Un architetto a Tokyo: Il giapponese in ognuno di noi

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Japan pop delirium

Japan pop delirium

Uno dei miei sogni nel cassetto è quello di fare un bel viaggio in Giappone. Tokyo, per la precisione. Perché dopo un’adolescenza passata a vedere i robottoni che la distruggono e i lucertoloni che la disintegrano vorrei tanto visitare il campo di battaglia, giusto per lasciarci un fiore, mentre nel mio enorme occhio c’è l’intera via lattea tremolante e piango come se qualcuno avesse aperto il rubinetto di cucina. Poi l’idea di camminare su un marciapiede affollato dove la stragrande maggioranza dei pedoni mi arriverebbe all’altezza dell’ascella ha sempre solleticato il mio complesso di superiorità. E poi, infine, vorrei mangiare il riso tuffandomi nella ciotola tipo SPANK, bere sakè alla salute di BOSS ROBOT, ingozzarmi di schifezze colorate insapori e comprare qualcosa che (se esiste) potrei trovare solo lì, per poi riportarla a casa e trasformarla in un feticcio, e, insomma, PERCHÈ SI.
Chi ha avuto la fortuna di recarsi nel paese dei gialli tecnologici (da non confondersi con i gialli operai) fu il mio amico Andrea Volpe. Architetto poliedrico tipo MANGONI al tempo ancora laureando, che partecipò a un progetto internazionale per realizzare una casa interamente in plexiglass. Naturalmente, alla fine, nessuno si filò ‘sta casa ma comunque gli permise di farsi un viaggio intercontinentale a spese della comunità scientifica e godersela alla faccia nostra. A quei tempi (c’erano le lire ed eravamo intorno al 2000) con il buon Andrea avevo una sorta di rapporto epistolare terapeutico, nel senso che lui invece di andare dall’analista si sfogava scrivendo email che poi inviava a una cerchia di amici che reputava più vicini. Io avevo la fortuna di essere tra quelli. Mi faceva molto piacere ricevere le sue lettere. Erano ben scritte, molto sarcastiche e le conservo ancora tutt’oggi. Una di queste è proprio relativa alla sua esperienza giapponese e la voglio pubblicare perché la ritengo una testimonianza molto arguta di una persona di rara intelligenza.
Comunque, quando per il mio trentesimo compleanno Andrea mi regalò “il meglio della Carrà vol.2 ” ebbi di che pensare.

Premessa:

È difficile dire cose interessanti dopo le cronache di Blady&Roversi. Perché Tokyo è proprio così come si vede in TV. Tutto è già visto, il pachinko*, i taxi con lo sportello del passeggero che si apre automaticamente, la metropolitana efficiente che non sgarra di un minuto, le bambole kokeshi di Oliviero Toscani, le moltitudini. È come essere dentro un documentario. Si ha l’impressione di non vedere con i propri occhi ma attraverso due telecamere. Questa è appunto la difficoltà del racconto; uscire dall’estetica televisiva della coppia bolognese. Cosa difficile, perché apparentemente la città è insapore e inodore, come la TV. Apparentemente.

* pachinko = sistema di gioco d’azzardo legalizzato,vera e propria droga nazionale e sistema di controllo sociale dietro cui si nasconde la Yakuza. Ufficialmente si vincono merendine che si cambiano nel retro con yen contanti.Scopo del gioco è allineare delle sferette di metallo in una sorta di flipper colorato.Queste macchinette sono state inventate dai produttori di cuscinetti a sfera dopo il secondo conflitto mondiale e costituiscono un brillante esempio di riconversione di sistemi industriali bellici.

Le bambole di Toscani

Arrivo: Narita Airport

Siamo a 65 km dal primo anello autostradale che circonda la parte centrale di Tokyo. L’aereoporto è asettico come un astronave. Le moquette orrende di Heatrow, gli abbinamenti di colori improbabili che solo gli Inglesi riescono a mettere assieme sono solo un ricordo. Qui domina il grigio, in tutte le sue tonalità, il vetro opaco che diffonde la luce, la cortesia informale delle voci che ti guidano verso il controllo passaporti.
I poliziotti che controllano i bagagli sono terrificanti. Impenetrabili, ti squadrano impietosi.
Il pensiero corre ai prigionieri americani nelle isole del pacifico, secondo conflitto mondiale, “Furyo”, tanto per citare un film.
Fortunatamente mentre controllano i miei bagagli, riesco a rompere la confezione di succo d’arancia della British Airways (me l’ero portata appresso, che non si sa mai che la vita è cara e la lira è debole). Inondo tutto di orange juice e come per miracolo gli sgherri diventano servizievoli e gentili con lo straniero. Mi aiutano a pulire. Grandi sorrisi e inchini.
Solo dopo, a freddo, mi accorgo che avevo creato un ingorgo chilometrico.
Il Giappone è anche questo. Invece di mandarti affanculo, eliminano il problema con grande gentilezza.
Sono sicuro che mi hanno segnalato come tipo pericoloso e che sarò sorvegliato da vicino per tutta la mia permanenza.

