What if Atari avesse continuato a dominare il mondo dei videogiochi (1976-1984) Parte 3

nolan_bushnellNel 1985 ricorreva il 25 ° anniversario della liberazione dalla tirannia anglo-comunista e, senza ombra di dubbio, le due macchine che stavano trainando l’industria fuori dalla toilette del grande crash dei videogiochi furono la console Atari 7800 Pro System e l’home computer Atari 130 XE.

Vi piacerebbe fosse andata così eh!? No? Fottesega, a me invece sì, ed infatti eccoci al terzo sofferto capitolo della storia alternativa di Atari. Quella storia scaturita dalla solita centrifuga mentale tra me ed Emiliano Buttarelli, e nella quale stavolta è entrato di tutto, da Better Call Saul a Codice D’Onore, da Console Wars financo a Il Discorso Del Re. Insomma, il solito cocktail con retrogusto atariano al quale credo di avervi ormai abituato, ma che spero conservi ancora quel buon sapore che vi spinga ad ubriacarvi (anche perchè credo sia l’unico modo per apprezzarlo). Buona lettura. Hail Hydra!

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Novembre 1978

Seduti a un grande tavolo, Nolan Bushnell con Allan Alcorn a suo fianco, stavano fronteggiando dodici uomini in doppio petto dall’aria tutt’altro che rassicurante: il consiglio di amministrazione di Warner Communications.
La sala riunioni era ampia e illuminata, e delle enormi vetrate che prendevano un’intera parete facevano rimirare il suggestivo skyline di New York dal centoventisettesimo piano. L’atmosfera era talmente tesa che un semplice starnuto avrebbe potuto tradursi in un pretesto per una condanna a morte.
In quella selva di sguardi taglienti l’unico con un’espressione amichevole sembrava essere Steve Ross. Il presidente in carica era famoso per essere un machiavellico calcolatore ma era anche noto ai più che fosse proprio lui il principale artefice dell’acquisizione di Atari nel gruppo Warner. Era stato lui a credere fortemente in Bushnell e nella sua azienda, e ci credeva ancora, forse più di quanto Bushnell credesse in sé stesso in quel momento.

«Cominciamo», disse Ross rivolgendo un cenno a Bushnell e uno ancor più breve ad Alcorn.

Generalmenete Nolan si sentiva a proprio agio quando parlava davanti a un pubblico. Guardò per un attimo Alcorn da sopra la spalla e l’altro se ne accorse ricambiandolo con un’indifferenza tradita solo dal tamburallere delle dita sul grande tavolo ovale.

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Bushnell si schiarì la voce: «Egregi membri del consiglio, vorrei ringraziarvi per avermi invitato, per me è un onore sedere qui tra voi e potervi relazionare personalmente lo stato di Atari e dell’industria dei videogiochi». Erano tutte formalità per mascherare il suo timore di non riuscire a dire tutte quelle miriadi di cose che gli passavano per la testa.

Per farla breve, l’industria dei videogiochi era un selvaggio west moderno ma fatto coi pixel. Nessuna regola, nessuna legge, nessun codice morale, e a parte il fatto che la console VCS non stava andando affatto bene, il mercato si sarebbe espanso a dismisura negli anni a venire perchè quello, volenti o nolenti, era il futuro.
Doveva solo farlo capire a quei gentiluomini incravattati dall’aria poco convinta.
Del resto, Bushnell si era recato a New York per esporre le sue intenzioni in merito alla conduzione di Atari, illustrando un piano di sviluppo strutturato in tre punti in cui rivelava di voler trasformare i videogiochi in un passatempo popolare e di tendenza, tutto questo reggendo un cappello in mano rappresentato dalle scarse vendite della nuova console, la quale, dopo aver richiesto milioni di dollari per essere sviluppata, stentava a decollare diminuendo drasticamente la sua credibilità.

E così, invece di sedersi davanti al consiglio di amministrazione con un sorrisone ruffiano, due pollici in alto e la garanzia che sarebbe andato tutto per il verso giusto, Bushnell aveva preferito svelare il suo piano che riteneva vincente o, in alternativa, avrebbe fatto deflagrare Atari in maniera pirotecnica. «Spero che i miei suggerimenti vengano accolti da questo consiglio, vogliamo tutti il bene del gruppo. Atari ne fa parte e credo che nei prossimi anni arriverà a pesare sempre di più nella sua economia»

«Per adesso non sembra, signor Bushnell, la sua azienda si è contraddistinta solo nell’ignorare le circolari direttive ed essere ingorda di finanziamenti» scandì ad alta voce un uomo seduto alla destra del presidente.

