La Juventus contro Steve Wiebe: La rece di The King of Kong: A Fistful of Quarters

Ecco un’altro dei recuperi importanti di quest’anno dopo quello su Nibbler. Di questo The King Of Kong: A Fistful Of Quarters ne sentii parlare per la prima volta da qualche parte su internet, ma è a Starfox Mulder de I Bit-elloni che ho legato il mio primo, vero ricordo.
Eravamo sulla porta di casa e Starfox mi stava pettinando i capelli ingelatinati con la divisa da una parte. Prima di lasciarmi partire per Piombino mi disse: «Mi raccomando, non parlare con gli sconosciuti, non prendere freddo, e vedi di guardarti The King of Kong: A Fistful Of Quarters.» Io poi a Piombino ci andai a fare l’obiettore e, anda che ti rianda, mi dimenticai di vedere il film. Starfox allora se la prese a male e non mi rivolse più la parola per settimane. Per rimediare mi inventai che non era colpa mia se non ero riuscito a vedere The King of Kong: A Fistful Of Quarters. Ché io l’intenzione ce l’avevo, ma poi erano arrivati dei bulli che mi avevano picchiato talmente fortissimo che avevo marcato visita per un anno intero. Allora Starfox si commosse, mi abbracciò, e mi chiese anche scusa. La notte stessa, mentre lui dormiva, gli rubai 10 euro dal portafoglio con cui mi comprai la droga (pochissima, però).

Negli anni 2000, dopo Bowling For Colombine, il mondo si accorse che esistevano anche i documentari. Categoria solitamente bistrattata, i documentari ottennero sempre più consensi nonostante portassero allo scoperto i loschi intrighi dei governi, le pratiche discutibili delle multinazionali, gli spietati meccanismi dell’alta finanza, fino alle abitudini migratorie delle rondini europee. Va beh. Tralasciando le rondini europee vi dico che il punto focale è che tutti questi documentari indagavano su fatti che coinvolgevano molti soggetti, che comportavano conseguenze su vasta scala, enormi cifre di denaro, emarginazione diffusa, gente morta. Questo documentario qui, invece, è molto più semplice perché riguarda una battaglia combattuta tra due persone, uomo contro uomo, e ci mostra come il più epico dei conflitti può avvenire tra due soggetti anche per qualcosa di apparentemente futile come il punteggio più elevato a un videogioco.

Osservando i protagonisti di questo genere di documentari, spesso ne emerge un’immagine non molto lusinghiera in quanto sembrano essere quei tipi di persone troppo vecchie per vivere ancora nelle mansarde delle proprie madri, ma nonostante questo, seguendo le loro vicende, non è difficile farsi prendere dallo spirito competitivo e alla fine tifare per uno piuttosto che per l’altro, oppure sperare fortissimo che qualcuno riesca ad infrangere un dannato record.
The King of Kong: A Fistful Of Quarters parla proprio di questo; abbiamo due uomini e abbiamo pure un record, quello fatto a Donkey Kong nel lontano 1982 da uno di loro: Billy Mitchell.

Ama i miei capelli. Temi i miei capelli

Fino a qui, tutto bene. Niente di sbalorditivo, direte voi. Sennonché l’altro uomo in competizione sia un completo estraneo all’ambiente, uno spuntato fuori letteralmente dal nulla. Non è stato un arcader ai tempi in cui i videogiochi arcade dominavano la cultura popolare. Non ha mai stabilito nessun record ai videogiochi prima di allora. E non si è mai fomentato dentro a una sala giochi in vita sua. Era uno di quei tipi che si sparavano qualche partitozza al cabinato del bar mentre aspettavano un treno, o, al limite, che arrivassero gli amici a prenderlo. Insomma, questa persona, rispondente al nome di Steve Wiebe, possiede il profilo più “normale” che possa esserci per essere un recordman a Donkey Kong. È decisamente un “medioman” con famiglia, figli, un lavoro da insegnante nella scuola pubblica, e si trova a reclamare un posto di rilievo nel mondo degli arcader hardcore, in quello stesso ambiente spesso composto da gente brava, certo. Buona, ci mancherebbe. Ma non sempre con tutti i giorni nel calendario o con una vena di pazzia che scorre potente.