Japanesetoilette

Toilette giapponese

Limited Express per Ueno Station.

Siamo pronti. Cambiati tre milioni e 1/2 in yen, si va a prendere il treno.
L’appuntamento è alla stazione di Ueno. Mi aspettano Anna, architetto di Milano, e Luca, laureando in architettura di Torino.
La cosa apparentemente è semplice. Devo procurarmi la mappa turistica di TokyoMetropolis (si, c’è scritto così. Uno poi apre la mappa e capisce il perché), studiarmi il sistema ferroviario, cambiare alla stazione di Nippori e scendere sano e salvo a Ueno, appunto.
La stazione dei treni è pulitissima, il treno è appena arrivato al binario. Lo stanno pulendo.
La cosa incredibile è che era già perfetto, brillava.

Ordinatamente sotto pressione

Jet lag.

O.K. si parte.
Vengo colto da una crisi di diffidenza italiota. Controllo se i soldi che mi hanno dato corrispondo ai tre milioni e ½.
Tutto torna.
D’altra parte avevo ricevuto istruzioni dettagliate: cambiare tutti i travel cheques in aereoporto, che ci sono le migliori condizioni e le commissioni più basse.
Cambiare tutto? Tutto in contanti? Si perché il Giappone è un paese fondamentalmente onesto, dove nessuno ti deruba e la malavita e la corruzione è interessata solo a grandi budget (dai tre milioni di yen in su, diciamo).
Comunque mentre controllo e conto gli yen mi guardo in giro sospettoso, nessuno mi considera. Allora è tutto vero!
D’altra parte questo candore infantile, questa onestà e gentilezza di modi la si percepisce fin dalla busta della Retail Bank in cui impiegati modello con guanti bianchi inseriscono i contanti. Ci sono sei coniglietti sulla busta. Sei coniglietti stilizzati che salutano il cliente di una delle più importanti banche giapponesi (poi in seguito scoprirò che altre banche utilizzano Hello Kitty ed i Peanuts sulle carte di credito, che i lavori in corso nella metro sono evidenziati da cartelli raffiguranti animaletti&operai stile Heidi, che perfino il veleno per i topi ha sulla confezione disegnini carucci che raffigurano simpatici topi agonizzanti).

6 simpatici coniglietti

I 6 simpatici coniglietti

Tranquillizzato ma incredulo, cerco di resistere al jet lag dovuto a 14 ore di volo.
Nel dormiveglia penso a quell’anziano turista giapponese che, capitato a Napoli, preso il metro nella direzione sbagliata, fu ritrovato morto a Secondigliano, derubato di tutto.
Scatta immediato un senso di colpa enorme, poi penso che doveva essere proprio un coglione quello lì, a pensare che Napoli è come Tokyo.

Paesaggio.Dal finestrino del treno si scorgono risaie, boschetti di bamboo, piccole case tradizionali basse e con i tetti di ceramica blu, e poi tutto si comincia a densificare. Comincia una specie di periferia sterminata, che fra una risaia e l’altra si ripropone sempre uguale.
Al balcone di una casa scorgo dei panni stesi. Incredibile, c’è una maglia della Fiorentina che sta asciugando, probabilmente è quella di Batistuta.
Altra risaia, donne in bicicletta e surrealtà. Un mulino a vento Olandese. Si, una copia esatta appare all’improvviso nella prima periferia della megalopoli.
Le stazioni cominciano a farsi più grandi come i Pachinko Parlour quasi sempre posti nei paraggi.

Un Pachinko Parlour
Primi Love Hotel* in vista. Uno si immagina un’esistenza tipo dove lavori 12 ore il giorno, ti svaghi al Pachinko prima di tornare nella tua casa piccolissima perché non ci sono droghe alternative, e dove per stare in pace con la fidanzata ti tocca andare al Love Hotel.
Mentre penso a questo tipo di vita, squadro tutti quelli che entrano ed escono dal vagone.
Mi rendo conto che sono l’unico senza occhi a mandorla.
Due pensieri:
1. Minchia, quanto sono lontano da casa.
2. Capisco il senegalese quando sale sul treno a Viareggio.

*Love hotel = A causa della mancanza di spazio, i fidanzati affittano abitualmente camere a tema in questi alberghi (con materasso ad acqua, letto vibrante, specchi sul soffitto e lubrificanti inclusi nel prezzo).

donne in bicicletta e surrealtà

Tokyo.