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«E ne serviranno altri, se è per quello.» Ribatté Nolan. «Se Atari intende realmente diventare la stella polare del mercato videoludico, se Atari intende sbaragliare definitivamente la concorrenza, se Atari vuole radicarsi saldamente nel salotto di ogni singola famiglia americana, occorreranno più finanziamenti, altrimenti, voglio essere franco in questa sede signori, la consociata del vostro gruppo rischia di non vendere più neanche un articolo»

Un brusìo sommesso serpeggiò brevemente per la sala, interrotto prontamente dal relatore a fianco del presidente. «Lei, signor Bushnell, si presenta qui oggi e chiede ulteriori finanziamenti dopo che questo stesso consiglio le ha accordato centinaia di milioni nel corso degli ultimi due anni. Non le sembra una richiesta azzardata? Non le sembra di essere troppo audace alla luce della discutibile conduzione interna della sua azienda? Dopo che è stata verificata la presenza di intere sale giochi nei locali adibiti a ufficio, dopo che i blandi ritmi lavorativi dei vostri impiegati ne pregiudicano il rendimento, dopo che, fatto molto grave e legalmente rilevante, è stato accertato l’abuso di sostanze stupefacenti a tutti i livelli del vostro organigramma?»
Attraverso una sottile vibrazione trasmessa dal tavolo, Nolan avvertì chiaramente lo spasmo che irrigidì la schiena di Alcorn. L’ultimo punto, quello relativo agli abusi di droghe, lo doveva aver particolarmente colpito, ma si stava sforzando di conservare la sua inflessibile aplombe scribacchiando degli incomprensibili ghirigori su un foglio.

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Bushnell ignorò il suo interlocutore e si rivolse al consiglio nella sua interezza.
«Dicerie e calunnie. Se dentro la mia azienda circolasse veramente della droga potete star certi che io sarei il primo a denunciarne la presenza e a perseguire i responsabili!» Mentì spudoratamente.
«E per quanto riguarda gli altri punti? Volete per caso smentire anche quelli? Vi sono state mandate decine e decine di circolari a riguardo» insisteva l’uomo.
«MIO IL CASTELLO, MIE LE REGOLE. Con il dovuto rispetto, non credo che all’interno di questa assemblea ci sia qualcun’altro che si intenda di videogiochi e del nuovo mercato videoludico come il sottoscritto. Ho conservato il mio posto proprio per questo, perchè nel gruppo Warner non esiste un precedente come quello di Atari, e sono sicuro che nel profondo della vostra coscienza siate tutti consapevoli che concepire e creare un videogioco è cosa ben diversa dal saperlo vendere.»

«State forse dicendo a questo consiglio che la vostra autoinvestitutra a “Re dei videogiochi” vi conferisce il diritto di ignorare le circolari? Di condurre la vo…»
«BASTA REYMOND!» Tuonò Steve Ross. «Non mi sembra il caso di trasformare questo consiglio nella santa inquisizione. Non ancora, perlomeno. Abbiamo fatto fare tanta strada al signor Bushnell, e credo che abbia delle cose importanti da dirci. Lasciamolo parlare»
«Grazie, signor presidente». Nolan afferrò un penna e prendendo un grosso respiro gettò uno sgardo veloce ad Alcorn, in cambio ricevette una compiacente alzata di sopracciglia.

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«Spero che i miei suggerimenti, le mie osservazioni e le mie critiche non vi offendano, e che possiate accettarle nello spirito con cui le intendo io», cominciò Nolan. «Vogliamo tutti il bene della Warner Communications qui, e credo fermamente che nei prossimi anni Atari passerà dal volerlo all’esserlo»

Bushnell iniziò a rivelare le sue intenzioni dinnanzi ad un consiglio sempre più atterrito man mano che i punti del suo pensiero venivano enunciati.

