Buckner & Garcia: Una boiata ti rendera’ ricco

Mai la pepata di cozze a cena. MAI!

I videogiochi, nei primi anni ’80, innescarono una vera e propria rivoluzione culturale. La gente correva nelle sale giochi con le tasche piene di spiccioli e ne usciva completamente alleggerita, con gli occhi rossi e gli abiti puzzolenti di fumo. C’erano poi quelli che in sala il fumo ce lo andavano a comprare, ma questo è solo un inutile dettaglio.
Stavo dicendo che la venuta di un nuovo videogioco rappresentava un vero e proprio evento, roba che talvolta ne parlava perfino il telegiornale, con un Paolo Frajese buonanima ancora bello, pimpante, e in alcuni casi (rari) sorridente.
In mezzo a questo marasma di sovraeccitazione videoludica, ci fu ovviamente chi pensò “de facce li sordi”. È il caso di due signori americani veramente zingari che rispondevano al nome di Buckner & Garcia. Un duo elettronico che calcò le scene della pop music per un considerevole periodo di tempo pari alla vita media di un gatto che attraversa l’Aurelia.
Cavalcando l’onda della moda, sfornarono un album di canzoni ispirato ai più popolari videogiochi del periodo, con campionature degli effetti audio dei giochi inserite direttamente nelle tracce.
Teoricamente tutto questo sembrerebbe un’idiozia col botto; praticamente questi due schizzarono in vetta alla classifica americana Billboard fino a toccare addirittura il nono posto.
Qui sotto potete ascoltare il singolo omonimo dell’album, introdotto da un presentatore dal nome equivoco che parla con passione ad un grosso vibratore:

Ovviamente il fenomeno durò poco. Già con il secondo singolo estratto, “Do the Donkey Kong”, la gente capì ( ma lo capirono anche Buckner & Garcia ) che il tutto era solo un fenomeno momentaneo provocato dalla moda del periodo, e la loro parabola musicale iniziò un’inevitabile discesa a picco sullo scivolo kamikaze.
A prescindere dalla qualità musicale prodotta, però, l’idea si era dimostrata buona, aveva funzionato alla grande, e pure due MARIUOLI come loro si portarono a casa un bel po’ di soldini che negli anni ’80 facevano tanto comodo per comprarsi tonnellate di lacca e le giacche con le spalline imbottite.
Siccome poi la storia non è altro che una serie di corsi e ricorsi, dopo appena otto anni, nel 1990, la stessa idea era alla base dell’album “ The Simpsons sing the blues”.

The Simpsons sing the blues

Il successo mirabolante dei gialli di Springfield spinse la casa discografica del gay più rock’n’roll della storia (la Geffen Records) a pubblicare un album che raccoglieva vari temi musicali mai ascoltati nella serie dei cartoni di Matt Groening, PIU’DUE INEDITI.
Il primo inedito, “Do the Bartman”, fu letteralmente un successo internazionale. Il suo sound accattivante riusciva a far muovere i sederi dei pachidermi proprio come se fosse uno dei migliori pezzi del buon Michael Jackson buonanima…Ed infatti ERA UN PEZZO DI MICHEAL JACKSON BUONANIMA! Solo che il popolo lo venne a sapere solo anni dopo, nel 1998 a Pasadena, quando Matt Groening ammise a una convention che sì, Michael era un grande fan della serie; sì, la canzone era roba sua; sì, fu riarrangiata e cantata da qualcun altro perché il thrilleraro era sotto contratto con la Epic Record che lo avrebbe fatto tornare nero come Kunta Kinte se solo provava a cantarla.
Comunque, a parte questi piccoli dettagli tecnici, “The Simpsons sing the blues” fu un successo che dimostrò una volta in più che l’idea di fondo ( fare musica con i campionamenti dei fenomeni pop ) era più che valida, anche a distanza di anni.

Per la cronaca, con riferimento all’inizio di questo articolo, Gary Garcia ci ha lasciati in circostanze poco chiare giusto l’anno scorso, ma questo non ha impedito al suo collega di perseverare nei suoi malefici intenti e regalare al mondo una NUOVA EDIZIONE DI “PACMAN FEVER”, giusto-giusto per celebrare l’anniversario dei 30 anni dalla sua uscita sul mercato.
Inoltre nientepopodimenoché la Disney, gli ha concesso un pezzo nella colonna sonora del film “Wreck It Ralph”, pellicola che omaggerà il mondo dei videogiochi come nessun altro ha mai fatto prima.

Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva su un cargo battente bandiera liberiana e si installa nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con falliti, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi e nuovi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.

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2 Responses

  1. Bel lavoro, Simo’! Però, da romano – a parte una acca di avere che ti sei scordato dopo la Disney – a Roma nun se fanno i sordi, se fanno li sordi! Pour tout le reste, chapeau! (Ma, a ripensarci, una cosa non capisco: chi fosse ‘sto gay più R&R della storia: Geffen? Solo per sapere se ho capito bene o se l’Alzheimer ha progredito…).

  2. Simone Guidi ha detto:

    Eh si Francesco, il dialetto romano mi piace molto ma non lo domino abbastanza 😉 Grazie per la segnalazione della “h”, la correggo subito. Per quanto riguarda David Geffen, fondatore della Geffen Records e di un piccolo impero mediatico, fece coming out nel 1992 tra lo stupore di tutti. Anche “UICHIPEDIA” lo conferma, guarda qui: http://it.wikipedia.org/wiki/David_Geffen

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