Trenta milioni di abitanti. Attorno alle stazioni si concentrano gli edifici più alti. Dai grattacieli di Shibuya e Shinjuku (stazione da cui passano ogni giorno 10 milioni di persone) agli Apatos (condomini di monolocali, contrazione di apartment) ai residence (il massimo del lusso piccolo borghese. Condomini come quelli del Varignano*. Chi l’avrebbe mai detto? Varignano = sogno del piccolo borghese giapponese).
Poi giri l’angolo e subito dietro i Grattacieli, i palazzoni, le sedi delle grandi compagnie, scorgi case basse, baracche fatte di onduline metalliche, di legno, di klinker.
Un piano, due piani al massimo a seconda delle zone.
Tokyo è così. Dietro l’edificio da 100 piani c’è il borghetto, il paesello, come Levigliani**, dove però ci stanno milioni di persone.
Milioni di persone, ma con la stessa bonomia e semplicità degli abitanti di Levigliani.

*Varignano = quartiere popolare di Viareggio noto per la preponderanza dell’edilizia popolare.**Levigliani = paesino di 300 anime in provincia di Lucca.

Una cittadina tranquilla

Macchinette

La cosa simpatica del Giappone è che se hai sete, fame o voglia di fumare alle 5 del mattino, non hai problemi. Ovunque, ogni 20 metri circa, trovi tutto nelle macchinette a gettone.
Light drinks di tutti i tipi, finti Gatorade con lattine bellissime che te le porteresti a casa come souvenir, sigarette dai nomi più improbabili (Peace, Cabin, Tenderness), le Marlboro al mentolo, da fumarsi con la mentina appresso, che fa l’effetto di un tiro di coca e udite udite, l’ultima novità: la birra trasparente come l’acqua, non gialla ma incolore.
La cosa preoccupante è che questo sistema non prevede la vendita di condoms. Quindi non è facilmente verificabile la famosa leggenda metropolitana sulle dimensioni dei cazzi giapponesi.
Comunque grazie ad un indagine accurata, sono venuto a sapere che gli studenti stranieri, data l’esiguità della taglia standard, hanno molte più probabilità di rompere il profilattico e di mettere incinta qualche indigena. Questo conferma i nostri sospetti. Ma ne fa venire anche altri.
Non è facile fare il marpione con le giapponesi. C’è tutto un codice, una prossemica, un rituale da rispettare.
Non è facile.
Quindi quella dei condoms piccoli può essere anche una scusa bell’e buona che maschera la rarità di storie indigene. Confermo comunque che è facile essere colti dalla sindrome di John Lennon.
Appena sei a Tokyo cominci da subito a cercare la tua Yoko.

Il problema è che la devi acchiappare

Costo della Vita.

Si la vita è cara in Giappone. Ma se uno si attrezza può sopravvivere.
Come tutti i paesi esistono varie fasce di prezzi per la ristorazione. In genere uno se la cava con 10000 yen per pranzo o cena (20000 lire circa).
Costo di un caffè alla macchinetta 120 yen (2400 lire)
Costo delle sigarette 200 yen (4000 lire).
L’unico guaio è se uno non dispone di amico che lo ospiti. Dormire in albergo è un suicidio finanziario.
Altro problema gli spostamenti. Per due stazioni di Metro partono 8000 lire. Per un taxi, bisogna accendere un mutuo in banca.
Altra fonte di cibo a basso prezzo è Yoshinoya, sorta di Macdonald locale a base di cibo giapponese, e i supermercati, che offrono piatti precotti da scaldare o da cucinare direttamente.
Inutile dire che i supermercati rimangono aperti sempre, 24 ore su 24, che la gente mangia all’ora che gli pare, che quasi tutti dopo il lavoro preferiscono cenare fuori.

Rush hour in Tokyo

Yattai.