  1. I giochi: La console VCS veniva venduta con un gioco incluso nella confezione: COMBAT. Era un gioco basato su un vecchio arcade Atari di quattro anni prima, TANK. Non stava funzionando e non contribuiva in maniera determinante a trainare le vendite. Occorrevano titoli di richiamo, attuali e che provenissero direttamente dalla sala giochi, titoli che il pubblico riconoscesse come conversioni dirette dei giochi nei quali amava inserire le monetine. Atari doveva quindi avere giochi che la differenziassero inequivocabilmente dalla concorrenza e che, grazie al suo ruolo di leader dei coin-op, la identificassero come l’azienda che portava un’intera sala giochi nel salotto di casa. A tal proposito c’era un gioco del produttore giapponese TAITO che stava spopolando in patria, tanto da rendere necessario l’aumento del conio di monete spicciole da parte del governo nipponico. Sarebbe stato opportuno realizzarne una conversione e includerla nella confezione della console. Regalare il gioco migliore sarebbe costato decine di milioni, ma era un investimento che, in futuro, di milioni ne avrebbe fatti guadagnare centinaia.
  2. Il marketing: Atari avrebbe dovuto apparire oltre che essere. I videogiochi piacevano a tutti ma un occhio di riguardo lo si doveva avere per i bambini, erano loro che determinavano le vendite di Natale, erano loro la nuova generazione che sarebbe cresciuta con i videogames. Atari avrebbe dovuto apparire alla moda, innovativa, paladina di quante più iniziative coinvolgessero i giovanissimi. A tal scopo, Bushnell propose di spingere oltremodo il budget della pubblicità tramite tutti i canali a disposizione del gruppo Warner, e di far leva su carismatici testimonial che facessero presa sul grande pubblico.
  3. Lo sviluppo: Oltre alla console VCS, ormai lanciata sul mercato da un anno, Atari aveva in cantiere dispositivi e accessori fantastici. L’azienda non poteva permettersi di dormire sugli allori nel nuovo mercato videoludico in vertiginosa evoluzione e frenetico per definizione. Lo sviluppo della console successiva e i relativi finanziamenti dovevano quindi essere avviati da subito, dato che le proiezioni attribuivano al VCS una vita commerciale non più lunga di tre anni prima di essere considerato obsoleto.

Quando ebbe concluso, Bushnell studiò le espressioni degli amministratori, le quali suggerivano stupore, confusione, e disincanto. Pochi secondi dopo scoppiò una baraonda di domande, commenti e perplessità. Bushnell si sforzò di rispondere a ogni singolo quesito. Alla fine, dopo quasi un’ora di concalve, il consiglio sembrava essersi ammansito, o perlomeno avergli concesso una fragile tregua. La riunione terminò e la maggior parte dei partecipanti se ne andò senza polemiche, ma anche senza stringergli la mano.
«Statisticamente, almeno uno di loro avrebbe dovuto dire qualcosa di positivo» disse Nolan ad Alcorn mentre si incamminavano nel corridoio che li avrebbe condotti all’ascensore.
«Beh, un tipo ha detto che avevi una bella cravatta, credo che sia stato l’unico» sorrise Alcorn mentre si accarezzava la barba.

«SIGNOR BUSHNELL!» L’uomo seduto alla destra di Steve Ross stava venendo incontro ai due con la mano tesa. Li aveva aspettati alla porta dell’ascensore. Nolan gliela strinse cordialmente mentre l’altro, sotto occhiali con lenti troppo grandi, gli regalava un sorriso accattivante.
«Signor Bushnell, ci tengo ad essere schietto con lei, la sua relazione non mi ha convinto per niente» il volto dell’uomo si fece di colpo serio.
«Mi dispiace di non essere stato persuasivo quanto avrei sperato. Spero solo che il suo sentimento verso di me non sia condiviso da troppi membri del consiglio» rispose Bushnell con sportività. «Personalmente credo di conoscere bene il mio lavoro e di avere un’idea abbastanza precisa di come funziona il mondo dei videogiochi. Non credo che molti altri possano vantarsi di una cosa come questa, di questi tempi.»
«E secondo lei per fare bene il suo lavoro occorre permettere agli impiegati di lavorare il meno possibile? Di divertirsi durante l’orario di lavoro? Di abusare di droghe? Le sono state inviate decine di circolari negli ultimi due anni, signor Bushnell, e lei non ha risposto neanche a una.»
«Come ho già detto durante la riunione: mio il castello, mie le regole, signor…Signor?»
«Kassar. Raymond Kassar. Se vuole può chiamarmi Ray, e sono io che le ho mandato tutte quelle circolari.»

Fine terzo episodio. Titoli di coda e sigla di chiusura.

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2 risposte a What if Atari avesse continuato a dominare il mondo dei videogiochi (1976-1984) Parte 3

  1. Luca scrive:

    Aho ragazzi! Fine del terzo e fine di tutto ? Ma siamo seri, non potete lasciarci cosi’, oppure dovremmo farci il What if del What if il buon Emiliano ed il suo complice Simone finissero un po’ uno dei duemila progetti che s’inventano ?

    • Simone Guidi scrive:

      Eeeew, e c’hai ragione Luca, ma guarda, adesso con questa storia del podcast e dei Cugini del Terribile il mio tempo libero è totalmente dedicato lì. Purtroppo sono costretto a mettere da parte il blog per il progetto comune. Ma cmq, guarda, ho tutto qui, in mio testone grosso-grosso. Magari a Dicembre vedo qualcosa che mi ispira, mi salta il grillo e scrivo un altro capitolo. Di solito funziona così, certe cose non riesco a pianificarle. Faccio lo stesso anche con “La sanguinosissima guerra del retrogaming”. Grazie per i complimenti.

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