagnatrice dedita alla nicotina facciamo in modo che lei infili la sua coda nel buco e tappi la falla. Non basta. Un gruppo di ippopotami (che si sono in qualche modo teletrasportati direttamente dall’Africa) ribalta la nostra barca. Per fuggire è necessario soffiare in una una tromba le note di “Row, Row, Row Your Boat” con “sentimento profondo“, così una tartaruga dei cartoni della Warner si ferma e accorre in nostro soccorso per salvarci la vita. Questo è letteralmente ciò che accade ragazzi. No, ditemi voi.

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Và bella la tartaruga dietro sulla destra

Che dire poi della carica del bestiame? Ne usciamo sempre con la solita trombetta di prima, ma stavolta suonando una nota ninna-nanna. Perché i bufali saranno pure incazzati, ma dopo una giornata di lavoro basta poco che ci cala la palpebra.

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Più avanti incontriamo un’anaconda, e un provvidenziale pappagallo ci consiglia di fargli il solletico sotto il mento! Scrivendo «Tickle ANACONDA» l’anaconda scivola via, e fin qui ci può anche andar bene, ma come diamine hanno fatto i programmatori a pensare al mento di un’anaconda, dico io?! Beh, questo resta ancora un gran mistero che sottolinea una volta in più a che distanza siderale siamo dalla serie TV.

Via, ammettiamolo, questo gioco non restituisce proprio la reale esperienza del telefilm. È soltanto una specie di parodia un po’ loffia che ogni tanto presenta alcune immagini con i personaggi originali di “Dallas”, ma non c’è nient’altro.
E pensare che a quel tempo l’uscita di questo gioco fece un gran polverone. È un’altro videogioco che si è andato a immolare sull’altare dei giochi su licenza scarsi. E la sapete una cosa buffa? Mentre la storia di The Dallas Quest non ha un senso ed è ridicolmente legata alla serie televisiva, è stata paradossalmente coscritta da un produttore della serie, Louella Lee Cumino, insieme allo sceneggiatore Phyllis Wapner, anche lui uno del cast originale.

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