Gli yattai sono dei chioschini dove si cena per strada con poca spesa. Questi chioschini si montano attorno alle 19 e si smontano dopo che è partito l’ultimo metrò, ovvero quando scatta il coprifuoco, quando le stazioni si riempiono di folle oceaniche che corrono verso casa. L’alternativa costituita dai taxi è terrificante, dunque si assiste ogni sera a questo esodo variegato che va dalla bambina 12enne, che in Italia sarebbe violentata a giorni alterni, al punk cotonato, alla signora in costume tradizionale, all’impiegata che ha dovuto fare lo straordinario, all’impiegato ubriaco che vomita, tanto nessuno ci fa caso perché obbligato dal superiore a prendere qualcosa da bere (invito che non si può rifiutare), alla shibuya girl (sorta di Spicegirl truccata come una nigeriana che fa la vita) che torna dal Karaoke.
Tutti corrono, tutti sono ordinati, nessuno urla, nessuno si incazza, tutti aspettano in fila di entrare nel treno.
Incredibile.
Inutile dire che noi ci siamo divertiti a fare tutto l’opposto. Si urlava, non si faceva la fila, si salivano le scale dove tutti scendevano ed era proibito salire, per provare l’effetto salmone che nuota controcorrente. Non per facile teppismo, ma perché essendo gaigijn, ovvero stranieri in senso dispregiativo, tutti si aspettano che si facciano delle stranezze.
Un gaigijn è esotico per definizione.
Questo è il gusto di fare una vacanza a Tokyo. Nei limiti del codice penale ti diverti ad esaltare la tua differenza, di razza, di cultura, di educazione (o di maleducazione).

Shibuya girls

Nightlife.

Essendo andato in Giappone essenzialmente per costruire una casa, non è che abbia fatto molta vita notturna, o meglio discotecara, se uno intende questo per vita notturna.
Costo medio di un club: 60000 lire, e magari uno si becca una roba mostruosa.
Comunque immancabile è stata la visita a Shibuya, dove esistono sale giochi incredibili su 5 piani, con vuoto centrale e DJ di tendenza, dove i Karaoke sono i più pazzi (come si puo vedere dalla foto, si cantava Anarchy in the U.K.) dove i negozi di dischi sono grandi come grattacieli, dove il musicista italiano più famoso è Armando Trovaioli (autore di colonne sonore negli anni ’60 che ora sono tanto di moda, vedere Pizzicato Five), dove i neon sono OLTRE Blade Runner, dove ci sono mega-schermi sempre accesi a tutte le ore, dove gli 883 hanno girato il famoso video.
Altra bell’impresa fatta (e da fare) è la traversata notturna di Tokyo a piedi.
Uno sceglie un punto ad una distanza umana, circa a due/tre ore di cammino dal mercato del pesce, e fa si che l’arrivo al tempio del sushi coincida con l’asta dei tonni.
Ora poiché questa asta è stata narrata da Blady/Roversi, salterei la descrizione, per aggiungere che non dormire una notte per vederla è assolutamente irrilevante.
È un’esperienza da fare.

Wild Karaoke

Wild Karaoke

Gran Finale(Nightdriving).

Un’altra cosa che da sola vale il viaggio a Tokyo è Il nightdriving. Ovvero si affitta una macchina e si gira per il sistema autostradale metropolitano.
Anche qui è banale citare Blade Runner, ma a cosa altro paragonare quest’esperienza? Forse a “Gran Turismo” giocato con la playstation.
Le autostrade corrono nella città, sfiorando grattacieli a 30/40 metri di altezza. Tutti vanno ad una velocità folle. Ci sono i tamarri con le macchine truccate che fanno le gare, le gang di motociclisti e soprattutto lei, Tokyo. Grande come la Toscana, illuminata più di Manhattan.
Non ci sono parole.
Posso solo aggiungere che fra Tokyo e Yokohama (che poi è il porto di Tokyo) abbiamo trovato uno svincolo autostradale spiraliforme, alto come il cupolone del Brunelleschi, con un diametro analogo a quello dello stadio di Firenze, che conduceva all’autogrill (chiuso) in basso. Lì si trovava un rave party che funzionava così:
Circa un centinaio di Van, auto-tamarre e utilitarie dotate di luci strobo e mega impianti stereo con woofer grandi come tavolini da bar che pompavano di tutto. Tecno, jungle, commerciale, rock, heavymetal. L’umanità era composita, ma perfettamente in linea con quello che uno si può immaginare di trovare in un rave a Tokyo.
Avete presente il catalogo Bambole Kokeshi di Toscani?
Quei giapponesi lì erano a ‘sto rave.
Che dire di più?
Alle 5 del mattino, mentre albeggiava, siamo passati dalla Tokyo University a prendere un amico. Si, perché se tu vuoi lavorare nei laboratori, andare in biblioteca, disegnare al computer, giocare a tennis nel campus, puoi farlo a qualunque ora. Ti danno una tesserina magnetica, tu entri e se succede qualcosa risalgono a te. Di conseguenza non succede mai nulla. Tutto funziona, tutti i libri sono al loro posto, nessuno ruba i computer.
Quindi tre ore prima del volo di ritorno, dopo il rave, mi sono fatto un check mail nel Architectural Lab, e sono sceso a vedere un match di tennis avvincente.
Tutto molto surreale, come nel finale di Blow Up di Michelangelo Antonioni.

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Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.