Steve “medioman” Wiebe

Ma cosa spinge un uomo apparentemente “normale” ( con tutte le riserve e i dubbi che possono viziare la definizione di questa parola) ad abbracciare la carriera dell’arcade recordman?
Beh, nel 2003 Steve Wiebe si ritrova senza lavoro. Licenziato dalla Boing, sprofonda in quel pozzo in cui si viene precipitati quando si deve capire come rimettere in moto la propria vita, e allora si compra un cabinato di Donkey Kong e lo piazza in garage, così, per giocarci e sfogarci un bel po’ di tensione. In breve tempo capisce di avere un vero talento per quel gioco e decide che, sì, dai, vuole superare il record mondiale precedentemente stabilito, appunto, da Billy Mitchell.
Che fa Steve? Piazza una telecamera sopra lo schermo e riprende la sua partita dove supera il record, e dopo? Ovvio. Manda la cassetta a quelli di Twin Galaxies, gli unici al mondo in grado di certificare i record arcade, ed è proprio da qui che parte tutto il film.
Twin Galaxies, essendo un’organizzazione, annovera tra i suoi più stimati membri e giudici proprio lo stesso Billy Mitchell, il quale non prenderà tanto bene la cosa, e al pari di una reato di “lesa maestà” darà inizio a una serie di rappresaglie, su vari livelli, al fine di rendere nullo il record di Steve.

La parte interessante del film è proprio questa. Il vedere come un’intero sistema, quello degli arcader harcore, reagisce all’innesto di un elemento così estraneo, così alieno ai loro standard come Steve Wiebe. Intorno alla sua persona entrano in gioco vendette personali, favoritismi imposti, sudditanze psicologiche che mettono in crisi la credibilità della stessa istituzione Twin Galaxies, facendo assomigliare il rapporto di quest’ultima con Billy Mitchell al pari di quello degli arbitri italiani con la Juventus. È questa la vera battaglia inscenata in The King of Kong: A Fistful of Quarters:  l’impresa di un «ospite misterioso dalla costa occidentale» (così viene definito in prima battuta Wiebe quando si presenta alla sua prima sfida pubblica ufficiale al Funspot Arcade) per riuscire ad affermarsi all’interno di un sistema che inizialmente lo disconosce, poi lo tollera, e infine lo accetta con una certa riluttanza.
Wiebe è un protagonista positivo come non l’avete mai visto prima: insegnante, affettuoso padre di famiglia, mai sopra le righe e sempre onestissimo, o perlomeno viene incorniciato come tale dal regista Seth Gordon, facendolo funzionare a meraviglia nell’economia del suo film. Billy Mitchell è un sicario dei videogiochi, un vincitore orgoglioso che mal tollera di perdere. Da uno come lui, che va in giro con la cravatta patriottica e si firma USA nella tabella dei record, non ci si può aspettare nient’altro. Se si farà battere da Steve Wiebe, la vita come la conosciamo cesserà di esistere.

 

È giustificato tanto accanimento per cercare di vincere una partita ai videogiochi? Dipende da cosa succede quando un perdente che ha bisogno di vincere sfida un vincente che non ha intenzione di perdere, e le motivazioni di quanto accade riposano da qualche parte tra la malattia mentale e il senso della vita, la ricerca dell’immortalità e il terrore che accompagna il vivere una vita senza particolari clamori. Sì, va bene, queste persone sono geek incalliti, qualcuno è un vero buffone, ma chi siamo noi per giudicarli? Personalmente non credo di conoscere nessuno in grado di passare l’esame di abilitazione alla santità, anzi, credo che tra tutti (me compreso) non si riesca a superare neanche quello per la sanità mentale. Sicuramente i videogiochi che queste persone giocano richiedono un’enorme abilità, e non possono essere liquidati come semplici “giochini”. Se avete dubbi, provate a giocare veramente a Donkey Kong, poi ne riparliamo.
Che dire di più? Il nostro mondo ospita già tecnologie di comunicazione avveneristiche, sonde su marte, clonazioni umane, e sì, dai, c’è spazio ancora per feroci competizioni nei videogiochi arcade.
Ah, è cosa di un paio d’anni fa che Billy Mitchell abbia fatto causa al cartone animato The Regular Show in quanto lo avrebbe parodiato offensivamente durante una puntata ambientata tra i videogiochi arcade. Il giudice ha giustamente scagionato Cartoon Network perché il reato non sussiste. Vi lascio sotto la parte del cartone incriminata. Saluti dalla sala giochi.

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